“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 25 Marzo 2016 00:00

La magia immateriale del Teatro

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Una sera di metà marzo, venerdì. Sciopero dei mezzi pubblici. Piove. L’inizio di un fine settimana molto denso, dal punto di vista teatrale in città, come capita sempre più spesso, negli ultimi tempi. Sarà anche per questo che in sala siamo in sei, forse sette.

Vengo da giorni di teatro spettacolare – nelle varie accezioni del termine – tra un Candide para-televisivo allo Stabile e una raffinata pièce imbevuta di Pinter al Nuovo (I vicini di Fausto Paravidino). Sono satura, più che di teatro, di tutta la giostra che vi gira attorno e che ha sostituito la sacralità del rito – Genet diceva che andare a teatro è come scendere in silenzio in una catacomba di paleocristiani – con una ritualità spicciola e di consumo: per riflesso, anche il teatro sta diventando così.
Ripenso, en passant, alle parole di Fausto Paravidino durante un incontro fatto il giovedì precedente all’Asilo Filangieri: "Tocca interrogarsi sul ruolo che oggi ha il teatro nelle nostre vite".
Quando entro nell’altro buio e intimo dell’Elicantropo, un po’ mi placo.
Qui ci attende una donna, di spalle, vestita di rosa e di bianco, cerone clownesco sul viso, una busta di plastica in testa, tra le mani un mocio. Sulle note di fisarmonica di una canzone allegra, danza e strofina il panno sul pavimento: noncurante, come chi, in quest’esistenza, non ha più niente da perdere. Gradualmente, la musica finisce e la misteriosa figura si rivela: al posto delle pattine, ora indossa alti tacchi a spillo e, sotto la busta, compare una vistosa parrucca color biondo platino.
La scena è nuda, se non fosse per due sedie di legno, anch’esse bianche, su una delle quali la donna si accomoda. Con un forte accento barese, ci racconta nei particolari la sua quotidianità degradata, di una semplicità disarmante. Le parole e la cadenza scandiscono un ritmo denso e fluido, irresistibile. “Piccola Antigone” è una puttana vecchia che cammina storta e sa il fatto suo; impreca contro le “ex comunitarie” che le fanno la concorrenza abbassando i prezzi delle prestazioni. Edipo (nel ciclo tragico di Euripide, senza saperlo, suo padre) arriva poco dopo, occhiali da sole e corona in testa, un po’ fantasma e un po’ freak: Vito Carbonara, attore dalla presenza lieve, delicata, che la Ludovico ha conosciuto oltre vent’anni fa durante un laboratorio teatrale per persone diversamente abili. Le luci gialle e calde di Vincent Longuemare fermano queste due figure eteree nel buio, come bolle di amore e squallore, pronte a scoppiare in silenzio.
C’è qualcosa di commovente e, al contempo di terribile, in queste immagini grottesche e piene di poesia, che a tratti richiamano le atmosfere di alcune pièce di Annibale Ruccello.
Nel secondo atto – intervallato dal primo con cinque brevi “intermezzi tragici” che la Ludovico affida al surreale e tragicomico Carbonara – Medea è invece una cecena scappata dalla guerra e dalla detenzione: un foulard sdrucito le nasconde i capelli mette in mostra il viso scavato, le vene che si gonfiano nella parlata urgente, disperata. Trascina sacchi pesanti di figli fatti a pezzi. Rincorre passaggi di camionisti perversi per arrivare dal suo Giasone muto, finito a bere vino scadente in un silurificio di Pola.
La scrittura cruda e poetica di Tarantino si mescola al griko, in un antico “reputo” (che si ripete, cioè) delle prefiche bizantine che la regista/attrice ha deciso di aggiungere: "C’è una versione del mito di Medea in cui si racconta che ella scese fin giù a Santa Maria di Leuca a gettare i pezzi dei figli fatti a pezzi nel golfo, e da lì il nome di alcuni scogli che vi si affacciano", ci dirà poco dopo, in un incontro spontaneo con il piccolo pubblico, a fine spettacolo. Il mito si abbassa e s’invera nella carne e nei fiati di personaggi in limite di genere, forma, età: piccoli eroi freak delle nostre tragedie umane e quotidiane. Anche in questo caso, sul palco vuoto, molto fanno i fari di scena che s’incrociano, disegnando grate sui corpi o li bloccano nel buio come fermi immagine. La poesia si dischiude nel finale sotto forma di piccoli fiori rossi gettati sulle tavole nere del palcoscenico: leggeri e preziosi come le parole – scelte, misurate, precise – di questa scrittura; e come la bellezza caduca, immateriale e immaginifica di questi cinquanta minuti. Un rito (e un mito) puro, inverato senza pretese che ci riconnette con l’intimità del buio, col bisogno, col silenzio, con la carne, con le ferite, del corpo e dell’anima. Con quel teatro che sempre più va scomparendo ma che ancora, per fortuna, (r)esiste.

 

 

 

 

Piccola Antigone, Cara Medea
di
Antonio Tarantino
regia Teresa Ludovico
con Teresa Ludovico e Vito Carbonara
spazio e luci Vincent Longuemare
produzione Teatro Kismet Opera
Napoli, Teatro Elicantropo, 17 marzo 2016
in scena dal 17 al 20 marzo 2016

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