“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Lunedì, 18 Aprile 2016 00:00

A teatro sulle tracce di Lenòr

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"Il gran mare di teste. Abbassando gli occhi coglie, in dettaglio, visi di uomini, donne, ragazzi. […] Tutti mortificati, obbedienti, all’ordine del prete. Come ragazzini. Di lì a poco si sparpaglieranno in mille direzioni. Sulla sabbia della Marinella, verso Santa Lucia, a Toledo, per rosicchiare spassatiempi, inghiottire frutti di mare, sbocconcellare pollanchelle. O a guardare il paesaggio, a cercarsi un posto per la notte. Le donne si rificcheranno nei bassi lerci, puzzolenti, a sfacchinare, sudare. Domani avranno già scordato quanto succede adesso: ora, però, si stanno divertendo, innocenti e crudeli come infanzia. Ma siamo tutti infanzia: questi qui, noi che moriamo, il re, la regina… Quante assurdità, meu Deus! Servirà, poi ricordare queste cose?".
(Il resto di niente, Enzo Striano)

                                                                                                                    
Napoli è forse la città – “universo mondo”, per dirla alla Moscato − più rappresentata, scritta, raccontata e attraversata nella storia della letteratura, del cinema, del teatro, dell’arte. Spesso ci si limita a guardarla attraverso filtri e lenti deformanti, e molto gioca, in questo, l’impossibilità (emotiva) di avere uno sguardo esterno, non devoto, non affezionato, nei confronti di ciò che è oggi, o di ciò che è stato.
Il resto di niente (1986) è un romanzo prezioso, proprio perché Striano, autore semi-sommerso (molto di ciò che ha scritto resta inedito o non più pubblicato), tra le varie raffinate operazioni messe in campo tra le sue pagine ammalianti, fa una de-narrazione, tra ricostruzione storica e libera invenzione, di vicende cruciali per questa città, di cui infine ci consegna una complessa, originale e sicuramente disincantata rappresentazione. Interessante, dunque, la scelta di trasporre il romanzo a teatro, laddove, a parte Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico (Enzo Moscato, 2001), la Rivoluzione Partenopea del 1799 non è quasi mai approdata in forme compiute.
Seguendo le direttive degli Stabili nazionali di dedicare parte della programmazione agli autori (locali) contemporanei, da febbraio ad aprile il Ridotto del Mercadante ha ospitato Inizio, sviluppo e fine di donna Lionora, una trilogia su Il resto di niente affidata a tre diverse registe che hanno curato i vari movimenti in cui la storia è stata, metastasianamente, tripartita. Ognuna col suo taglio diverso ha dato luce e voce a una fase del romanzo e della vita della sua protagonista, Eleonora Pimentel Fonseca, detta Lenòr, marchesa portoghese, di adozione napoletana, donna dalla tempra audace: aderì alla Repubblica Partenopea del 1799, fu fondatrice de Il monitore napoletano e infine martire dei fasti di Piazza Mercato.
Scelte diverse, nell’allestimento, attrici e attori con due punti in comune: l’adattamento curato da Maurizio Braucci (drammaturgo e sceneggiatore cinematografico) e un low budget. Impossibile e, per certi versi, meglio così, fare un “mega allestimento” del romanzo storico, che ha lasciato il posto a messe in scene da un impianto semplice e minimale.
Notevoli e molto creativi gli elementi del primo movimento diretto da Sarasole Notarbartolo che, oltre ad affidare il ruolo di una giovanissima Lenòr alla cantante Floriana Cangiano (piacevolemente in parte), ha portato in scena una Napoli di fine ‘700 di misteri di ombre cinesi e immaginifiche distese di china proiettate sul fondo della scena, facendo letteralmente sbocciare la poesia della scrittura di Striano. Teresa Saponangelo è stata Lenòr negli altri due episodi: statico e un po’ di maniera il secondo, con la regia di Alessandra Felli, in cui la questione di genere, centrale nella figura della protagonista del romanzo, esplode. Nel particolare humus socio-culturale di Napoli dell’epoca − una città abitata da Filangieri, Cuoco, Genovesi e alcuni degli intellettuali più importanti del secolo – “Lionora” è una donna sui generis: una “litterata”, che non va in chiesa e non cucina, e che sfida gli uomini e il loro dominio sulla Storia. Nel terzo e ultimo episodio, il più interessante quanto amaro, la bravura della Saponangelo è risaltata grazie a un notevole affiancamento che ha riportato la storia a una dimensione più verace e fedele alla scrittura multistratica e plurilinguistica del romanzo costruito sull’accumulazione e la sovrapposizione di italiano, napoletano, spagnolo e francese: in scena con lei, Flora Faliti e Anna Patierno, attrici non professioniste provenienti da un laboratorio teatrale con le donne di Forcella curato da Alessandra Asuni e Marina Rippa, qui irresistibili nei ruoli di popolane filo giacobine, suore carceriere e poi sanfediste.
La trilogia, seguita da un pubblico vario e – giustamente – anche da molte scolaresche, oltre a essere stimolante dal punto di vista della  struttura e della scomposizione seriale – ben riuscita – di un testo narrativo in teatro, offre alcuni importanti spunti di riflessione, ripresi in una breve chiacchierata con Maurizio Braucci.
Partiamo dal rapporto con il romanzo: non si è trattato di riscrittura ma di un adattamento che va nella precisa direzione di rispettare la ricerca di Striano che, a sua volta, "non teorizza ma mostra". Un’altra spinta è stata quella di riportare il romanzo alla sua originarietà, spogliarlo da letture fuorvianti e di parte che riducono la complessità del testo a una facile lettura che individua nel popolo il maggiore responsabile dell’implosione della rivoluzione del ‘99. "Se diamo la colpa del fallimento della Repubblica Partenopea solo ai lazzari, ci autoassolviamo. Sovvertire la metafora del tradimento del popolo significa parlare alla contemporaneità". La trilogia, in più parti, sembra infatti guardare con insistenza al presente: dai giacobini che, saliti al potere fanno fuori tutta la classe dirigente precedente, alla figura cruciale della protagonista. "Ho cercato di operare un lavoro di racconto che fosse all’altezza di Lenòr, la prima grande cronista politica italiana, bloccata dalle imparità di genere: un’intellettuale che lotta e presagisce il ruolo (pratico) della cultura nella rivoluzione (in tutta la terza parte del romanzo s’insiste molto su questo concetto, che poi trova eco anche nella messa in scena) ma è sola, contro una borghesia astratta e autoreferenziale".
Braucci parla di una (sacrosanta) "impossibilità di riscrivere ogni opera, ma del semplice piacere di mettersi a servizio del romanzo e, quindi, dello spettatore che in questo modo può farsi un’idea di Napoli che non sia emozionale o astratta". In poche parole, il compito del dramaturg, figura semi sconosciuta nel panorama del teatro italiano. Affidare l’adattamento di un testo a un drammaturgo/co-autore, anziché direttamente a un regista – questa è una rara occasione, che non capita quasi mai − presuppone una relazione responsabile con il testo e con il pubblico, oltre al liberare lo stesso regista da un ennesimo fardello, che spesso non è neanche in grado di caricarsi. E qui arriviamo a un punto focale: il teatro pubblico ha una responsabilità nel formare delle idee. Serve anche, soprattutto, a questo. Per dirla alla Lenòr: "Qua non s’è capito che la cosa più importante è educare il popolo, anche se è difficile. E questa sarà la linea, la battaglia principale del mio Monitore".
Chissà cosa direbbe oggi: dopo circa duecento anni, giriamo ancora attorno allo stesso punto.   

 

 

 

Inizio, sviluppo e fine di donna Lionora
liberamente ispirato a Il resto di niente
di Enzo Striano
drammaturgia Maurizio Braucci
produzione Teatro Stabile di Napoli
Napoli, Rodotto del Teatro Mercadante
in scena dal 18 febbraio al 17 aprile 2016


Inizio di donna Lionora
regia Sarasole Notarbartolo
con Floriana Cangiano, Stefano Ferraro, Irene Vecchia
costumi Gina Oliva
ombre Irene Vecchia
direttore di scena Domenico Pepe
assistente alla regia Riccardo Pisani

Sviluppo di donna Lionora
regia Alessandra Felli
con Teresa Saponangelo
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
musiche Francesco De Nigris
assistente alla regia Brunella De Laurentis

Fine di donna Lionora
regia Alessandra Cutolo
con Teresa Saponangelo, Vincenzo Nemolato, Flora Faliti, Anna Patierno
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
suono e fotoproiezioni Alessandro Innaro, Alessandro Papa
aiuto regia Daniela De Stasio
assistente alla regia Monica Costigliola

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