”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Lunedì, 20 Giugno 2016 00:00

Sindaco e teatro. Dove eravamo rimasti?

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Dal 3 al 5 aprile 2013 si svolgono, presso il convento di San Domenico Maggiore, le Giornate per la Cultura, volute dall’assessore Antonella Di Nocera: “Occorre fare rete” – cito il report dell’evento – “generando un momento di elaborazione sulle prassi” utili al contesto napoletano. Parole d’ordine: “umiltà”, ovvero capacità d’ascolto anche nei confronti delle “personalità critiche con l’amministrazione comunale”; “sinergia”, perché è necessario “trovare un terreno comune di proposta e di azione per tentare di uscire da un momento difficile reagendo come farebbe una vera comunità”; “piccoli passi”, perché l’azione sia progressiva e concreta, in opposizione alla logica dei Grandi Eventi e capace di “individuare il possibile – quello che si può fare – nell’ambito dell’impossibile: quello che si pensa di voler fare”. Premessa: l’esistenza di “una situazione finanziaria senza precedenti in cui si è venuto a trovare il Comune di Napoli con l’adesione al cosiddetto pre-dissesto, laddove dal bilancio non vi sono fondi di spesa possibili per la Cultura”. Il Comune vuole dunque fare un carico di idee per poi attuarle (possibilmente a costo zero), secondo un progetto di politica dal basso che coniughi uno degli slogan più cari a de Magistris: “La Cultura è un bene comune”.

L’assessore contribuisce indicando la sua priorità: “Una riforma seria e condivisa della macchina amministrativa, tale da ridare entusiasmo e slancio alle risorse umane”. La prima cosa, quindi, non è ottenere dal governo centrale sostegno economico “ma sei mesi di stage gratuito per trenta giovani funzionari del Comune e della Regione, che formino una task-force interistituzionale con il compito di impedire che vadano persi i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea”. Il modello, insomma, è la Puglia, che con l’amministrazione regionale guidata da Nichi Vendola ha tramutato le risorse continentali in opportunità per il territorio attraverso una politica culturale responsabile, mirata, partecipata. Non a caso la Di Nocera – insistendo – afferma che “bisogna riproporre un ripensamento della governance della Cultura e della creatività” attraverso “una visione più moderna e in linea con le tendenze che si stanno affermando in Europa” e con “modelli certi di trasparenza del supporto pubblico”.
Queste invece le esigenze manifestate dagli operatori di settore che prendono parte ai tavoli di lavoro che riguardano il teatro: attivazione di Atelier Territoriali in ogni municipalità; censimento delle strutture in abbandono, loro messa in sicurezza e concessione perché diventino luogo di prove, laboratori, performance dal vivo; creazione di un database online e di uno sportello di consulenza che informi e assista i lavoratori dello spettacolo; pianificazione realistica, “nel tempo della permanenza in carica”, dell’erogazione delle somme dovute agli operatori culturali per i progetti realizzati; stimolazione degli sponsor sensibili del Comune perché sostengano “iniziative infrastrutturali a vantaggio collettivo di interi settori” e – pensando ai contributi di natura Comunitaria – istituzione di un osservatorio sull’uso dei fondi gestiti dalla Regione (gli unici, al momento, a disposizione).
In aggiunta: realizzazione di un Centro di Formazione delle Arti Sceniche e di una Scuola Pubblica delle Arti e dei Mestieri dello Spettacolo, cui accedere per concorso e che siano i poli di eccellenza che il Sud non ha mai avuto. Infine lo Stabile, che deve avere “un rapporto capillare con scuole, università, luoghi di lavoro, teatri urbani ed extraurbani”, decentrare parte delle proprie attività in periferia e “stabilire un tempo a cadenza fissa in cui si incontrino gli artisti e si valutino le proposte”, “organizzare workshop con drammaturghi, registi, attori, danzatori e scenografi” per sostenere la formazione della giovane teatralità napoletana, “incentivare progetti di residenza”, “riservare una sezione della stagione, con ospitalità e produzioni ad hoc, ad artisti emergenti”, “pubblicare bandi per l’accesso alle audizioni” e ridefinire “i costi massimi di produzione”, “i tetti di reddito” e una più equa “distribuzione dei compensi tra le varie categorie dei lavoratori che concorrono alle sue produzioni”. Il contratto del direttore? “Da ridurre a tre anni e che sia rinnovabile per un solo mandato”.
“A Napoli” – scrive la Di Nocera – “occorre riavviare un processo di rialfabetizzazione culturale” e le Giornate devono segnarne l’inizio: “Sono convinta che ci riusciremo” – conclude – “perché sotto la cenere del disorientamento cova il genio e l’orgoglio dei napoletani”.

Ad oggi nulla di ciò che fu messo a verbale come urgenza non più rinviabile è stato realizzato. Non solo: Antonella Di Nocera, a poco più di un mese di distanza dalle Giornate per la Cultura, è stata indotta a lasciare (“Io fuori dalla giunta? Non ho mai sentito il sindaco su questo punto, non sono stata chiamata e non mi risulta siano stati ascoltati altri assessori. Comunque lascerò solo se estromessa” dichiara a La Repubblica il 20 maggio) e sostituita – il 22 maggio – da Nino Daniele.
Il cambiamento, l’ennesimo per una giunta che durante i cinque anni di governo muta tutti gli assessori, mi sembra emblematico delle due fasi di politica (culturale e teatrale) operata da de Magistris: un biennio (2011/2013) contrassegnato dall’attivismo relazionale, finalizzato a comprendere come migliorare lo stato delle cose incontrando chi opera sul territorio (è la “possibilità di costruire un laboratorio sociale” attraverso la pratica culturale di cui si fa portavoce e rappresentante simbolico la stessa Di Nocera, che viene dall’esperienza dell’ArciMovie a Ponticelli) e un triennio (2013/2016) in cui la Napoli teatrale è diventata, più che materia concreta con la quale adoperarsi, il contenuto nominale di una continua rivendicazione antigovernativa (l’opposizione al Presidente del Consiglio: “Per Renzi la Cultura è un peso e non una risorsa”, ad esempio) e vagamente indipendentista (la Napoli capitale, vittima e dunque adesso rivoltosa verso il padrone/padrino tricolore). Insomma: quando il governo centrale interviene qui a Napoli “scassa”: si pensi alle polemiche del sindaco in merito al decreto Valore Cultura, con il quale il ministro Bray avrebbe, appunto, “avuto il merito di scassare un CdA che per due anni aveva risanato il San Carlo” (La Repubblica, 26 gennaio 2014).
Appurate le difficoltà nel realizzare una politica strutturata e continuativa, efficacemente organica e adeguatamente studiata – una politica che, d’altronde, la città non ha mai conosciuto – de Magistris opta per la contrapposizione tra locale e nazionale, indica dunque i suoi nemici, li offre alla pubblica piazza, si fa portavoce rivendicativo – è o non è il primo cittadino? – alimentando di continuo la necessità di un contrasto. Una prova? La lettera inviata il 13 agosto 2015 al ministro Franceschini in cui scrive che Napoli – “nonostante il giusto riconoscimento di Teatro Nazionale allo Stabile Mercadante-San Ferdinando” – “ancora una volta ha dovuto subire duri tagli e dolorose esclusioni” che penalizzano un “tessuto teatrale” che “non ha eguali nella storia del nostro Paese”. Frasi politicamente comprensibili ma che presto scadono in retorica quando de Magistris descrive “esperienze culturali di grande rilevanza” che operano “da decenni con grande successo di pubblico e di critica” e che sono vittima di sottrazioni immeritate, quando elenca le “conseguenze drammatiche” di ciò e termina ricordando che “Napoli è il teatro”.
Sia chiaro: si può scrivere tutto il male possibile del decreto e del suo primo ideatore – che non è il ministro Franceschini ma quel Salvo Nastasi che il renzismo adesso ha inviato a "bonificare" Bagnoli dopo avergli consentito di intossicare ulteriormente la teatralità italiana – ma non può sfuggire la superficialità dell’analisi fatta dal sindaco, evidente negli errori presenti nella missiva (il declassamento del Bellini riguarda le funzioni che il decreto gli impone più che la quantità di denaro ricevuto; la Compagnia Enzo Moscato e Le Nuvole non sono state bocciate dalla Commissione Prosa ma fanno parte della Casa del Contemporaneo, soggetto diventato Centro di Produzione; la riforma non prevede alcuno status di “Teatro Stabile di Innovazione” come pure indica il sindaco che, invece, patriotticamente tace sul Diana, diventato in piena estate Centro di Produzione anch’esso e senza neanche presentare ricorso: come avrà fatto?) né può sfuggire che il sindaco, per certi versi favorito dalla scellerata conduzione del ministero da parte di Franceschini e soci, adotta la facile strategia di tenere assieme realtà, storie, identità diversissime, non accumulabili, che invece meriterebbero trattazione specifica: sono forse la stessa cosa il Bellini e il Diana, il Sannazaro e Galleria Toledo, il Teatro Totò e la cultura laboratoriale di Michele Monetta? Il Cilea e Sala Assoli hanno un passato e un presente associabile? L’Augusteo vive le stesse condizioni dell’Elicantropo o dei tanti piccoli spazi indipendenti che de Magistris neanche nomina (dal TAN allo Start, dal Te.Co. a Sala Ichòs o allo ZTN)? Interessato a formare un esercito alle sue spalle, del quale essere una sorta di capopopolo prima che il referente politico che a questi stessi teatri dovrebbe dare risposte concrete, de Magistris dunque passa – nel suo primo mandato – dal movimentismo alle dichiarazioni di lotta e di principio.

Nel frattempo accade ciò che è sempre accaduto qui a Napoli e che bene racconta Marta Porzio ne La Resistenza teatrale quando scrive che “qualcuno decide di aprire un vecchio teatro in disuso, o di costruirne uno nuovo, con le proprie forze” impiegando “carne, ossa, sudore e passione personale”. Processo consueto fin dal tempo delle prime cantine, si conferma nel quinquennio di de Magistris: all’inazione o all’impossibilità della politica risponde l’attivismo cittadino e così nascono nuovi spazi mentre altri si pongono in relazione (penso al Politeatro, che unisce Piccolo Bellini, de Poche, Elicantropo, TAN e Start) bilanciando la momentanea chiusura e il cambio di proprietà (e di programmazione) del Sancarluccio, la trasformazione del Teatro Nuovo da spazio di ricerca a platea semicommerciale, l’inattività pluriennale di Sala Assoli, la chiusura del Trianon. All’operosità dei singoli il Comune risponde offrendo un sigillo d’approvazione, quand’è possibile: così una scuola occupata dagli abitanti del quartiere San Giovanni a Teduccio diventa il Nest, dove passa parte del miglior teatro under italiano; così l’occupazione dell’Asilo Filangieri – sede di un Forum delle Culture fantasma, buono per il clientelismo partitico e familiare – fa nascere l’Asilo in cui, tra l’altro, sorge un teatro offerto alle compagnie indipendenti, ai seminari di maestri nazionali e internazionali, alla Scuola Elementare del Teatro diretta per tre anni da Davide Iodice: de Magistris osserva, annuisce, approva e nel 2016 – completando un percorso iniziato con una delibera del 2012 e “prendendo atto del sistema di autoregolamentazione che gli abitanti de L’Asilo hanno originato in questi anni” – lo riconosce “luogo di Cultura della città destinato alla fruizione collettiva e all’iniziativa civica”. Per fortuna, almeno, non accade qui a Napoli ciò che è accaduto a Roma con il Valle.
Insomma.
Interessato a “incentivare la costruzione di spazi diversi dai circuiti nazionali” il Comune usufruisce del volontarismo dei cittadini mentre è incapace di strutturarlo in un progetto organico, in una coerente visione complessiva. In aggiunta ricordo per correttezza “i piccoli semi” citati spesso dall’assessore Nino Daniele: l’abolizione della Tarsu (ma solo per i teatri al di sotto dei cinquanta posti); il sostegno economico alla navetta per il trasporto degli spettatori del Politeatro (limitato però agli ultimi tre mesi della passata stagione teatrale); qualche rassegna estiva o giovanile (basata, di fatto, sulla gratuità della prestazione artistica). Nel contempo due battaglie, verbali più che sostanziali fino ad ora: col MiBACT, perché aumenti la quota napoletana del FUS; con direttore e il CdA dello Stabile, colpevoli di “aver tentato un blitz” attraverso una “modifica dello Statuto che avrebbe portato a uno sbilanciamento in favore della Regione e a discapito del Comune”: il rinnovo del contratto di Luca De Fusco (CdA del 12 novembre 2014), avvenuto “senza avvertire il Comune”, e il concorso (gennaio 2015) per l’ampliamento d’organico dello Stabile (oggetto d’indagine da parte degli inquirenti per presunte irregolarità) acuiscono uno scontro che neanche l’ottenuta qualifica di Nazionale smorza, tant’è che si arriva alle minacce di “revoca delle assegnazioni del Teatro Mercadante e San Ferdinando all’Associazione che fu creata per realizzarne una nuova da cui ripartire con chi ci sta” (Corriere del Mezzogiorno, 5 maggio 2015).
Ottenute le dimissioni di Adriano Giannola, sostituito alla presidenza dello Stabile da Valter Ferrara il 15 marzo 2016, si attende di comprendere quale forma assumeranno le relazioni fra il Teatro Stabile ed il sindaco. Punto di partenza? Due dichiarazioni: il “non è un nostro uomo” detto da de Magistris in diretta a Ballarò in riferimento a De Fusco; il “posso andarmene, ma ho un contratto che mi blinda” ripetuto più volte da quest’ultimo.

La Napoli teatrale, in questi cinque anni e prima di questi cinque anni, ha sopportato la discutibile doppia direzione affidata a Luca De Fusco (Stabile e Napoli Teatro Festival Italia); ha visto rafforzarsi la pratica della distribuzione di prebende sotto forma di possibilità di essere prodotti e andare in scena; facendo i conti con l'elitarietà dei finanziamenti ha fatto i conti con il clientelismo pseudoculturale che ne deriva; questa Napoli ha assistito alla costante dissipazione dei contributi europei per un Festival – la cui Fondazione è in house providing alla Regione Campania – che ha durata annualmente momentanea e che è stato incapace di restituire risorse al territorio in termini di lavoro creativo, professionalizzazione e abitabilità dello spazio collettivo e che è parso associabile più alla tradizione della festa borbonica che ai suoi corrispettivi italiani ed europei; ha assistito a vergognose pagine di gestione pubblica, tra bandi utili a certificare assunzioni che sono parse già prestabilite ed il vizio della nomina per chiamata ad personam
Ha, questa Napoli teatrale, visto accrescere il divario economico – e dunque di possibilità ideative e produttive – fra i teatri finanziati e i teatri non riconosciuti e valorizzati dalle amministrazioni locali e nazionali; ha perso o sta perdendo, questa Napoli, alcuni tra i suoi figli migliori (mi suona ancora nelle orecchie il "Napoli non può essere più la mia città" detto da Latella al Teatro Nest prima che l'assessore Clemente gli consegnasse un'inutile targa col logo del Comune) e sta sacrificando – adesso – un’intera generazione di teatranti, impossibilitati prima che incapaci di mettersi in concorrenza con i propri colleghi e coetanei d’altre regioni: si dia un'occhio ai più importanti festival estivi, ad esempio, e si faccia una conta di quante giovani compagnie campane vi sono presenti; si rifletta su quali nuove poetiche teatrali (non) stanno nascendo in questa città; ci si confronti sulla migrazione culturale in atto non per scelta formativa ma per il bisogno di sottrarsi ad un contesto privo dei necessari luoghi del sapere e incapace di offrire minime opportunità adeguate ad un percorso di crescita e di affermazione professionale.
Questa Napoli infatti non ha sale di prova, non ha spazi destinati alle residenze artistiche, non ha una biblioteca specifica di settore, non ha Accademie di teatro e scuole di regia o drammaturgia (la Fondazione De Filippo è ancora una scatola vuota) che siano minimamente comparabili con quelle presenti in altre zone d’Italia (dalla Lombardia al Friuli, dall'Emilia alla Toscana); questa Napoli non ha strumenti di coordinamento che valorizzino l’intersezione tra le programmazioni ed eviti la conflittualità fratricida tra i teatri; non conosce né favorisce o sollecita il sostegno di banche e di privati (esempio: la fondazione Cariplo a Milano), non ha uno teatro pubblico che investa parte del proprio tempo e delle proprie risorse sull'innovazione generazionale dei linguaggi della scena né ha – fino ad ora – potuto apprezzare un interventismo effettivamente illuminato, che sia di natura comunale (come, ad esempio, sta avvenendo a Cagliari con Massimo Zedda) o regionale (com’è successo con Vendola, per la Puglia già citata).
La Napoli teatrale di questi cinque anni ha ulteriormente subito l’assenza di una leadership tecnica ovvero la mancanza di competenze specifiche in chi deve occuparsi di Cultura e di teatro; vive di un mercato interno ed autoreferenziale, basato su tour di quartiere che si limitano a generare sopravvivenza quotidiana senza indurre alla crescita qualitativa della proposta artistica, perché diventi extraregionale, italiana, europea; questa Napoli sopporta e subisce ogni giorno la dispersione di capitale umano e il fallimento o l’abbandono di esperienze tenacemente realizzate nel passato.
Questa Napoli offende i suoi stessi artisti, già formati o in formazione, ed allora a Lei che – da oggi e per i prossimi cinque anni – è di nuovo sindaco, a Lei che ha scritto (10 settembre 2015) che “a Napoli il teatro è intrecciato con la vita” e che è “l’anticorpo principale contro il conformismo”, “nutrimento dello spirito”, mezzo che “stimola a pensare, a interrogarsi e a obiettare”; a Lei che ha sostenuto che la Cultura che il teatro esprime fa “crescere liberi i nostri figli”, gli fa “amare la complessità e la differenza” e ne irrobustisce “il senso etico”; a Lei che ha dichiarato il teatro “antidoto vivo alla volgarità e alla violenza” e “strumento di lotta per sconfiggere definitivamente le mafie” chiedo: cosa intende fare − secondo quelli che sono i suoi compiti e dunque i suoi doveri, davvero e questa volta in concreto − per il Teatro, per i teatri, per i teatranti di Napoli e per i loro spettatori effettivi o potenziali? 


 

 

N.B.: Nelle foto a corredo dell'articolo: Antonella Di Nocera; Gaetano Daniele; Salvo Nastasi; Adriano Giannola; Luca De Fusco; Luigi de Magistris.

 

 

 

leggi anche:
Alessandro Toppi, Nuovo Teatro Made in Naples? (Il Pickwick, 12 aprile 2016)
Alessandro Toppi, Napoli, il sindaco e il teatro (Il Pickwick, 31 agosto 2015) 
Alessandro Toppi, A Salvo Nastasi (Il Pickwick, 20 giugno 2015)

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