"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 20 Maggio 2016 00:00

Una cartolina dal deserto

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Alla Sala Assoli di Napoli è andata in scena la pièce – già di grande successo, non solo nazionale – della Compagnia Scimone Sframeli, Il cortile. Assiepati all’entrata del teatro sotto una gran pioggia, a vedere lo spettacolo – anticipato di due ore a causa del finale di stagione del Napoli – numerosi gli spettatori, tra cui non mancherà qualche telefonino lasciato libero di squillare durante la rappresentazione ed ironicamente evidenziato in scena dal bravo Sframeli.

Si entra nel teatro e la scena è spoglia, ridotta all’essenziale, più spoglia della discarica che vuole rappresentare: una vecchia, logora sedia girevole su un contenitore di lamiera, la parte anteriore di una motocicletta ‘scassata’, appoggiata a un mobiletto con i piedi rotti e, dietro, reclinata, una struttura di ferro che doveva recare un tempo una scritta luminosa – di cui è rimasta solo una lettera – che funge da attaccapanni per una giacca macchiata e da scala che non porta da nessuna parte.
Peppe (Francesco Sframeli) è seduto sulla poltroncina, da cui non può alzarsi se non aiutato e sorretto, una scarpa a un piede e l’altro senza, con un calzino che spunta lungo e sporco, mangiucchiato dai topi, ad accogliere Tano (Spiro Scimone) che porta con sé un sacco: “Quanto tempo è passato, mesi, anni, nessuna parola in questi anni, solo rumori per muovere la lingua” – esordisce Peppe, che racconta all’altro che ormai il posto è frequentato solo da un topo, che diventa sempre più grosso, che prima gli voleva bene, ma che ora invece viene soltanto per mangiare...
È questo ‘il cortile’, dove i due uomini-reietti vivono e rivivono attraverso i discorsi, la parola, “la lingua”, strazianti piccoli atti di vita quotidiana di una società ridotta all’osso? Oppure ‘il cortile’ è quello fuori, quel fuori da dove arriva Tano con il suo sacco pieno, riempito però soltanto delle cose essenziali?
La regia mette in scena un testo grottesco, dai tratti parossistici, in grado di far emergere la nuda vita, in cui la vita quanto più spoglia ed essenziale tanto più rivela la sua emergenza: un testo che sente fortemente il bisogno, l’urgenza, il dovere di parlare: “Cosa aspetti a parlare, qui devi parlare per quelli che non possono”. In un mondo dove chi possiede da mangiare chiude le porte al mondo, dove “non conviene più camminare, ma strisciare come un verme”, proprio ai due abitanti della discarica arriverà la richiesta di aiuto – un grido, inutile perché “anche se gridi non ti ascoltano” – di Uno (Gianluca Cesale), disperato morto di fame che si aggiunge di tanto in tanto alla compagnia chiedendo ogni volta (e ottenendo) quel cibo che è conservato nel sacco, tra le altre cose: un tozzo di pane verde di muffa. In fondo, il fine dei nostri personaggi sarà proprio quello di “vuotare il sacco”, fino alla fine, fino al buio; perché, quando l’abitudine non ti fa più avvertire il sapore e la puzza di fogna e di sangue raggrumato, quando ti hanno tolto tutto, lasciandoti solo la voce, allora – come dice Tano – “non voglio più digerire, voglio anche vomitare”.
Più che un atto di accusa, il dramma dà voce e corpo alla solitudine e al dolore di figure deformate dalla/della società ed appare come un’esplicita affermazione del valore della testimonianza, della parola che cerca di restituire presenza a ciò che è sbadatamente marginale, di squassare il silenzio, la disattenzione abitudinaria e assuefatta, il deserto di un’umanità lontana da se stessa, ridotta a brandelli di carne ed ossa da offrire in cambio della sopravvivenza. Eppure in questa testimonianza la parola, così spesso tremenda per ciò che racconta, non cede mai alla commiserazione, di sé e degli altri, anzi la rifiuta: infatti la scena esprime, al contempo, continuamente, attraverso ripetuti piccoli gesti e racconti, il tentativo giocoso di ricostituire affetti, ricomporre attenzioni, ritrovare o inventare gioie mancanti, sottratte o svanite. Così, vediamo che dal corpo seduto, immobilizzato da una ignota degenerazione fisica e ridotto a chiedere aiuto per svolgere anche le più elementari funzioni (immagine di quella umanità a brandelli), emerge lo sguardo magnetico, ipnotico di Sframeli che riesce ad essere, di volta in volta – terribilmente – curioso, dolce o straniante, come ad affermare una vitalità inaspettata, non piegata dal dolore: ne scaturisce un riso sarcastico, caricaturale, che celebra lo sforzo di non rassegnarsi ma, anzi, di affermare, proprio tra i resti di quella realtà desolante, nonostante tutto, la poesia, la vita con la sua bellezza fragile e bisognosa di cura.

 

 

 

 

 

Il cortile
di Spiro Scimone
regia Valerio Binasco
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale
scene e costumi Titina Maselli
disegno luci Beatrice Ficalbi
regista assistente Leonardo Pischedda
assistente scene e costumi Barbara Bessi
direttore tecnico Santo Pinizzotto
foto di scena Marco Caselli Nirmal
produzione Compagnia Scimone/Sframeli
in collaborazione con Fondazione Orestiadi Gibellina, Festival d’Automne à Paris, Kunsten Festival des Arts de Bruxelles, Théâtre Garonne de Toulouse
lingua italiano
durata 50'
Napoli, Sala Assoli, 14 maggio 2016
in scena 14 maggio 2016 (data unica)

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