“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Siria al confine

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Esiste tra l’essere e il non essere uno stadio intermedio in cui il corpo riposa ma lo spirito è forse agitato e irrequieto, attento a quello che accade e presente: il coma. Se il coma si intende come estrema battaglia, resistenza alla morte, allora esso non può essere riferito soltanto all’essere umano. Omar Abusaada parla di coma per raccontare della sua Siria. Il palco del Teatro Bellini, che ospita lo spettacolo Mentre aspettavo trattiene lo spirito inquieto di una nazione che non vuole morire e resiste ai bombardamenti e ai massacri di una guerra civile definita dai personaggi stessi “assurda”.

La scena è pensata su due livelli, realizzati attraverso la creazione di una sorta di grande impalcatura: al piano più basso, che potremmo chiamare in modo appropriato “pianoterra”, agisce il visibile e quindi le persone che con corpo e anima creano le proprio storie. Il piano superiore è invece immaginato come la consolle di un deejay e una camera di regia: qui lo spirito di chi è in coma osserva e racconta, guarda la terra in basso e cerca di trovare spiegazioni a tutto ciò che accade o è già accaduto. Sono frequenti i passaggi dal livello superiore al pianoterra attraverso delle scalette laterali.
Al pianoterra Taim è un giovane aspirante documentarista disteso in coma in un letto di ospedale. La madre, la sorella, la fidanzata, il migliore amico si recano a trovarlo. Nessuno sa bene cosa sia successo a Taim. Tutti parlano di incidente ma Taim è in coma perché è stato picchiato brutalmente all’interno della propria automobile. Al livello superiore Taim conosce e racconta la verità anche se continua a chiamarla incidente. Essa riguarda la storia della Siria, della protesta pacifica divenuta rivoluzione, poi guerra civile, poi guerra e basta. Da regista che vuole ricostruire una storia che ancora va avanti, Taim può mostrarci le immagini video proiettate sulla parete della sua stanza scura. Sono le immagini delle manifestazioni ostacolate con le armi dal governo, dei funerali delle vittime durante i quali l’esercito ha sparato sulla folla. Taim rappresenta tutti quelli che hanno creduto in una rivoluzione pacifica, senza uso delle armi, tutti quelli che hanno visto i manifestanti perdere il controllo degli eventi, quelli che hanno creduto nel popolo siriano e in una Siria nuova e libera da censure e oppressioni. In camera di regia, però, Taim non è solo. C’è un’altra voce proprio accanto a lui che parla da una consolle. È un giovane aspirante deejay che come Taim ha vissuto gli anni delle prime rivolte ed ha subito le torture dell’esercito  fino a trovarsi in coma ma che, diversamente da lui, ha avuto fiducia nella rivolta armata avvicinandosi alla Jihad prima e all’ISIS poi fino a rendersi conto che i ribelli praticavano lo stesso tipo di torture e di violenza degli oppressori e che nessuna guerra avrebbe portato ad una soluzione.
Lo spettacolo è costruito in modo che si passi continuamente dal livello terreno e attuale, ambientato nell’estate del 2015, al livello superiore in cui viene ricostruita le storia della guerra in Siria a partire dal marzo del 2011. Quello che lo spettacolo è capace di fare è presentare i protagonisti di questa storia come persone reali e il fatto che esso sia recitato in arabo aiuta molto il pubblico italiano in questa illusione. Sembra effettivamente di guardare i protagonisti di un documentario. Queste persone reali vivono tutte una propria battaglia interiore: abbandonare una Siria stremata dalla guerra o restare, resistere alla morte di un Paese nella speranza che un giorno si risvegli e torni ad essere quello che era. Ogni volta in cui si parla di viaggio, si fa riferimento alle lunghe e costose migrazioni che attraverso la Turchia, l’Egeo e il Mediterraneo portano i siriani in tutti i Paesi d’Europa. I viaggi della speranza che riescono solo la metà delle volte mentre l’altra metà finisce sul fondo del mare. Lo spettacolo di Omar Abusaada ci fa conoscere le persone di cui tanto parlano le nostre televisioni riferendosi a loro solo in termini numerici o facendocele percepire se non come un pericolo, sicuramente come un problema. Tutti in Mentre aspettavo preferirebbero restare ma sono costretti a partire. Avrebbe voluto restare Taim per filmare i conflitti fino alla fine ma si trova costretto a cambiare idea. Proprio il giorno in cui aveva deciso di partire, però, viene aggredito dagli agenti di sicurezza in uno dei check-point e finisce in ospedale. Vuole restare il suo migliore amico che non crede nel viaggio. Promette più volte di restare la sua fidanzata fino però a cambiare idea anche lei. È già partita per il Libano Salma, la sorella che da adolescente si è ribellata alla madre e ha tolto il velo e che però ritorna a Damasco per completare il progetto di Taim di ricostruire la storia della guerra in Siria partendo da quella della propria famiglia. Perché le nazioni sono fatte dalle persone, da ogni singolo individuo, dalle famiglie che subiscono o provano a fare la politica.
Mentre aspettavo ci avvicina alla Siria parlando in una lingua diversa dei nostri stessi argomenti. Utilizza le immagini di video caricati su Youtube, parla della creazione di account diversi per non subire la censura da parte del governo di Assad che nel 2011 vietò Facebook e l’uso dei social network. Ci mostra donne siriane a capo scoperto, emancipate e indipendenti, desiderose di realizzarsi professionalmente, in conflitto con la donna più anziana che ha trovato nella religione la cura al proprio dolore per la perdita del marito. Non oltrepassa il confine però, anche lo spettacolo vuole rimanere in Siria. Così non ci sono riferimenti alle grandi potenze mondiali che interferendo prolungano e inaspriscono il conflitto. Il pubblico che assiste è parte in qualche modo coinvolta, potremmo ricevere la nostra accusa e invece, come se stessimo soltanto filmando qualcosa che sta accadendo ma non comprendiamo completamente, non possiamo fare altro che stare seduti, ascoltare, leggere, applaudire e, si spera, riflettere sullo stato comatoso della Siria e del mondo.

 

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Mentre aspettavo
testo 
Mohammad Al Attar
regia
Omar Abusaada
con Amal Omran, Mohammad Alarashi, Nanda Mohammad, Fatina Laila, Mouiad Roumieh, Mohamad Al Refai
scene Bissane Al Charif
luci Hasan Albalkhi
video Reem Al Ghazzi
musica Samer Saem Eldahr (Hello Psychaleppo)
produzione Fondazione Campania Dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Les Bancs Publics – Friche La Belle de Mai (Marseille), Festival d’Avignon, Afac (Arab Fund For Art And Culture), Zürcher Theater Spektakel, Onassis Cultural Center (Athens), Vooruit (Gent), La Batie – Festival De Genève, Festival D’automne À Paris
con il sostegno di La Criée Marseille, Le Tarmac Paris
paese Siria
lingua arabo (con sottotitoli in italiano)
durata 1h 40'
Napoli, Teatro Bellini, 27 giugno 2016
in scena 26 e 27 giugno 2016

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