“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Martedì, 29 Marzo 2016 00:00

Fragilità, il tuo nome è Amleto

Scritto da 

Sarà sempre un Amleto più povero di quello
shakespeariano, ma può essere anche un
Amleto arricchito della nostra contemporaneità.
Può esserlo; preferirei dire: deve esserlo.
(Jan Kott)



Quest'Amleto – diciotto o vent'anni, di più forse: “La sua età è un grande mistero”, per dirla con Auden – ha un profilo Facebook, è iscritto a Twitter e usa Skype. Questo Amleto, da piccolo, alle lucertole non tagliava la coda – come facevano tutti i suoi compagni – ma la testa e, quando si trattava di giocare a pallone, preferiva fare il portiere: che fosse già un amante della solitudine estrema? Quest'Amleto “sta abbacchiato”: da una settimana non esce dalla stanza, da chissà quanti giorni non mangia – il pollo con gli spinaci che gli ha lasciato la madre in cucina avrà, nel frattempo, cambiato colore – e non ha voglia di bere: acqua, sia chiaro, perché mantiene in fresco una bottiglia di Aperol, in un vaso colmo di terra, con cui fare dei cocktail da tracannare con un biberon (stordimento infantile).

 

Quest'Amleto ascolta Amy Winehouse, Luigi Tenco, i Nirvana e indossa una maglietta dei Joy Divinson: sarà solo un caso ma Amy Winehouse, Luigi Tenco, Kurt Cobain dei Nirvana e Ian Curtis dei Joy Divison si sono suicidati. Che sia un indizio? Quest'Amleto canta Vedrai vedrai e Smells Like Teen Spirit, si masturba per liberarsi dalla malinconia e quando – in un momento di consapevolezza improvvisa, uno di quei momenti in cui ci poniamo davvero in contatto con noi stessi − recita il suo “essere o non essere” cita il napalm di Apocalypse Now, lo “Houston abbiamo un problema” di Apollo 13, la scatola di cioccolatini di Forrest Gump, la Sparta di Trecento, l'“abbiamo visto cose” di Blade Runner e chiude con “sono il re del mondo” di Titanic. Quest'Amleto conosce X agosto di Giovanni Pascoli – che l'abbia letta a scuola? – e il Canto popolare di Pasolini e se avessimo accesso alla sua bacheca scopriremmo che ne ha fatto il contenuto di un post: unico modo per comunicare all'esterno quello che, neanche in questo interno che è la sua stanza, riesce a dirsi con parole solo sue.
“Depresso”, quest'Amleto ricorda il tempo dei baci dati senza usare la lingua, baci di bambino a bambina, baci scambiati velocemente dietro a un muretto o spiaccicati labbra a labbra mentre si gioca, magari per farsi perdonare del fatto che il modellino della Panda ha investito la Barbie di Ofelia. Ofelia... Scorrendo ancora la sua pagina Facebook probabilmente scorgeremmo prima la condivisione dell'immagine di Ophelia, il dipinto che John Everett Millais dedicò all'ochetta giuliva dell'Amleto e al suo tuffo mortale nel fiume, e poi una citazione, che fa così: “La vita umana è breve ma io vorrei vivere per sempre”. Bella, appartiene al biglietto d'addio che Yukio Mishima scrisse prima di trafiggersi il ventre. “Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro”. Anche questa è di Mishima ma non sono sicuro – ora, mentre scrivo – che quest'Amleto l'abbia effettivamente detta e, tuttavia, suona perfetta per la fragilità che lo caratterizza e per le ragioni da cui, questa fragilità, dipende. Niente a che vedere con un regno, un trono, un castello, un fantasma o il Grande Meccanismo della Storia eppure anche questo Amleto ha una madre vagamente puttana, tale non perché le piaccia il sesso – sia chiaro – ma perché lo mette in pratica con lo zio, Claudio, che adesso vorrebbe recitare con lui la parte del padre: “Claudio” − dice la madre ad Amleto, nell'ultima telefonata che c'è stata tra i due – “sta facendo di tutto per farsi accettare. Non dico che devi chiamarlo papà ma almeno rivolgergli la parola...”.
Quest'Amleto ha gli occhi anneriti dal rimmel e dalla matita, forse ha pianto perché il trucco – ad un punto – gli sporca lo zigomo sinistro. Della sua stanza vediamo: la scrivania, su cui è perennemente acceso il pc; un tavolino, su cui giacciono alcune parrucche; la persiana bianca in alluminio, su cui è disegnata in rilievo La camera da letto di Van Gogh (isolamento, spazio privato, pazzia): ogni tanto ne allarga le alette, guarda fuori, sospira, poi torna a rivolgere lo sguardo all'interno, continuando il monologo.
Quest'Amleto, ad un punto, si chiede: “Chissà cosa ci facciamo in questi corpi?” per poi rispondersi “Forse ci viaggiamo dentro. Forse sono valigie. Ci trasportiamo noi stessi”, citando Tabucchi (il quarto capitolo di Notturno indiano) o – chissà – Bajani che cita Tabucchi quando, in Mi riconosci, ne racconta la morte come un figlio racconterebbe quella del padre.

Quest'Amleto dunque legge, ascolta musica e gli piace l'alcol, è in contatto con amici ed amiche – “Bella principe! Stasera faccio una festa alla Orazio-style, ci stai?” è uno dei messaggi che gli arriva in chat – frequenta il cinema e guarda la televisione; quest'Amleto mi ricorda i ragazzi che vedo al centro storico di Napoli, seduti sui gradoni delle piazze o che vanno in giro da un locale a un locale trascinando grossi scarponi, indossando abiti scuri, mostrando un volto emaciato più dal fondotinta che dall'effettiva magrezza: giovani dark, i cui vestiti (che sono la loro identità dichiarata) dipende dai giochi di ruolo, dai videogiochi delle console, dai fumetti e dalle serie televisive vampiresche e il cui umore trasmette un senso funereo di solitudine, come fossero anime schiacciate da chissà quale dramma irrisolvibile, che li rende monadi tragiche, destinate a un'infelicità che viene percepita come un destino eterno ma che, in genere, durerà quanto durano gli anni del liceo o un corso universitario. Ecco, quest'Amleto potrebbe benissimo essere uno dei ragazzi che passano il sabato ubriacandosi con qualche cicchetto comprato a basso prezzo – uno due euro, tre cinque euro – o che, fatta una canna, trascorrono il tempo a lamentarsi chiamando a testimonio la luna e le stelle, affermando che non hanno più forza né voglia di agire (mentre “morte” è solo una parola che ricorre troppo spesso nei loro discorsi), salvo poi correre a prendere l'ultima metro o l'autobus che li riporterà in camera. “Ti chiamo domani”, “ci vediamo lunedì in aula”.

Nel 1956 Jan Kott assiste a un Amleto polacco, ch'egli definisce in Shakespeare nostro contemporaneo “semplificato” e “suggestivo”. C'era stato il XX Congresso del Partito Comunista, si parlava di un possibile colpo di Stato, la cortina faceva sentire il suo ferro: i ragazzi cospiravano, in lunghe sedute fumose, immaginando di portare la propria giovinezza al Potere. Kott ama molto il suo principe “contagiato dalla politica, privo di illusioni, sarcastico, appassionato e brutale”, che è “in rivolta come tutti i giovani ma, al tempo stesso, ha qualcosa di James Dean”: ingenuo e rissoso, si inebria della propria indignazione, urla chiedendo conferme della morte del padre, non si fida neanche dello spettro e decide – tra essere e non essere ovvero tra lottare e non lottare – di essere e dunque di lottare.
A me – sessant'anni dopo – tocca invece questo Amleto apolitico, che soffre il proprio dramma in maniera intima, come se il lutto fosse una serie di fitte al costato o tra le tempie, interrogandosi – alla maniera di Nanni Moretti in Ecce bombo – se, per farsi notare, sia meglio andare o non andare alla festa di Orazio. Non si tratta di una diminutio, sia chiaro: perché seccatesi le ideologie, frantumatisi i partiti politici, in dissolvimento lo stato sociale, rare le grandi marce di piazza, superflui o strumentali anche le manifestazioni scolastiche, episodiche e deboli le rivendicazioni generazionali, a quest'Amleto – ovvero a un ragazzo di nome Amleto che abita il 2016 e che non ha il padre e sente di non potersi confidare con la madre, lo zio, gli amici, Ofelia: si limita a uno sbrigativo “comunque se vuoi parlare io ci sono” la ragazza – non resta che adattarsi all'isolamento massmediatico odierno, che lo mette in contatto con tutti ma in rapporto con nessuno, e che lo costringe ad affrontare dunque il suo problema, grande o piccolo che sia, in una solitudine mascherata da socialità potenziale: scopriremo soltanto sbirciando il suo profilo, disconnesso o annerito, che si è dato la morte impiccandosi tra la finestra e il tavolino e collegheremo, dal giorno dopo, questo suicidio alle citazioni di Pascoli, Mishima, Pasolini; al Back to Black di Amy Winehouse, alla maglia nera dei Joy Divison.

Gabriele Paolocà dunque non mette in scena l'Amleto di Shakespeare, per quanto ne ridica alcuni estratti: “la terra sembra uno sterile promontorio” dell'atto secondo, scena seconda; il “vedo la gente morta sopportare le frustate della vita” dell'atto terzo, scena prima; il “sembrare?” dell'atto primo, scena seconda, buono a richiamare i luttuosi “ornamenti del dolore”; lo "aprendosi, le gonne la sostennero sull'acqua" dell'atto quarto, scena sesta; il “ti chiamerò Amleto, re, padre, regale danese” dell'atto primo, scena quarta.
Paolocà invece strappa all'Amleto dell'Amleto alcune sensazioni, certi stati emotivi e una condizione di partenza – la solitudine di chi ormai non scorge che il mondo come un dissesto – per recitare la parte di un giovane che scivola verso l'abulia, l'autoreclusione, l'isolamento, la perseverante e crudele indagine di se stesso, il dramma e la morte. Non a caso appare, nei primi cinque minuti di Amleto FX, con indosso il costume seicentesco, non a caso se ne sveste, lo appende al cappio (così anticipando il finale della trama), non a caso muta voce passando dal finto falsetto iniziale a un tono più rauco, veritiero, proprio: “E tu, cielo, dall'alto dei mondi sereni”... Non a caso perché in questo modo ci dice che l'ennesima recita filologica dell'Amleto è per lui impossibile o inutile ma che, invece, da Amleto – cioè da questo personaggio che è immenso e, ad un tempo, conosciuto e sconosciuto quanto l'universo – se ne può trarre qualcosa che ci dica del ragazzo che abita nella casa accanto alla nostra o che ci siede davanti, nel treno, e che ne se sta per tutto il viaggio con lo sguardo basso e la cuffia nelle orecchie: non dice una parola, osserva ogni tanto fuori dal finestrino poi torna a chinare la testa mentre ascolta a tutto volume i Nirvana.
Non è dunque quell'Amleto ad essere offerto agli spettatori ma questo Amleto, che quello lo ricorda perché anch'egli vive una situazione impostagli dagli adulti – dalla generazione che lo ha preceduto – e con cui gli tocca fare conto: “Questo povero ragazzo, con un libro in mano...”, come lo definiva Wyspianski, che nel Seicento leggeva Montaigne, nel 1956 di Jan Kott i giornali politici, negli anni Settanta Kafka, Camus o La condizione umana di Malraux e che ora scorre invece l'online, non ha una compagnia di teatranti con cui inscenare (e denunciare) la vergogna e non frequenta la sezione di un Partito o una Casa del Popolo e, dunque, non ha nemici dichiarati verso cui scagliarsi ma solo finti amici e non può – di conseguenza – che rivolgere l'atto di violenza distruttiva che contro se stesso, suicidandosi. Ecco il vero elemento che differenzia quell'Amleto da questo: mentre il principe di Danimarca s'arrampica sulle torri del castello, sfida il freddo della mezzanotte, dialoga con uno spettro, allestisce una tragedia, infilza uno spione, manda a morte due compagni ipocriti e si batte a duello col cognato – così dimostrando anche l'amore per la sua donna – questo Amleto ha invece appeso a un gancio del soffitto una corda e, prima di mettervi il collo, in concreto si limita ad attendere un messaggio da Ofelia, a canticchiare gli auguri a Claudio scimmiottando Marilyn Monroe (altra suicida) e domandandosi se valga la pena raggiungere o meno la festa mentre affonda progressivamente nel proprio pantano umorale, nella propria mestizia emotiva: inabissandosi infine nella sua pena proprio come l'Ofelia (quella dell'Amleto) farà nelle acque. Inadatto all'azione – lui veramente – si autocompatisce fino all'estremo, aggravando la sua condizione psicologica, fino a percepirla o renderla irrecuperabile: “Se dev'essere sarà; se non dev'essere sarà”.
È in questo modo che l'Amleto di Amleto FX partecipa al grande ritratto generazionale che il nuovissimo teatro sta dipingendo – attraverso percorsi autonomi e diversi – e che rende il volto di un giovane incapace di reagire e che − forse per la prima volta nella storia − non sa fare della sua rabbia un'arma o uno strumento di rivolta, di cambiamento, di cancellazione degli abusi passati (altrui) in nome del diritto al futuro (il proprio).
S'interroga, analizza, comprende, studia, approfondisce, si dispiace, si preoccupa poi si dispera, prova spavento, un moto di terrore, sta quasi per compiere un gesto ma poi si blocca, impigrito o già stancato dal pensiero stesso dell'agire. Perché “la conoscenza uccide l'azione” mentre “per agire occorre essere avvolti nell'illusione” direbbe Nietzsche; perché non solo pensa troppo ma "pensa troppo bene” confermerebbe Bloom; perché “in quello che faccio meglio mi sento il peggiore” urla invece Kurt Cobain nelle cuffie, per cui – avendo pensato alla morte già “un migliaio di volte” − adesso è “meglio dirsi addio”: “io me ne torno al mio lutto”, piuttosto, I go back to black, cantandolo con Amy Winehouse.
Dunque morire, dormire: cosa fare altrimenti?

Di Amleto FX (tra i selezionati di In Box) mi colpiscono la bravura dell'interprete (che ha vinto il Premio Hystrio alla Vocazione), la capacità di fare allusione all'opera di Shakespeare senza trascinarla direttamente sul palco – si potrebbe scrivere un altro articolo sull'equivalenza metaforica tra questa e quella trama – e la drammaturgia, che è stata composta come un collage, frutto evidente di una ricerca svolta sul racconto (contemporaneo) del lutto e della morte.
Apprezzo meno il momento in cui vengono chiamati ad apparire Rosencrantz e Guildenstern perché – per quanto sia notevole il lavoro mimico e corporeo di Paolocà, che piega o raddrizza la schiena alternandosi tra il faro di destra, azzurro e basso, e quello di sinistra, verde e a mezza altezza, fino a far coincidere i due personaggi in un'unica posa – si tratta di un di più di cui Amleto FX mi pare non necessiti, evidenti già l'alterità e la solitudine del protagonista tramite i messaggi di chat e la condizione ambientale in cui è collocato.
Alla fine – detto della teatralità dichiarata (il piede che aziona la macchina del fumo, i cambi d'abiti a vista, la frontalità dell'interprete, che rivolge sguardo e frasi alla platea); di una lingua che fonde citazionismo alto a termini social, dalla funzione allusiva (profilo, bacheca, sconnessione); dell'allusione alla tv del dolore e al racconto che ne sarà fatto del suicidio: esagerazioni, luoghi comuni, pietismo – Amleto FX mi lascia la sensazione che provando a “giungere, attraverso il testo shakespeariano, all'esperienza contemporanea, alla nostra angoscia e alla nostra sensibilità”, per dirla con Kott, sia riuscito a mettere in scena la condizione di un (giovane) uomo al quale la vita ha imposto una prova cui non sa rispondere che nell'unica maniera che gli pare possibile: rinunciando alla vita. Falena che gira intorno all'idea che gli accende il cervello, come spinto da naturali pulsioni distruttive lo vedo avvicinarsi a quest'unica luce, toccarla e ritoccarla: fino a bruciarsi.
A nulla serviranno le parole tardive, i rammarichi, i sensi di colpa o le lacrime quando ne sarà trovato il cadavere.


 


Amleto FX
di e con Gabriele Paolocà
collaborazione alla regia Michele Altamura, Gemma Carbone
scene Gemma Carbone
disegno luci Martin Emanuel Palma
produzione VicoQuartoMazzini
foto di scena Manuela Giusto
durata 1h 10'
lingua italiano, inglese
Napoli, TAN – Teatro Area Nord, 20 marzo 2016
in scena 19 e 20 marzo 2016

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