“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Mercoledì, 13 Luglio 2016 00:00

Questo non è il teatro dei vostri padri

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Il “fenomeno Buffa” è quell’accattivante narrazione dei nostri tempi che coniuga epos sportivo e racconto televisivo, amalgamandoli in un concentrato affabulatorio che ti prende per mano e ti fa vivere dal di dentro le storie che ti ammannisce; e non importa se, quando Federico Buffa racconta, potresti essere razionalmente portato a dubitare che se non tutto almeno una parte di quel racconto sia frutto di romanzata invenzione: nel momento in cui lo ascolti e ti lasci trasportare in quella dimensione favolistica, nella quale – come direbbe lui – “quando il mito incontra la storia non c’è partita, vince il mito due a zero”, pensi che sì, forse le cose potrebbero non essere andate precisamente come lui ti racconta, ma poi ti piace pensare che le cose possano essere andate esattamente come te le racconta lui.

Profondo conoscitore del mondo americano, sportivo e non solo, che egli attraversa con uno scandaglio che è lente di rifrazione socio-antropologica che a quel mondo guarda partendo dall’angolazione sportiva, Federico Buffa, qualificato avvocato, vocazione ai codici immolata in toto a far dello sport dapprima oggetto di trattazione giornalistica, poi di letteratura aneddotica, talvolta traslata in mitografia sportiva, gusto tutto letterario – suffragato da un background culturale di raffinato spessore umanistico – sa rendere con farcitura sopraffina tutte le storie di cui si fa narratore, sia che ti stia distraendo dalla telecronaca di una partita di basket NBA per raccontarti di uno strampalato telefilm della tivvù ispano-americana che ha per protagonista un supereroe travestito da grillo variopinto (per la cronaca e per i curiosi: El Chapulin Colorado), sia che ti stia trasportando nella dimensione extrasensoriale del gol di Maradona a Mexico ’86, coi suoi dodici tocchi, cinquantadue metri, quattordici secondi e rotti e l’immancabile celebrazione della radiocronaca di Víctor Hugo Morales (quello del “barrilete cosmico”, per intenderci).
La narrazione con cui Federico Buffa si cimenta questa volta è quella, pregna di storie, spigolature e densità semantiche varie, dei Giochi Olimpici del ’36 di Berlino, per molti aspetti la prima Olimpiade moderna, decisamente quella in cui l’apparato spettacolare, complice il forte valore propagandistico veicolato dal Reich, per la prima volta concorse a rendere memorabile l’evento, impresso su pellicola da Leni Riefenstahl, sulle cui doti di cineasta e sulle cui vicende umane a lungo e a giusta ragione Buffa si sofferma e ritorna: senza Leni e senza il suo Olympia, le cui immagini passano sul fondale del San Carlo, Quella Olimpiade non sarebbe stata la stessa, questo spettacolo non sarebbe esistito così com’è.
Tornando all’affabulazione del nostro narratore, per confezionarne il racconto questa volta Federico Buffa si cimenta con un altro linguaggio, o meglio prova ad estendere le proprie capacità espressive traslandole su un palco teatrale, nel tentativo di arricchire la narrazione di una costruzione scenica e di un apparato teatrale che per prima cosa provano a calare il racconto in un’atmosfera d’antan, in un caffè d’epoca: un attaccapanni in un lato, lì accanto dei tavolini e un lenzuolo a coprirli, levato via il quale si scopre la storia e la si dona al presente. Un pianoforte, una fisarmonica, due musici e una cantante completano la formazione di scena, il cui perno principale è ovviamente Buffa, il quale con la consueta abilità nell’ordire il narrato, giostrando salti in avanti e all’indietro, aprendo parentesi in cui sono contenute tante microstorie che messe insieme compongono il grande affresco narrativo della storia principale, costruisce una trama narrativa in cui ogni filo – anche quelli che apparentemente si disperdono, viene poi ripreso e riallacciato fino a ricomporsi in un disegno composito e complessivo, che ha i suoi apici d’interesse nelle vicende di Jesse Owens e del maratoneta giapponese (ma coreano di nascita) Sohn Kee-chung, che di quei Giochi furono probabilmente e per ragioni differenti le due figure più significative, portatrici delle storie dalle implicazioni politiche più sintomatiche e maggiormente esemplificative di quel tempo che vedeva il mondo in procinto di confliggere globalmente.
C’è però da dire che l’apparato registico in cui è calato L’Olimpiadi del ’36, col suo accompagnamento di canzoni d’epoca affidate alla voce di Cecilia Gragnani, risente di un gravame che appesantisce e dilata la narrazione, che è e resta vero nerbo dello spettacolo; a ciò s’aggiunga che si sceglie di richiedere prestazione d’attore a Buffa, che attore non è, che dell’attore non possiede la vocalità e che pur mostrando quella propensione scenica propria di chi non è a disagio dinanzi ad un pubblico, non riesce a convincere appieno della bontà dell’operazione e non riesce a piacere del tutto in un ruolo che non gli è proprio. Non a caso la parte migliore di Le Olimpiadi del ’36 appare quella in cui – all’inizio di una seconda parte che segue un intervallo invero troppo lungo – vede Federico Buffa scendere dal palco e continuare il racconto olimpico con tutti i suoi rivoli aneddotici accomodato tra golfo mistico e platea del San Carlo.
Così si resta comunque catturati da un racconto e da un modo di porgerlo, appassionandosi alle tante piccole e meno piccole storie che confluiscono in un’unica storia più grande, a cui Buffa ci fa avvicinare dapprima quasi di soppiatto, assumendo il punto di vista oscuro e pressoché anonimo del capitano della Wermacht Wolfganf Fürstner, che del villaggio olimpico era il comandante e che diviene per noi che ascoltiamo chiave di accesso, figura simbolica, particolare che conduce progressivamente all’universale, primo personaggio di una galleria di ritratti, di una progressione di fatti, in cui ogni elemento è un colore che la voce di Buffa spennella sulla tela di un affresco che possiede, comunque e a prescindere dalla qualità dell’apparato scenico e registico, il dono della suggestione evocativa.
Certo, non è “teatro” in senso stretto, forse è un’altra cosa. Oppure, parafrasando quanto è uso ripetere lo stesso Federico Buffa quando racconta di un basket americano che non è più come un tempo territorio di gioco esclusivo di chi è nato oltreoceano, potremmo dire che “questo non è il teatro dei nostri padri”, ovvero non è più un territorio esclusivo per teatranti, forse tutt’al più è teatro in senso (molto) estensivo, probabilmente non è del tutto congruo ad una logica festival-teatrale e nella migliore delle ipotesi è una narrazione teatrale che funzionerebbe meglio se sfrondata di quanto si sforza di renderla qualcosa d’altro.
Resta il piacere dell’ascolto, di una parola che sa farsi storia e intorno alla storia costruire un corredo di immagini, immagini a cui una voce sa conferire potere evocativo. Basta quella voce a instillare suggestioni, bastano quelle suggestioni a suggerire l’applauso e a lasciar che si accantonino, per un attimo, le riserve che comunque permangono.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Le Olimpiadi del ‘36
di Federico Buffa, Emilio Russo, Paolo Frusca, Jvan Sica
regia Emilio Russo, Caterina Spadaro
con Federico Buffa
pianoforte Alessandro Nidi  
fisarmonica Nadio Marenco
voce Cecilia Gragnani
direzione musicale Alessandro Nidi
costumi Pamela Aicardi
luci Mario Loprevite
produzione Tieffe Teatro Milano
paese Italia
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro San Carlo, 20 giugno 2016
in scena 20 e 23 giugno 2016

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