"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 11 Marzo 2013 20:21

Daria Bignardi, acustica perfetta

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“Le infinite volte che avevo ripensato a quel pomeriggio, chiedendomi cosa avrei potuto fare per convincere Sara a non lasciarmi”.
Arno, sedicenne, ama Sara, una ragazza strana, conosciuta per caso in un posto di villeggiatura, diversa, malinconica, una che mentre lui tenta un timido approccio amoroso gli dice: “Mi piacciono gli amori infelici”. Lui prende la bicicletta e la raggiunge sempre, che il disamore a volte vale più di un amore conclamato. Soprattutto tra due sedicenni.
Finita la vacanza, è varcata la linea d'ombra della adolescenza.

I due non si incontrano per sedici anni. In questo lungo lasso di tempo, Arno lavora come violoncellista alla Scala di Milano. Uomo pignolo, metodico, di quelli che prendono il caffè con due bustine di zucchero e intanto hanno riposto il cuore in soffitta. Ritrova Sara, dopo un mucchio di anni, appunto; sempre più disperata, come se avesse subito una ferita profonda, acuita dalle intemperanze adolescenziali che hanno resistito al tempo.
Sara accetta l’amore di Arno. Si sposano, hanno dei figli, vivacchiano nella routine dei giorni che passano, in modo fin troppo ordinato. Sara si dedica ai figli, ma sembra distratta, assente. Arno non si accorge che tutto sta per andare in frantumi. Eppure lui è un tipo da “acustica perfetta”, ricerca l’armonia, nella vita, e la trova, nel lavoro.
Sara un giorno, prima di Natale, semplicemente sparisce. Abbandona figli e marito. Un misero biglietto: “Voglio stare sola, ho bisogno di tempo”. Arno non recepisce, al momento, quanto il loro matrimonio sia stato devastato dai silenzi e dalle piccole incomprensioni quotidiane. Un baratro di incomunicabilità li ha divisi.  Arno, l’uomo dall’acustica perfetta, non ha sentito nulla, non ha soprattutto compreso l'infelicità diaccia di Sara.
Dopo due opere di grande successo, Non vi lascerò orfani, del 2009, e Un Karma Pesante, del 2011, questo terzo romanzo, L’acustica perfetta, risulta essere, per Daria Bignardi, il più sofferto. Il lettore può amare o meno il protagonista principale, Arno, che ha un carattere a volte cupo a volte solare, ma la storia passa tutto da lui, dai moti del cuore di un violoncellista di successo.
La scrittura di Daria Bignardi riesce a creare una rara alchimia fra leggibilità e ricercatezza stilistica.
L’autrice è “mozartiana” – leggera, armoniosa, semplice – ma quando scandaglia le debolezze del matrimonio sa farsi lucida e crudele. Leonetta Bentivoglio, saggista esperta in musica e danza, in un articolo pubblicato su La Repubblica sostiene, non a torto, che il sottotitolo del libro della Bignardi potrebbe essere “Scene da un matrimonio” in riferimento a Bergman.
C’è qualcosa di nervoso, di nostalgico in questa storia di amore caduco; l'affetto familiare passa, purtroppo, nei silenzi degli uomini che pensano solo al lavoro.

 

 

 

Daria Bignardi
L'acustica perfetta
Mondadori, Milano, 2012
pp. 200

 

 

 

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