“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Sabato, 26 Marzo 2016 00:00

"Perché si impegna così tanto Franz?"

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Una luce illumina la scena quasi nuda del Teatro Bolivar, se si prescinde da una rete da letto e altre reti metalliche, da recinzione di cantiere, appoggiate alle quinte. Un giovane uomo entra in scena, scalzo, vestito di sformati pantaloni colorati e una sgargiante camicia a quadroni, occhiali dalla montatura scura di celluloide. L’uomo costruisce la scena, lentamente, in silenzio. Trasporta dei blocchetti forati di cemento, di quelli che fanno da base alle recinzioni. L’uomo costruisce un immaginario quadrilatero, vi colloca al centro la rete, vi poggia sopra un cuscino, una rozza coperta militare. Infine chiude lo spazio, infigge le reti metalliche nei blocchetti, materializza una cella. Una seggiolina di legno, una padella di alluminio dal lungo manico, un secchio di metallo, completano l’allestimento dello spazio.

Apparecchiata la cella la luce si spegne, restano solo alcuni proiettori che gettano una luce fioca e calda, che sa di chiuso, di angusto, di mancanza di aria, di polvere, di cattivo odore, di squallore reclusorio. L’uomo siede sulla seggiola e strofina con meticolosità snervante la padella, ritmicamente, quasi ipnoticamente. Il suo carceriere, dall’aria stolida e arrogante, non riesce a comprendere perché, non comprende perché l’uomo, Franz, continui a svolgere un lavoro umile, estenuante, che non è tenuto a svolgere: “Perché si impegna così tanto Franz? Ho pensato che lei fosse pazzo Franz. Lei è pazzo Franz?”. Sono le prime parole che ascoltiamo e questa domanda, tante e varie volte ripetuta, risuonerà per tutta la durata dello spettacolo, continuando a riverberare oltre, inesorabile, anche dopo, quando l’eco della performance sarà finita e il ritorno alle nostre tiepide case sarà comunque turbato da quella domanda, dal monito a non declinare mai la responsabilità che ciascuno di noi, in quanto essere umano, deve assumersi.
L’uomo è Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che nel 1943 rifiutò di indossare la divisa del Reich, per protestare contro l’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Non era un intellettuale, non voleva essere un dissidente, ma non aveva sopportato la cancellazione dell’identità della sua patria, non aveva sopportato di vedere il destino dei bambini deformi, caricati sui treni da bestiame che portavano ai campi di sterminio, dove la gente arrivava e il numero dei prigionieri restava sempre uguale. Non voleva essere un eroe Franz, ma era un uomo che si faceva delle domande, un uomo che non aveva voluto chiudere gli occhi di fronte alla realtà, che non si era accontentato di non sapere, come la dottoressa Rabs.
David Jentgens ha abbracciato il testo di Joshua Sobol, basato sulla storia vera di Franz Jägerstätter, e ha cercato di condividerlo con i giovani attori, alcuni dei quali formatisi a Asylum Anteatro ai Vergini. Altri, sulle pagine de Il Pickwick si occupano di come la drammaturgia, prima della rappresentazione, sia appartenuta al magmatico lavoro preparatorio da cui viene distillata la rappresentazione stessa, ciò che vuole essere; a me il compito di testimone oculare di ciò che si è rivelata essere.
Non so quale fosse l’idea di fondo che ha guidato il regista: forse voleva proporre un’alternanza di registri comunicativi, smorzando con l’affilato umorismo ebraico la tragedia di una vita, di un popolo, di un’epoca; il risultato, tuttavia, sembra porsi su di un unico piano, di surreale drammaticità, in cui anche le scene più tragiche e caricate, urlate con una rabbia che vorrebbe essere viscerale, suonano così consapevolmente accentuate da risultare irrimediabilmente antirealistiche e, in ultima analisi, quasi grottesche.
Pur avendo scelto di far parlare ciascun attore con il proprio tono e la propria inflessione, la performance tutto è tranne che realistica, ma poco plausibile, troppo scopertamente teatrale. La scelta di rinunciare alla dizione, in favore di una pluralità di toni, accenti e inflessioni dialettali, accentua l’istituzione di una distanza tra spettatore e azione che impedisce la stipula del patto comunicativo tra questi e il regista: quella sospensione dell’incredulità che rende trasparente la quarta parete e permette di assistere, non visti a quanto si svolge in scena. Qui invece si resta sempre un passo indietro e gli attori non cessano mai di essere tali, non crediamo mai, davvero, che siano i personaggi che stanno rappresentando. Sono giovani, devono crescere e si sono misurati con un tema che non lascia scampo: la responsabilità di ciascuno, ciascuno di noi, non rispetto alla Storia, ma rispetto agli altri esseri umani e, in ultima analisi, noi stessi. Franz continua a pulire meticolosamente la padella, a dispetto di tutti, a dispetto di tutto. Continua a svolgere un’azione che dia un’impronta di normalità alla follia della sua condizione, che gli dia l’illusione di essere ancora vivo, di avere uno scopo, di non piegarsi al potere.
I giovani attori andati in scena sono stati coraggiosi e possono crescere. Per questo sposiamo l’invito del regista: “Questo teatro deve essere pieno”. Sì. Un teatro pieno, il confronto con il pubblico reale, magari con occhi distratti o delusi, saranno una spinta forte per precisare il carattere e la direzione di un percorso impegnativo.
Buon viaggio!




N.B.: su Testimone oculare leggi anche:Michele Di Donato: Diario di un testimone teatrale (Il Pickwick, 22 marzo 2016)

 

 

Testimone oculare
di Joshua Sobol
ispirato alla storia vera di Franz Jägerstätter
regia David Jentgens
con Emanuele D’Errico, Rebecca Furfaro, Ettore Nigro, Monica Palomby, David Power, Teresa Raiano, Dario Rea, Margherita Romeo, Arturo Scognamiglio
traduzione e adattamento David Jentgens e Anna Marchitelli
assistente alla regia Giulia De Pascale
segretario produzione Andrea Pomicino
disegno luci Ettore Nigro
foto di scena Tiziana Mastropasqua
organizzazione Napoleone Zavatto
produzione Limbic Arts Fondation, Teen Théâtre, Asylum Anteatro ai Vergini
con il patrocinio di Comune di Napoli, Forum Austriaco di Cultura Roma, Goethe Institut, comunità ebraica di Napoli
lingua italiano
durata 1h 50’
Napoli, Teatro Bolivar, 21 marzo 2016
in scena 21 marzo e dal 23 al 27 marzo 2016

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