“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Sabato, 19 Marzo 2016 00:00

Pulcinella nella quinta dimensione

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Napoli. Ex Asilo Filangieri, accanto al chiostro di Santa Patrizia, in mezzo ai pastori di San Gregorio Armeno, nel cuore pulsante della Neapoli greca e romana. Adulti e bambini si radunano per ascoltare le storie di Pulcinella, la storia di Napoli che Pulcinella ci ha promesso di raccontare.

Adulti che sono cresciuti con Pulcinella, nelle piazze di Napoli, quando andava in giro col teatro delle guarattelle, quando con un salto e un soffio nella pivetta ci trasportava nella dimensione del teatro, quella dimensione in cui il vero e il falso si mescolano, in cui il falso, palesemente falso, assume lo stesso valore del vero, in virtù della magica sospensione dell'incredulità che è la vera essenza del teatro, quel theaomai che comprende, nell'etimologia della radice, proprio la componente della meraviglia.
Adulti e bambini.
Bambini che forse lo vedono raramente Pulcinella nelle piazze, forse sono meno increduli, forse sono più difficili da incantare, già così consapevoli della differenza tra il vero e il falso, il reale e l'inventato, già così abili a maneggiare dispositivi elettronici da avere bisogno del video, della foto, quando quei suoni e quelle immagini possono piuttosto imprimersi nella memoria, archivio magico e mutevole, sostrato ancestrale e assieme individuale che fa di ciascuno di noi la persona che è.
Pulcinella irrompe dalla dimensione eterna e senza tempo del mito, carico di simboli e simbolo lui stesso. Raduna la folla al suono di un corno, sembra, e invece − quando la bianca sagoma con la maschera nera esce dalla tenda − ci rendiamo conto che non è un corno lo strumento in cui soffia ma una conchiglia, perché di mare è fatta la storia che racconta, di mare e sale, di sale e tempeste, di morte e quiete ritrovata, distruzione e costruzione.
Lo spettacolo che Bruno Leone ci propone fa seguito all'iniziativa promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli in occasione della festa degli innamorati, il 14 febbraio, Amore per sempre, che prevedeva l'illustrazione di luoghi emblematici della città da parte di "napoletani illustri", che hanno fatto da ciceroni. Pulcinella, facendosi coraggio, aveva scelto Castel dell'Ovo, dove lui, nato da un uovo, si sarebbe sentito a casa, più protetto. La riflessione che ne è seguita, corroborata dalla lettura del dialogo filosofico di Giordano Bruno De la causa, principio et Uno, si è trasformata in una storia, o forse, come premette lo stesso Pulcinella, non ancora una storia, uno spettacolo, o forse non ancora uno spettacolo, "una cosa" che probabilmente prenderà forma in seguito, come il pulcino nell'uovo, nutrendosi dei succhi che solo il contatto con il pubblico reale rendono fecondi, attivando quella magica alchimia che trasforma l'idea, quella scritta nella seconda dimensione del foglio di carta, nello spettacolo, la terza dimensione, che vive nel tempo, la quarta dimensione. Ma la vera rivoluzione, la maniera di comprendere una città complicata come Napoli, è il passaggio alla quinta dimensione, quella mitica e poetica, in cui ogni momento si trasforma in infiniti momenti, e qui Pulcinella/Brunello Leone si appropria e trasforma della concezione animistica della materia di Giordano Bruno, eterna, infinita, viva, della sua idea di una causa universale e un principio universale che danno luogo a infiniti mondi e, dunque, alla possibilità di cambiare quello in cui si vive, che è solo una manifestazione transeunte in un flusso eterno. E come per Giordano Bruno e Tommaso Campanella, la poesia e il mito sono il veicolo per accedere alla quinta dimensione e provare a volare sulle ali di Pulcinella.
Partenope e Santa Patrizia sono le due sirene attorno alle quali ruota la storia. Bionda, con il corpo splendente di metallo, luccicante come squame l'una; con la corona e un rosso vestito ricco di balze l'altra. L'una principessa dei mari, l'altra principessa d'Oriente, entrambe sfortunate e disilluse nel loro amore. Partenope era stata tanto colpita da Ulisse, il biondo marinaio dagli occhi celesti, che aveva deciso di non ucciderlo subito, come gli altri, ma di tenerlo con sé, anzi, di tenerlo per sempre con sé, senza ucciderlo. Ma non si cambia la legge del mito, non si prescinde dalla fama funesta, e Ulisse, legato all'albero maestro della nave, passerà oltre, suo malgrado, mentre i marinai continueranno instancabili a vogare con le orecchie sorde, riempite di cera. Alla povera sirena resta solo la morte, disperata, la tempesta, la deriva, l'approdo su un isolotto, Megaride, e l'ultimo sguardo alla città, Napoli, che non esiste ancora, ma che sorgerà, un giorno, quasi come voto compiuto dell'ultimo, tenero sguardo di quella sfortunata sirena, colpevole di aver tradito la sua natura demoniaca e di essersi infiammata di vero amore.
Patrizia, nipote dell'imperatore Costantino, era stata tanto infiammata dalle storie religiose che si era innamorata di Gesù e avrebbe voluto essere sua sposa. Ma non si cambia la legge degli uomini, non si prescinde dalla ragion di Stato, e Patrizia era stata promessa in sposa a un principe d'Oriente. Fuggita per nave con un gruppo di compagne, alla volta di Gerusalemme, era stata sorpresa da una tempesta, ma il volere divino le aveva salvate e fatte approdare, stremate, proprio sull'isolotto di Megaride, primo nucleo di un cenobio i cui ultimi, magnifici resti, ancora si ammirano proprio nel cuore di San Gregorio Armeno: non a caso un santo orientale.
Tra l'una e l'altra, nella dimensione atemporale del mito e della poesia, Virgilio − considerato un potente mago nel Medioevo − che racchiude l'anima di Napoli in un uovo e quell'uovo lo chiude in una gabbia, affinché non possa scappare e quella gabbia la nasconde nel Castel dell'Ovo, sull'isola di Megaride. Finché l'uovo resterà nascosto e protetto la città resterà in piedi. E se quell'uovo lo trovasse Pulcinella? Se quel popolo pasticcione, ingordo, lazzarone, egoista lo trovasse e decidesse di frantumarlo, non per amore di catastrofe, ma solo per disattenzione, per mancanza di previsione, per il gusto di vedere cosa succede, per quel fatalismo che fa considerare solo l'oggi, incuranti di un ipotetico domani che potrebbe anche non arrivare? Se Pulcinella, sostenuto dalla folla dei bambini, lo rompesse l'uovo? Forse la città potrebbe anche crollare ma la sua anima rinascerebbe, comunque, sotto la forma di un piccolo Pulcinella, che volerebbe pigolando dall'uovo.
Brunello Leone parla agli adulti e ai loro bambini. Parla, suona, canta, racconta, salta. Cita Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Federico García Lorca. Parla ai bambini perché gli adulti comprendano e, magari, non si annoino. Ma i bambini sono severi, privi di sovrastrutture culturali, giudici inflessibili che assegnano con equità imparziale e giacobina il premio della loro attenzione. La forma poetica e canora, la premessa metodologica sulle dimensioni creano delle cesure nel flusso narrativo, spezzano quel meccanismo di sospensione dell'inceedulità e danno luogo alla formazione di piccole crepe che diventano crepacci, nei quali precipitano le domande e le affermazioni, la consapevolezza che l'uovo non è vero, che i personaggi sono dei burattini.

 

 

 



Pulcinella CuntaNapoli
di e con
Bruno Leone
maestro di cunto Mimmo Cuticchio
lingua napoletano
durata 50'
Napoli, l'Asilo, 15 marzo 2016
in scena data unica

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