“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Giovedì, 09 Giugno 2016 00:00

Le riserve della memoria

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Il cinema come un grande specchio dipinto, rubando la definizione ad Ettore Scola è la prima immagine con cui cerchiamo vagamente di definire quel concentrato di visioni in un unico ininterrotto pianosequenza che compone – insieme all’azione teatrale – MM&M di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti.

Il grande specchio dipinto istoria una biografia – o meglio un’autobiografia – il cui gioco giocato consiste in una sovrapposizione dei piani e delle visioni, al fine di instillare un germe “riflessivo” (termine qui utilizzabile in maniera ambivalente) sul rapporto fra vita e scena, fra memoria e azione, fra identità e proiezione. È MM&M un impasto composito di medialità e carne, che si offre per farsi scrutare, per darsi all’occhio curioso, quasi morboso e voyeuristico dello spettatore in una forma che sovrappone in sfumata dissolvenza cinema e vita, facendone teatro e visione in un ibrido sistema che incrocia i piani, li sovrappone, li mischia, disegna per immagini e parole storie e sensazioni vissute e riversate nel presente, prodotto di ciò che è stato, che si mostra e si consuma in diretta.
Per assistere a MM&M veniamo dotati di un apparecchio audio munito di cuffie: segnale dichiarato, stiamo per assistere ad uno spettacolo “mediato”, che instaura un diaframma intermedio tra sé e lo spettatore, come a stabilire un filtro; quel che vediamo è invece un impasto di carne e celluloide, di vita e proiezione. Siamo (anche) i film che vediamo, che segnano la nostra vita, la istoriano e talvolta la riproducono; così Psycho può essere una psicosi che riviviamo mutatis mutandis e Biancaneve un trauma che associamo a un ricordo devastante e luttuoso.
In scena c’è Roberta Bosetti e c’è un tavolo ingombro: locandine di vecchi film, un mappamondo, delle mele che sentiremo addentare come se fossero morse a due dita dai nostri padiglioni auricolari, una scatola di Quetiapina a suggerire che qualcosa di inquieto striscia sottile; dall’altra parte del tavolo Renato Cuocolo ci dà le spalle mentre dirige una piccola telecamera all’intorno: su Roberta Bosetti, sul tavolo, indugia sui dettagli, su un paio di forbici, sulle mele, sul mappamondo; vediamo quel che il suo occhio vede e filma proiettato sul fondo, mentre ascoltiamo Roberta Bosetti nel racconto di una vita, scandito da giorni sommati a giorni in un computo complessivo e progressivo che non conta gli anni, ma le singole unità quotidiane che li compongono, quei singoli giorni che si legano ad un evento significativo, che s’imprimono nella memoria come i fotogrammi dei film che amiamo, dei film in cui ci rivediamo. E che concorrono a comporre il film che viviamo e interpretiamo ogni giorno: ci parla di sé, Roberta, attraverso il cinema che ha vissuto da spettatrice, che ha costellato la propria vita, il film che Roberta bambina guardava mentre in una stanza accanto suo padre cessava di vivere, perché ci sta parlando di sé Roberta, sgombrando il campo preventivamente da dubbi: “Sono Roberta Bosetti e questa è la mia voce”, ci dice in esergo prima che quella voce ci parli di Woody Allen, Alfred Hitchcock, Gloria Swanson e Barbara Stanwyck, prima ancora che ci racconti dell’infanzia a Vercelli in una casa a tre piani come quella di Anthony Perkins in Psycho. Ci offre la sua vita in visione, Roberta Bosetti, scavando nei fotogrammi dell’inconscio, col maieutico aiuto di Renato Cuocolo che di quello scavo dà ad un tempo scandaglio visivo e testimonianza attiva. Vediamo una vita e ci appassioniamo al suo racconto, vediamo un’attrice che vive e non recita, o forse che recita vivendo. C’è nell’atto performativo a cui assistiamo qualcosa che lo travalica, che va oltre il senso scenico della visione, perché la visione si intride di vita vissuta, è cinema, fiction, teatro, ma anche se non soprattutto vita, vita vera che consuma la propria morte in diretta, come solo il cinema sa raccontare, come solo il teatro sa rimandare.
In questa simbiosi di arti visive lo sguardo è rapito mentre quasi più non ti accorgi di avere degli auricolari infilati ad estraniarti dal mondo per farti entrare in un mondo; vedi questo corpo al di là del tavolo, lo ascolti, lo “senti” come fosse anima nuda di donna, di attrice, di “persona” nel più etimologico dei sensi (e Persona di Bergman figura non a caso tra le pellicole evocate). La vedi, la ascolti, la senti... e alla fine non puoi far altro che applaudire.
Ed è un applauso in cui senti di condensare un apprezzamento complessivo per tutta questa rassegna che con Cuocolo/Bosetti conclude la sua prima stagione; una rassegna con cui Vincenzo Albano ha portato in Campania tanto teatro di qualità che in Campania ancora non era stato. Necessaria una riflessione sulla bontà di un lavoro svolto, necessaria e amara la constatazione di quanto una simile opera benemerita, condotta con acume e competenza, non goda di un adeguato supporto istituzionale e non venga, non dico incoraggiata, sostenuta o addirittura coccolata, ma quantomeno non messa in condizione di fare i conti con la propria stessa possibilità di sopravvivere e perdurare.

 

 

 

 

MutaVerso
MM&M (Movies, Monstrosities and Masks)
(tredicesima parte di Interior Sites Project)
di Renato Cuocolo, Roberta Bosetti
regia Renato Cuocolo
con Roberta Bosetti, Renato Cuocolo
produzione Compagnia Cuocolo/Bosetti, IRAA Theatre
paese Italia, Australia
lingua italiano
durata 1h 5’
Salerno, Sala Pasolini, 27 maggio 2016
in scena 27 maggio 2016 (data unica)

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