“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Venerdì, 06 Maggio 2016 00:00

Storia del killer che ti ammazzò di risate

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È un epilogo d’aprile in cui il vento, freddino anziché no, spazza le strade di Lecce smorzando il tepore primaverile; per le vie del centro il tramonto riverbera corrusco su muri dal colore tufaceo. In questo scenario è immerso il Teatro Paisiello, di fattura ottocentesca, col suo palco come sospeso su un fossato e la sua platea incorniciata da quattro ordini di palchi disposti a ferro di cavallo. È qui che abbiamo appuntamento con un killer...

Sul palco una ventina di lampadine incorniciano un perimetro rettangolare illuminato di luce rossastra. Appena al di fuori un microfono inastato. Di lì in poi tutto quello che accade è un sovvertimento di quel che parrebbe ovvio e naturale: si annuncia un concerto jazz che non ci sarà e assisteremo a un “fuori programma” che sarà invece lo spettacolo.
Sovvertimento che ha il sapore della metateatralità spinta: Psycho Killer è uno strambotto di ironie continue, che però sotto la patina esteriore del divertissement comico-pulp cela un denso senso metaforico, una riflessione, pure amara, sull’attore, sull’uomo di teatro, sull’artista in genere; Psycho Killer lo puoi guardare anche fermandoti alla superficie e limitandoti a portarti a casa un’ora di divertimento costruito per iperboli e lazzi, ma elideresti la sua anima, la sua parte più bella e più pura, che è quella di un monologo interattivo in cui l‘essenza teatrale si mette a nudo e si consegna al pubblico, pur senza rinunciare alla rivendicazione e all’invettiva.
Viaggio a tutto tondo intorno all’universo dell’attore, Psycho Killer dilata lo spazio scenico allargandolo a tutta la platea, così abbattendo qualunque diaframma fra al di qua e al di là del palco. Ippolito Chiarello, in completo scuro con sgargiante camicia rossa, in puro stile gangster movie, è eccellente mattatore che trasfonde nel suo killer psicotico l’essenza dell’attore – e più in generale dell’uomo – contemporaneo. Infarcendo di riferimenti e citazioni il suo delirio psicotico – citazioni che vanno dal killer sentimentale di Luis Sepúlveda ad un fottio di citazioni cinematografiche (Apocalypse Now, Blade Runner, C’era una volta in America, Via col vento, Highlander, Forrest Gump), passando per riferimenti teatrali più o meno espliciti (dalla maledizione che aleggia intorno al Macbeth per arrivare a Pina Bausch e Carmelo Bene), Chiarello imbocca, non senza una maliconia di fondo appena percettibile, la deriva desolante del nostro tempo, fatto di tv spazzatura e talk-show che spettacolarizzano il dolore, in cui esisti se vai in televisione; paradosso di un killer in cerca d’attenzione come un personaggio in cerca d’autore, che ammazza per bisogno che ci si accorga che esiste, che se ne accorga una donna che non è più sua e forse non lo è mai stata, che se ne accorga un pubblico che non è il suo e che forse non lo sarebbe mai stato se egli non l’avesse preso in ostaggio armi in pugno e sparacchiando all’impazzata all’interno di un teatro.
La costruzione scenica per rimandi e citazioni, l’attraversamento di tutto lo spazio scenico ed extra-scenico, la ripetizione ciclica di un ingresso anaforico, come se lo spettacolo ricominciasse ogni volta daccapo, i continui rimandi alla teatralità (“troppo teatro... contemporaneo: uno parla e il pubblico contemporaneamente non capisce un cazzo”, “io dovevo fare l’attore... non l’assassino”), la presenza del sassofonista in centro scena e il coinvolgimento del tecnico nei dialoghi, sono tutti elementi che concorrono a fare di Psycho Killer un’opera in cui il teatro parla di sé mostrandosi al pubblico, mostrando il suo ripetersi ogni sera ad ogni replica, mostrando la sostanza viva che lo compone, mostrando il proprio sostrato culturale e carnale; Ippolito Chiarello si muove in lungo e in largo sul palco, attorno alla platea, dialoga con gli spettatori, ne cerca l’interlocuzione, esce nel foyer e rientra in teatro, eppure non occupa mai, se non per pochi momenti di passaggio, lo spazio rettangolare in centro d’assito, quello deputato ad essere fulcro d’attenzione: sembra così volerci comunicare che non stiamo assistendo ad uno spettacolo, messinscena ridanciana di una pantomima “pulpeggiante”, ma ad una riflessione in forma scenica che travalica la scena, scardina le coordinate convenzionali di un rapporto tradizionale attore/spettatore per conglobarci in un sistema unico di cui tutti noi facciamo parte e che in un gioco di scatole concentriche vede il microcosmo teatrale essere parte di un macrocosmo artistico (e più in generale mediatico) che riproduce a scalare dinamiche identiche che fagocitano e reprimono e che – fagocitando e reprimendo – possono suscitare reazione psicotica.
Si finisce prigionieri di un assassino che è lo specchio di noi stessi, noi stessi che come il serial killer psicotico siamo altrettanto assassini dei nostri “sogni interrotti”, interrotti dai consigli per gli acquisti e distratti da sogni che fanno vivere meglio.
L’humour noir che pervade tutta la messinscena non è che la doratura zuccherina che rende meno amara, addirittura gustosa, la pillola da ingerire: sorridi e ridi di gusto mentre ti accorgi "piano piano, poco poco" – come direbbe il Marzullo pure evocato – che sei anche tu vittima del killeraggio mediatico. Perché al di là dell’ammicco di facciata, Psycho Killer ti resta dentro come un monito severo sullo stato di un’arte ostaggio della convenzionalità e del luogo comune, la cui ribellione può essere fomentata solo da uno schizzo di follia.
Esci da teatro che il buio ha spazzato via qualunque residuo del già timido tepore che avevi lasciato all’imbrunire, ma esci sentendo dentro il calore di un incontro con un killer che, a colpi di revolver, ha saputo scaldarti il cuore, andando al cuore del gioco teatrale.

 

 

 

 

Psycho Killer – Quanto mi dai se ti uccido?
di
Ippolito Chiarello, Walter Spennato
regia, scene e luci Michelangelo Campanale
con Ippolito Chiarello
sax Raffaele Casarano
alla tecnica e alla chitarra Michelangelo Volpe
foto di scena Eliana Manca
produzione Compagnia La Luna nel Letto, Associazione Culturale Tra il dire e il fare
in coproduzione con Nasca Teatri Di Terra
lingua italiano
durata 1h
Lecce, Teatro Paisiello, 29 aprile 2016
in scena 29 aprile 2016 (data unica)

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