"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 16 Luglio 2016 00:00

Merletti di morte per le figlie di Bernarda Alba

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I rintocchi delle campane a morto accompagnano il corteo di donne vestite di nero, anche i volti coperti di veli neri, che con le loro litanìe fanno ritorno dalla chiesa del paese.

Attraversano, tra le file di spettatori, i gradoni dell’anfiteatro della piazza di Sant'Angelo dei Lombardi, dirigendosi verso la casa, delineata o, sarebbe meglio dire, chiusa, serrata nelle sue pareti composte da una sottile, trasparente tendina bianca, dove una governante e una serva, indaffarate a pulire, sparlano e maledicono la vedova del defunto, la signora della casa, Bernarda Alba.
Lo scenario del paese, con l’antica piazza di pietra incassata tra le case basse (tra i pochi luoghi rimasti in piedi dopo il terremoto dell’Ottanta), offre la scena ‘naturale’ e restituisce ‘colori’ e toni al dramma che Federico Garcìa Lorca, esattamente ottanta anni fa, il 29 Giugno 1936, finì di comporre: La casa di Bernarda Alba, l’ultima tragedia scritta dal poeta andaluso poco prima di essere assassinato dalle oscure furie conservatrici della controrivoluzione. L’abbaiare registrato è ripreso dai cani che sono venuti a sdraiarsi sulle gradinate, mentre il pubblico del paese, insieme con i ‘napoletani’ arrivati per lo più con la navetta organizzata a sue spese dalla compagnia, assiste allo spettacolo non senza disordine e rumore, creando un distacco con la scena: quasi a voler rimarcare la solitudine, l’isolamento della casa.
La regia rappresenta il dramma rispettando fedelmente il testo: un delicato omaggio alle donne, indagate nelle varie tipologie di personaggi dalla profonda sensibilità del poeta, che ne delinea particolarmente gli aspetti più tristi, disperati e crudeli, in un quadro che dipinge il mondo da cui la controrivoluzione ebbe origine. Anche la messa in scena rispetta un registro classico, sia per quanto riguarda la scenografia, che è essenziale, quasi spoglia e per questo in grado di valorizzare i pochi oggetti e colori scelti, compresi i costumi, sia riguardo alla recitazione delle attrici, provenienti da diverse esperienze teatrali, ciascuna a rappresentare una diversa tonalità del femminile, come la spigolosa Bernarda (Ilaria Scarano), austera, impietosa e severa, contrapposta alla governante Ponzia (Annamaria Palomba), intenta a restituire comprensione ed affettività mancanti, la passionale e irruenta Adele (Fortuna Liguori), la goffa Martirio (Tonia Persico) o la cinica e disillusa Maddalena (Mafalda De Risi).
Un dramma di sole donne che si svolge nello spazio claustrofobico, chiuso e soffocante di una casa con “porte e finestre murate coi mattoni”, vuota, riempita da casse che fungono, allo stesso tempo, da bauli per il corredo e da stanze. Fuori della casa, non rappresentato in scena ma continuamente evocato, presente come un richiamo proibito, il paese con le sue storie. Un dramma dal forte chiaroscuro, bianco e nero, in cui si contrappongono Bernarda e le figlie, la famiglia e i domestici, la casa e il paese, la clausura imposta e l’irrompere inevitabile del desiderio, l’amore e la morte. Temi ricorrenti nell’opera di Garcia Lorca che sembrano condensarsi scenicamente nei bianchi merletti, simbolo di una purezza di gesso, di una morale ipocrita che avvizzisce i corpi e le menti, che pietrifica la vita in destini che si ripetono nella netta e funerea fissità imposta alle forme: “Alle donne ago e filo, muli e fruste per gli uomini”, come ribadisce Bernarda, cinica, ottusa e dispotica. Quei merletti che – in una bellissima scena dello spettacolo – assieme alle camicie da notte compongono un unico grande fondale, come un grande bassorilievo bianco, una statuaria gigantomachia in cui sono incorniciati i volti delle ragazze che dormono.
Eppure in casa, quando Bernarda è assente, le ragazze cantano le canzoni da chiesa con una gaiezza ‘fuori posto’, ironica, che allude al profano, che rimanda all’amore o all’invidia per l’amore altrui; con la vitalità, spesso cattiva, di una sete che cerca pericolosamente di abbeverarsi: “Maledetto paese senza fiumi, paese di pozzi, dove si beve l’acqua sempre con la paura di essere avvelenati”.   
Sin dall’inizio, infatti, è chiaro che questo mondo non può conservare il suo apparente – per quanto atavico – ordine; è evidente che quel gesso merlettato è destinato a sgretolarsi e cadere, che il contrasto finirà con l’esplodere: non solo nella casa, tra le sorelle e la governante, ma in tutto il paese crescono le voci che parlano della presenza di un uomo che viene visto aggirarsi di notte fuori le inferriate delle finestre e allontanarsi dalla casa poco prima delle luci dell’alba: sarà la miccia, il detonatore di una vitalità destinata a soccombere, a distruggersi…

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
La casa di Bernarda Alba
da La casa di Bernarda Alba
di
Federico Garcìa Lorca
messinscena a cura di
Alessandra Asuni, Marina Rippa
con Consiglia Aprovidolo, Maria Grazia Bisurgi, Valentina Carbonara, Mafalda De Risi, Fortuna Liguori, Annamaria Palomba, Tonia Persico, Ilaria Scarano, Marilìa Testa
luci
Marcello Falco
scene
Marco Di Napoli
costumi
Cinzia Virguti
produzione
Femminile Plurale
paese Italia
lingua
italiano, spagnolo, dialetto calabrese
foto di scena Giusva Cennamo
foto di copertina Mario Laporta
durata 1h 50'
Sant’Angelo dei Lombardi (AV), Piazza Anfiteatro, 29 giugno 2016
in scena 29 e 30 giugno 2016

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