“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Sabato, 09 Aprile 2016 00:00

Sempre più giù

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Si apre il sipario e un uomo entra in una camera, posa la valigia, sistema le sue cose e indossa una vestaglia di un verde lucente. Ha l’aria rilassata e a primo acchito sembra si trovi in una stanza d’albergo. Un ritornello musicale accompagna l’inizio e si ripeterà costantemente ad ogni cambiamento di scena e sul finale, imponendosi nella mente dello spettatore. “Un caloroso benvenuto. La direzione, Professor Dati”: il signor Corte legge queste righe sorridendo e si compiace dell’ottima scelta del posto. In realtà ci accorgiamo subito dopo che si trova in una clinica specializzata nella cura del male da cui è affetto: una forma lieve, come tende a sottolineare all’infermiera che viene ad accoglierlo.

Presto scopriremo che l’ospedale è strutturato in più piani: ad ognuno sono assegnate le persone in funzione della gravità della loro malattia partendo dal settimo, il piano più alto destinato a quelli che “non si possono nemmeno definire ammalati”, scendendo via via verso i casi più seri. Quando Corte viene a conoscenza di questa “graduatoria” inizialmente si compiace di essere stato assegnato al piano più alto ma poi, vedendo che lo mandano sempre più giù, in lui cresce l’ansia e lo sgomento. La particolarità della divisione in settori delle persone, fedele al racconto di Buzzati a cui si ispira la commedia, mi dà un senso di solitudine e assenza di scambio: in compartimenti stagni vengono riposti gli esseri umani, categorizzati per la malattia che li ha invasi. Si vedrà che per il protagonista, man mano che scende, la possibilità di risalire è impossibile. Stare meglio rispetto ad un male terminale è un'illusione che questo strano edificio evidenzia, segnando nella discesa del personaggio l’aggravarsi della sua condizione.
Il modo di porsi che l’infermiera riserva al signor Giuseppe Corte è il primo dialogo a cui si assiste e che assomiglia di più alle attenzioni che si hanno verso un cliente che si reca in un luogo di relax: in questo avverto un modo di porsi nei confronti degli ammalati distante dall’attenzione che si dovrebbe avere nei confronti della malattia, più vicina ad un voler rendere meno dolorosa e affliggente la situazione; un modo che si rivela distante dalla realtà quasi in forma di negazione. I dialoghi che caratterizzano l’intera rappresentazione sono tutti centrati sullo stile di sketch comici e caricaturali: quelli tra medico e paziente e tra paziente ed infermiera. Paradossale il contrasto giocato per tutti i quarantacinque minuti tra l’ineluttabile destino a cui va incontro il paziente e l’atmosfera da cui è circondato: un’infermiera provocante, una un po’ impacciata e un’altra che si muove senza un briciolo di finezza; un medico posato e apparentemente competente, uno concentrato sulla musica che ascolta tramite le cuffie e un altro che si presenta trasandato con la camicia completamente sbottonata. Un contesto surreale e lontano da quello che dovrebbe appartenere alla professionalità e alla competenza del personale medico. Un contesto insomma estremizzato a voler forse indicare l’asimmetricità di relazione tra chi è ammalato e chi deve prendersene cura, come se chi detiene il potere della competenza medica, qualunque forma assuma, può fregiarsi della facoltà che gli concede la sua specializzazione. Giuseppe Corte infatti non dubita mai delle persone che lo tengono sotto osservazione, incurante del loro modo spesso bizzarro di porsi e presentarsi: fanno parte comunque della clinica tanto rinomata al cui nome ha scelto di affidarsi.
Questo contesto l’ho visto come la personificazione del destino beffardo che per tutti è già segnato, che si prende gioco di noi ridendo cinicamente alle nostre spalle. Inoltre mi ha suggerito la riflessione sull’incompetenza troppo spesso dilagante e che non tiene in conto che un utente è in primis una persona e in quanto tale merita umanità, trasparenza e rispetto nell’essere trattato. Le scuse con cui viene portato ai piani inferiori sono le più disparate: il piano che va in ferie per quindici giorni, la necessità di liberare la camera per una signora con bambini, un eczema che può essere curato solo al piano di sotto. Non si ha il coraggio di dire la verità, poiché troppo dura, e viene addolcita negandola. La malattia di cui parliamo non è nominata ma il trattamento con i raggi digamma fa capire che si tratta di un cancro, ciò che maggiormente oggi affligge le persone.
L’interpretazione di Salvatore D’Onofrio nei panni sventurati del paziente rende esplicite diverse emozioni e stati d’animo contrastanti che si provano rispetto ad uno stato patologico che conduce al decesso: la negazione iniziale e l’apparente tranquillità rispetto ad una forma di male transitorio, la preoccupazione successiva mascherata a fatica, il terrore e la disperazione verso la fine della vita. Egli così si presenta prima sorridente, rilassato e a suo agio e poi pian piano, in un crescendo, con espressioni del viso sempre più atterrite e con il corpo sudato, in preda ad incubi che disturbano il suo sonno, inerme verso un inesorabile fato e infine pallido e richiedente aiuto nell’avvicinarsi fisicamente ai medici con un grido disperato. Gli altri attori (Sara Bucaratu, Emanuele Cocozza, Pierpaolo De Pasquale, Ivan Iuliucci e Giovanna Maglio) nelle vesti delle diverse infermiere e dei medici che circolano nella lussuosa clinica occupano tendenzialmente solo una parte della scena lasciando il protagonista più libero di muoversi e rendendolo ancora più centrale. È come se facessero da contorno al punto cardine del dramma che si sta consumando, come se lo conducessero verso l’abbandono delle spoglie terrene ma standosene da parte in quanto non è una situazione dolorosa che appartiene loro direttamente, potendo così usare liberamente ironia e toni leggeri. L’intento assegnato ai loro personaggi è marcatamente caricaturale e suscitante il riso: ciò è fortemente sottolineato dai loro movimenti goffi o popolari, dagli accessori buffi o non attinenti al contesto (occhiali dalle lenti molto spesse, camicie fiorate, grandi cuffie per ascoltare la musica), dal modo di gesticolare e interloquire. Due figure vestite interamente di nero che rappresentano la morte imminente, si collocano in una scena alla finestra della camera di Corte e lo osservano dall’esterno, burlandosi dell’inconsapevolezza del futuro che lo attende.
Ispirandosi al racconto di Dino Buzzati Sette piani del 1937, Giuliana Pisano mette in scena una commedia lieve ma che nasconde temi forti che inducono a fermarsi a pensare. La riflessione viene fatta però a posteriori: sul momento è predominante il lato unicamente divertente della messa in scena. Alcune frasi, se si è freschi di lettura del racconto, sembrano prese in prestito fedelmente dall’autore e ciò crea un collegamento stretto tra letteratura e teatro, tra forma scritta e drammaturgia. Al tempo stesso, però, non si dà spazio alla parte del testo legata alla drammaticità che un tema del genere richiama, concentrandosi unicamente sul macchiettismo e con la presentazione di una realtà cruda in modo brutale nonostante sia mascherata dall’ironia. Ad esempio, il finale che racconta il decesso del paziente è affrontato senza umanità per la vicenda ma solo con il gesto del medico di ricoprire l’uomo con un lenzuolo per poi velocemente voltarsi all’infermiera avvinghiandosi ad essa. Al contrario nel racconto questo momento è descritto in modo molto diverso senza neanche rendere esplicita la morte ma evocandone l’avvento: si legge delle persiane che lentamente si abbassano a simboleggiare ciò che è accaduto. Forse però è più aderente alla realtà questa scelta della regista? Sono modi diversi di avvicinarsi a questo tema tanto doloroso; per il mio gusto personale mi aspettavo un registro meno ironico o quantomeno un modo di smorzare i toni meno marcato. Ciò, nonostante la riuscita dello spettacolo, ha infatti suscitato secondo me troppe risate da parte del pubblico, a mio parere esagerate rispetto alla complessità e alla durezza del senso di ciò che si era messo in scena.

 

 

 

 

Sette piani 7
tratto da Sette piani
di
Dino Buzzati
regia e drammaturgia Giuliana Pisano
con Salvatore D’Onofrio, Sara Bucaratu, Emanuele Cocozza, Pierpaolo De Pasquale, Ivan Iuliucci, Giovanna Maglio
costumi Giuliana Pisano
allestimento scenico Salvatore D’Onofrio
luci Emanuele Cocozza
lingua italiano
durata 45'
Napoli, Quartieri Airots, 1° aprile 2016
in scena dal 1° al 3 aprile 2016

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