“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Venerdì, 18 Marzo 2016 00:00

Nevrosi pestilenziali

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Il primo concetto che cattura la mia attenzione è quello di “peste emozionale” secondo Reich ovvero la “malattia” che si manifesta nella convivenza sociale. L’appestato emozionale si distingue dall’individuo sano poiché pretende che l’appagamento delle sue esigenze non sia una sua precisa responsabilità ma del mondo circostante. I pareri, i meccanismi messi in atto dagli altri non vengono imitati o presi come spunto ma rifiutati categoricamente con rabbia e ciò deriva dalla pulsione di piacere non soddisfatta. È un meccanismo irrazionale che abita in ognuno di noi, esplodendo in taluni nei rapporti sociali. Il suo significato non è negativo in senso assoluto bensì corrisponde alla reazione adattiva sviluppata verso forme di privazione subite dal soggetto.

Quindi, fatta eccezione per episodi transitori di peste emozionale che si risolvono spontaneamente isolandosi per un periodo di tempo limitato, è una forma di difesa nevrotica caratteriale. Da questo concetto si apre lo spettacolo, su questo nodo ruoteranno le personificazioni delle tre Tiziana Taperino - Cultura Spettacoli Eventi“appestate”.
Fabiana Fazio si ispira nella scrittura allo psicologo e antropologo cileno Naranjo e a Watzlawick, autore di Pragmatica della comunicazione umana. Da Naranjo prende in prestito l’assunto che il carattere è lo scheletro della nevrosi: il nucleo della nevrosi è di tipo caratteriale (l’autore propone uno schema di enneatipi caratteriali) e alla base di tutte le patologie vi è la dimenticanza del sé. Il proprio sé scivola sempre più nell’oblio nella società odierna in cui cercare la propria identità è un’esigenza in parte accantonata da quella più pressante di amalgamarsi a quelle della massa. E così la propria felicità, i propri desideri ed impulsi vengono sacrificati. Da Watzlawick mutua il suo metterci di fronte al nostro modo di renderci infelici (Istruzioni per rendersi infelici): si può esserlo e con fierezza. Il vero intento però è quello di enfatizzare e mettere alla berlina i meccanismi mentali e le fissazioni che ci allontanano inconsapevolmente dalla felicità in quanto immersi in una modernità “liquida” che antepone l’avere all’essere e che così ci manda in tilt. Dallo psicologo della scuola di Palo Alto sembra attingere, non solo per l’ironia che è una chiave di volta nella pièce, ma forse anche per l’imperativo: “È impossibile non comunicare, anche il silenzio è una forma di comunicazione”. È infatti attraverso i silenzi, la comunicazione non verbale e paraverbale, che vengono trasmessi i messaggi delle tre protagoniste, i quali acquistano un loro valore e senso, al di là delle parole che veicolano. Le “nevrosi pestilenziali” presentate mi hanno ricordato la frase sempre di Watzlawick: “Ogni sintomo è una forma di comunicazione”. Ogni manifestazione sintomatica e quindi disfunzionale non lo è solo per i tre personaggi che ci troviamo davanti, ma ci dà un’informazione del sistema di cui fanno parte e a cui quindi noi stessi apparteniamo. Il doppio livello della comunicazione si avverte nella discrepanza tra quello esplicito e quello che riguarda le relazioni. Come ad esempio un disturbo ossessivo compulsivo può essere il tentativo estenuante di sistematizzazione in un caos sistemico primordiale, così i sintomi delle tre donne in evidenza sul palco non vengono presentati come “malattia” del singolo ma come una forma di difficoltà di comunicazione con l’altro e delle aspettative disattese nelle loro relazioni interpersonali. Le nevrosi, in quanto “disturbo dell’adattamento” si esprimono in maniera sempre più pervasiva nel disagio che oggi si espande sempre più a macchia d’olio.
“Chi sei? Che valore ti dai? Dimmi se hai il piede egizio e ti dirò chi sei. Cosa ti piace mangiare? Dimmi chi ami e ti dirò chi sei...”. Con i visi nascosti da riviste di gossip e intonando queste frasi in coro, imprimono questo motivetto come un ritornello d’apertura.
Un catalogo in tre volumi in cui si racchiudono aspetti di alcune nevrosi contemporanee. La triade femminile composta da Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi e Giulia Musciacco fornisce una personale interpretazione delle nevrosi odierne, calandosi nei panni di tre donne-esempio. Gli sguardi e i sorrisi isterici rafforzano le parole con una chiave ironica di sottofondo. La scenografia è essenziale: tre sgabelli, poche lampade che illuminano o lasciano che la scena sia oscurata, un mobiletto da cui le attrici tirano fuori pian piano oggetti esemplificativi e caramelle masticate nervosamente. A popolare la scena, nello spazio piccolo e raccolto del Te.Co, i loro corpi e le espressioni facciali dense di significato.
Volume 1: “Mi sono sempre sentita comm' 'na scema”: parla il prototipo di chi è dominata dalla paura, dubbiosa, ipervigile e che accusa gli altri e sé della sua scarsa intelligenza percepita (potrebbe rientrare nell’enneatipo di personalità di Naranjo numero sei). La voce racconta del luogo comune dell’essere considerati dalla società come qualcuno che ha qualcosa da dire di interessante se si padroneggia una materia tra la matematica, la letteratura o la politica. Lei non ha mai capito niente di nessuna delle tre materie e si è affannata per una vita a cercare di individuare la propria attitudine senza successo. Ognuno ha delle predisposizioni naturali, qual è la sua che non è riuscita ad individuare e sviluppare? Si giustifica ingenuamente e ironicamente asserendo che gli artisti sono fortunati perché possono parlare liberamente e le loro parole non saranno mai considerate prive di senso in quanto provengono da personaggi verso cui si nutre stima. Perché lei non ha mai potuto dire quello che pensava ma è rimasta imprigionata in questa immagine? La personalità e il carattere provengono da inclinazioni genetiche ma sono fortemente influenzati dal contesto che contribuisce a plasmarci.
Volume 2: con le gambe incrociate, lo sguardo basso, gli occhi lucidi e i movimenti delle mani agitati, si incarna l’ansia, ansia di un turbamento antico che risale a quando aveva otto anni. Affannata da sempre a sentirsi speciale, a cercare di farsi notare nei suoi tentativi di soffrire, sempre di più, agognando disperatamente alla meta della morte (enneatipo numero quattro). Attanagliata da ragionamenti masochistici, ha da sempre pregustato la scena del suo funerale: con una candida bara bianca da bambina che anche sconosciuti avrebbero seguito perché si trattava di un’anima pura, e poi da adulta ma a ventisette anni, età ideale per morire (Kurt Kobain, Janis Joplin e tanti grandi sono scomparsi a quell’età). La fine dell’esistenza sembra per lei la via d’uscita a cui aspira e a cui con ostinazione tende: ogni sei mesi, con un pensiero ossessivo e ripetitivo, si sottopone ad analisi e controlli nella speranza viva che qualcosa le sarà diagnosticato. Tramuta così nelle sue fantasie una semplice caduta dalla bici in una milza spappolata, un dolore di routine in un cancro maligno: gode pensando che potrà finalmente “soffrire correttamente”, ma poi resta delusa alla notizia dei medici che non sono danni senza rimedio. Ipocondriaca e masochista vive cercando malattie da attribuirsi sfogliando la sua enciclopedia “3cani”.
Volume 3: “Non sono mai stata amata”; esordisce l’ultimo lato del triangolo con questa frase che richiama negli spettatori un sentimento di compassione e tenerezza. Nelle prime battute appare come il cliché  della donna che ha donato se stessa e il suo amore senza riceverlo in cambio. Poi si rivela come letteralmente ossessionata dalla ricerca di un partner, disposta a non considerare i segnali evidenti del rifiuto dell’altro pur di attaccarvisi come una calamita: con l’uomo sposato si affeziona all’idea che ci sia per lei, ostinandosi a preparargli biscotti con la marmellata tutte le mattine che lui non mangia mai. Fino ad essere liquidata con un bigliettino, e ne è pure sorpresa. Attratta irresistibilmente dal “per sempre”, in un delirio paranoico crede che il vicino la segua e sia interessato perché scende le scale dopo di lei e la saluta cordialmente (“mi ha seguito per ben cinque piani”); poi è convinta di un feeling con l’autista dell’R2 che dolcemente vuole proteggerla dicendo “Attenzione” ma che sfuma con “Signori si scende”. “Ma non eravamo io e te? Scendo, ma dalla tua vita”. Il suo ipercontrollo e perfezionismo sono esasperati, indicatori di un’ira inespressa e di una generosità verso l’altro tesa solo ad ampliare l’immagine di sé (un misto tra l’enneatipo uno e due).
I meccanismi difensivi che mettono in atto sono molteplici: la razionalizzazione nella rassegnazione della propria intelligenza non riconosciuta dalla società, l’isolamento in una dimensione fantasmagorica votata alla ricerca della fine, la proiezione della propria rabbia nel fraintendimento dei gesti dell’altro.
Epilogo: A tutta questa serie di fallimenti ripetuti, di mancanza di spunti di felicità e benessere la soluzione non è accanirsi a ricercarli con forza. A tutto questo c’è rimedio ed è l’abbandonare la nostra vita “che è una totale merda”. Se sentite il vostro respiro siete purtroppo ancora vivi ma allenatevi, non perdetevi d’animo e anche se sentite un malsano istinto di sopravvivenza, resistete. Andate in apnea, la mancanza di ossigeno fa perdere il senno e potrà liberarvi. Di personalità contaminate della felicità cosa potete farvene? E così le tre donne si uniscono in un grido corale: “Salvatevi vi offriamo la possibilità di sviluppare e perfezionare la vostra capacità di essere infelici”. Paradossalmente propongono degli esercizi per le menti che porteranno ad una sorta di chiaroveggenza, ad una capacità di conoscere eventi nascosti soprattutto quelli che si oppongono a chi anela senza sosta ad una felicità sperimentata come impossibile.
Dinanzi a che paradosso ci pongono? Non siamo spinti naturalmente verso un qualcosa che ci dia sollievo in questa esistenza? Non è questo uno dei compiti a cui assolve la religione rendendo più sopportabile la vita, in quanto la configura come attesa di qualcosa di migliore a noi riservato? Filosofi prima di noi non hanno cercato un motivo, un perché a tutte le difficoltà e asprezze del presente?
La loro proposta richiama la visione di Dostoevskij: “A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza”. Forse soffrire è ciò che ci riesce più facile e che dà una giustificazione che solleva ai tentativi ripetuti e fallimentari di conquistarsi il posto che sentiamo di meritare in questo mondo.
Una voce esterna registrata parla e me la figuro come l’inconscio che sostiene questa idea di poter creare proiezioni nel chiuso della nostra mente. Con risate isteriche le attrici animano la sala e, dopo i lunghi applausi a testimonianza dell’accoglimento favorevole del pubblico, rientrano per sottolineare ancora una volta questa amara consapevolezza.
Le nevrosi, portate all’apice della potenza, permettono di riflettere ed immedesimarsi in certi aspetti: complice ovviamente un’ottima interpretazione appassionata.

“Da un essere umano cosa si ci può attendere?... egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità”.
(Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

                                                                                                       

 

N.B.: la prima foto nel corpo dell'articolo è di Tiziana Teperino, per gentile concessione della rivista Scè - Spettacoli Cultura Eventi

 

 

Nevrotika vol. 1-2-3
scritto e diretto da Fabiana Fazio
con Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi, Giulia Musciacco
assistente alla regia Angela Carrano
lingua italiano
durata 1h 15'
Napoli, Te.Co. – Teatro di Contrabbando, 13 marzo 2016
in scena 12 e 13 marzo 2016

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