“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 11 Giugno 2016 00:00

Mamme, tragedie minimali e napoletanità

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Il suggestivo scenario del Teatro Pausilypon, tra bellezze storico-archeologiche e rifacimenti catartici per gli occhi e per l’anima – come il mare di Posillipo e il suono terapeutico del verso dei gabbiani mentre quasi cala il sole – sta ospitando anche quest’anno la rassegna Suggestioni all’imbrunire, organizzata dal C.S.I. Gaiola Onlus, che si occupa della rivalutazione del luogo attraverso l'esercizio e la diffusione dell’arte, organizzando attività a sostegno e per la fruizione delle Grotte di Seiano e del Parco della Gaiola.

Lo spettacolo cui assisto, nato all'interno di quel laboratorio triennale di arte, studio e fatica che è stata la Scuola Elementare del Teatro diretta da Davide Iodice, è Mamma, piccole tragedie minimali, una messinscena ad un tempo diversa e fedele del testo-testamento di Annibale Ruccello, scomparso nello stesso anno di diffusione dell’opera. La ripresa e la sua riformulazione scenica genera quindi, al presente, il senso di riscoperta di un talento giustamente considerabile tra i più interessanti del secolo scorso: dal passato, Ruccello insomma torna ed ancora ci parla.
Lo spettacolo è stato riallestito da quattro attrici, fondatrici della Compagnia Matremo Teatro, che hanno interpretato ognuna una delle quattro parti da cui è composto il testo, che fu recitato unicamente dallo stesso Ruccello esattamente trent’anni fa, alla sua prima messa in scena. Un bel compleanno, viene da pensare, grazie a questo spettacolo che rivela molto della napoletanità e − in particolare − dello stretto rapporto tra la fiaba e il reale, che contraddistingue la cultura partenopea, e della pregnanza sociale che ha il dialetto, tanto da potersi dire che il dato lessicale, grammaticale e fonetico rappresenta già di per sé sostanza, materia e argomento implicito della trama. Si aggiungano, pensando al cambio di titolo dato da Ruccello alla sua drammaturgia (da Mamma a Mamme, forse per disarticolare e rendere cangiante l'iconicità della figura materna, operando per variazione e per caratterizzazione molteplice) i sentimenti (patetico-drammatici, comici, tragici) che diventano il campo d’indagine sul femminile e su questa città-femmina, ventrale e mestruale che è Napoli.
Il primo testo risente della tradizione del cuntismo di Giovanbattista Basile e della musicalità teatralizzata di Roberto De Simone e narra fiabe da repertorio popolare, Pentameroniche mi viene da scrivere ed infatti Roberta Frascati, entrando in scena con un canto dolce e doloroso assieme, rivela la sacralità oscura della donna, il suo essere sì la Madonna ma una Madonna nera, con il volto bianco pallido dalle gote rosse (volto teatrale nel suo darsi), quasi come fosse una maschera, un idioma, un typos. Inginocchiatasi davanti a un altare scenograficamente abbozzato, simile a un podio più che ad un elemento sacrale, strisciando di spalle su un tappeto rosso, che è scia di sangue e segno del dolore che investe e investirà ogni donna/ogni mamma di quest'opera, si avvicina a vecchia sedia di legno e di paglia ed, incorniciandosi il viso perché sia attivata una frontalità testimoniale che sarà caratteristica comune poi a tutte, narra i cunti Catirinella e il principe serpente, Miezzoculillo, Il re dei Piriti, scritture in vernacolo, narrazioni versificate e cantilenanti in cui ad essere protagoniste sono figlie: donne, partorite da donne, dette dunque da una donna. Con il canto, elemento di legame tra le quattro storie, entra la prima Maria, Maria di Carmelo, che racconta di sacro e profano, di velati “inciuci” tipici dei conventi e di simboli televisivi a cui le donne aspirano e per il cui mancato raggiungimento poi soffrono. Questo secondo monologo è come se mi trascinasse in un'atmosfera ulteriore e più aderente ancora alla natura ed al senso complessivo del testo mostrandomi la donna-oggetto e vittima delle convenzioni sociali e commerciali: tema che torna e in qualche maniera si completa successivamente, in e con un andare e venire (un entri-ed-esci scenico) che non ha fratture, pause, momenti di vuoto o di stasi: una s'aggiunge e/o sotituisce l'altra, prima d'essere sparire a sua volta.
Il mal di denti è il lamento della terza donna che vede consumare davanti ai suoi occhi il suicidio della figlia, dopo averla incolpata per essere rimasta incinta a causa dell’amore acerbo, inevitabile e incosciente per un ragazzo di un rango sociale più basso. La donna/mamma è oppressa dal giudizio della società e soprattutto della gente del proprio nucleo sociale d'appartenenza: la sofferenza intima, direi quasi intestina, budellare e ventrale, viene somatizzata e metaforizzata nel mal di denti mentre la preoccupazione, questo peso determinato dagli occhi e dalle voci della gente, viene “punita” con la morte della figlia: tragedia, si direbbe, che diventa tragicommedia, se rifletto adesso sulla compresenza paradossale (quasi pirandelliana) di riso e di lacrime, di allegrezza momentanea e dolore, di ilarità e dissipazione, sventura, perdita. È propio in questa coabitazione d'allegro e drammatico che altra napoletanità si manifesta: questa nostra abitudine a trovare un lembo di sole nel buio, il caldo nel freddo, qualcosa dal nulla: anche in una situazione nella quale il pudore, indotto dal contesto, mortifica e silenzia fino a reprimere gli affetti più veri, i più stretti legami del sangue. Ed ecco, poi, che si avvicina la mamma della Telefonata con una canzone d’entrata che − tra gossip e telenovele, mentre è intenta a lucidare nervosamente una sedia − alza la testa verso il pubblico per lamentarsi della negligenza dei suoi molti figli. Qui la caratteristica della donna/Madonna è nella posizione assunta sull’altare assieme al bambolotto-Gesù: simile a una statua di chiesa, identica agli artisti di strada che, col volto imbiancato ed il corpo immobile in posa, della statua imitano l'imperturbabilità apparente, la marmorea fissità immutabile. E come si chiudono questi monologhi che le quattro attrici-registe (la loro, mi sembra, una scrittura scenica in atto) hanno legato tra loro sapientemente, riuscendo a mantenere così l’unicità dei quattro atti posti in successione da Ruccello? Come è previsto dall'autore ovvero con lo scoppio del terremoto dell’Ottanta: evento naturale, distuttivo e catartico, frattura che resta e non si ripiana e che vanifica tutti gli affanni, tutti i rimproveri, tutte le preoccupazioni in quanto anche le mamme/Madonne − soggette a una forza scatenante della natura ovvero ad prorompente flusso di realtà che spazza e devasta, rendendo misero e piccolo ciò che sembrava grande e imponente: fa cioè minimali, come da titolo, quello che appariva assoluto − decadono, non trasformate ma come annientate: facendo scaturire un sorriso che, ancora una volta, ha il retrogusto amaro del pianto ed un pianto che, di nuovo, muove il volto a formare un sorriso. Così per un attimo. Lungo. Poi iniziano gli applausi.

 

 

 

Suggestioni all’Imbrunire 2016
Mamma, piccole tragedie minimali
di
Annibale Ruccello
a cura di Michele Vitolini
regia Matremo Teatro – Sagome
con Roberta Frascati, Angela Garofalo, Monica Palomby, Caterina Di Matteo
lingua napoletano, italiano
durata
1h
Napoli, Teatro Pausilypon, 5 giugno 2016
in scena 5 giugno 2016 (data unica)

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