“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 14 Maggio 2016 00:00

Il teatro, moltiplicatore di vite

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Inizialmente sul palco del teatro dell’Ex Asilo Filangieri si contano una decina di uomini e donne vestiti elegantemente di nero che portano delle sedie. Sembra debbano sedersi, ma in realtà, non appena le poggiano a terra, riprendono nuovamente a muoversi seguendo percorsi curvilinei. Ogni tanto uno di questi attori sembra sedersi nel silenzio e nell’immobilità di tutti gli altri, ma un segno di insofferenza o una smorfia di disappunto lo fanno desistere e quindi riprende il moto circolare, assolutamente non uniforme.

Gli attori sulla scena sono più di dieci e appartengono a diverse età: dal bambino all’uomo canuto. Chi ha una valigia, chi ha un oggetto, tutti entrano in scena e si mescolano al moto degli altri attori. Una voce fuori campo racconta di uno scrittore che si vede sulla scena che scrive storie che nessuno pubblica. Questi telefona alla casa editrice e una di quelle voci registrate sembra farsi continuamente beffe di lui non passandogli mai chi realmente desidera. Le telefonate si intrecciano agli attori che sul palco mimano il traffico di una qualsiasi città super-urbanizzata, mentre altri attori si compongono in un nucleo familiare con un padre che mostra gesti di affetto al figlio, portato via poi dalla madre. Vi sono storie di emarginazione di varia natura, come quella della donna stramba delle pulizie che le colleghe giovani allontanano rifiutandosi di pranzare con lei. Ci sono i migranti dalla Libia che arrivano accompagnati dal rumore delle onde del mare. Compaiono Hollande, Merkel e Renzi, intrepretati da attori che portano le loro maschere sul viso, che arrivano nella parte centrale del palco, si fermano immobili e poi vanno via. Scene di seduzione tra un uomo e una donna che si limitano ad uno sguardo indifferente, seduti di fronte, con l’uomo che inizia a sfilarsi una serie innumerevole di calzini infilati uno sull’altro. Incompiutezza, lentezza e frenesia, accompagnamento musicale eterogeneo: dalla musica sacra a Charles Aznavour, unite alle composizioni originali di Carlo Faiello. In pieno moto scenico, ci saranno morti coperti da lenzuola bianche, poi l’assassino dell’editore per opera dello scrittore che si ritrova una pistola d’oro e riesce ad arrivare alla sua scrivania, non prima di aver immaginato marinai che sognano sirene, uomini e donne che fanno le bolle di sapone.
Tutto questo e molto di più, compongono i quaranta minuti di spettacolo di Giuseppe Sollazzo presentato in anteprima come assaggio di Lettere di uno stolto agli scienziati del mondo. Appunti per uno spettacolo in divenire che ad ottobre sarà presentato al Théâtre du Nord-Ouest a Parigi, diretto dal critico de Le Figaro Jean Jeener. In quell’occasione gli attori saranno francesi e lavoreranno assieme ad alcuni degli interpreti che si sono visti sul palco in questa anteprima napoletana, selezionati dal laboratorio aperto “Guardare il dito e non la luna”.
Il regista Sollazzo non è nuovo a queste messe in scena con numerosi attori e dalle pochissime battute; suo è stato − ad esempio − uno degli spettacoli più interessanti visti dalla scrivente nell’edizione del 2014 del Napoli Teatro Festival Italia che si intitolava
Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti. In quella pièce trenta attori di varie nazionalità avevano dato vita ad un puzzle dell’esistenza che raccontava, attraverso lo stesso intenso movimento scenico, il linguaggio gestuale e corporeo, le loro vite effimere fatte di sogni e di ricordi, diventando così uno spaccato d’umanità che respira, agisce, si muove incontrandosi continuamente con il mondo dell’altro senza mai dire una sola parola di senso compiuto. In quello spettacolo poche frasi dette alla fine da due ragazzi che si incontrano e che si fanno la domanda più significativa: come ti chiami?
Rispetto alla messinscena del 2014,
Lettere di uno stolto agli scienziati del mondo appare opera più ricca di parola scenica e di voci fuori campo, seppure sempre molto condensate in una vocazione complessivamente ermetica. Anche se la performance è stata breve, si sono evidenziati spunti di riflessione sull’emarginazione e sulla difficoltà dell’integrazione del "diverso", oltre ad idee registiche intelligenti e originali.
Non resta che andare a Parigi a vedere l’opera completa, oppure aspettare e sperare che appaia qui a Napoli.

 

 

 


Lettere di uno stolto agli scienziati del mondo. Appunti per uno spettacolo in divenire
di
Giuseppe Sollazzo
regia e drammaturgia Giuseppe Sollazzo
con Antonella Albanese, Marco Ciccarelli, Astrid Crecchia, Gabriele D’Acquino, Stefania Esposito, Lisa Imperatore, Angelo Matarazzo, Vincenzo Merolla, Fortuna Montariello, Massimo Nota, Gianluca Passarelli, Rosa Pelliccia, Michele Romeo di Tuosto, Carla Salinardi, Antonino Scialdone
assistente alla regia Maria Elena Arpaia
musiche originali Carlo Faiello
elementi scenici Massimo Nota
costumi Renato Delehaye, Francesco Davide
luci L'Asilo
fonica Giuseppe Caliendo
sartoria Lorenzo Zambrano
un progetto di Associazione Jules Renard, L'Asilo
durata 40’
Napoli, L'Asilo, 5 maggio 2016
in scena 5 maggio 2016 (data unica) 

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