“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Domenica, 20 Marzo 2016 00:00

¿Hasta cuándo?

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“Anche se siamo tutti, non siamo ancora tutti: ne mancano quarantatré”. Quarantatré è il numero di un’ossessione insoluta, di una verità urlata da tanti quanto più in pochi cercano di tenerla nascosta; quaratatré è un numero che quantifica e identifica una delle sconfitte di quella che ci si ostina a chiamare “civiltà”. Una sconfitta tra le tante, una di quelle recenti: il 26 settembre del 2014, ad Ayotzinapa, Messico, quarantatré studenti scompaiono dopo essere stati letteralmente assaltati dalla polizia; è la storia che si ripete, col suo ciclico e macabro riprodurre dinamiche di potere e sopraffazione: correva l’anno 1968, Città del Messico s’accingeva ad ospitare i Giochi Olimpici e s’imbellettava per mostrare la propria faccia pulita, una faccia pulita dall’anima sporca, sporca del sangue di un numero non ancora del tutto precisato di vittime (circa trecento), cadute per mano del governo nel massacro di Tlatelolco, in Piazza delle Tre Culture.

La storia si ripete, ma la memoria si coltiva; l’arte se ne fa carico e diviene atto d’amore per la verità, azione civile di contrasto alla menzogna; l’arte, nella forma teatro, si trasforma, nel lavoro della compagnia Instabili Vaganti, in un affresco poetico che, senza indulgere affatto alla prosopopea da comizietto o alla facile retorica che s’autocompiaccia, di una storia brutta e ancora troppo oscura e poco nota costruisce partitura drammaturgica in cui il teatro e l’afflato civile si coniugano felicemente, senza che l’uno sia ancillare all’altro.
A rendere valido l’esperimento è una concezione scenica che punta forte su una componente visiva che inserisce tre corpi in uno spazio in cui il fondale si anima di proiezioni video. Corpi, video, musica e voci concorrono a creare una messinscena di forte impatto emotivo, che intende tradurre la presenza come atto testimoniale, farsi cassa armonica di un grido di giustizia richiesta che possa raggiungere le coscienze; e, a livello empatico ed emotivo, Desaparecidos#43, questo scopo lo raggiunge; lo raggiunge attraverso un linguaggio fortemente evocativo, che in più passaggi della rappresentazione rapisce lo sguardo e sollecita il pensiero.
Abiti distesi all’intorno, a raggiera, vuoti di corpi e sporchi d’un rosso che evoca il sangue, occupano dapprincipio la scena a farsi simulacri di un’assenza: quella di chi è scomparso come la verità; un microfono posto da un lato della parte anteriore del palco è lì per essere usato, per far sentire forte la voce di queste assenze. Sono nomi, sono volti su cui s’è abbattuta una mannaia criminale, sono nomi, sono volti che proiettivamente si compongono sullo schermo di fondo e, combinandosi coi corpi degli attori in scena attorti in groviglio, evocano segni di morte nel comporsi di un'immagine tanto bella quanto macabra nella sua icasticità dinamica.
Più che un preteso atto di rivolta da sobillare, Desaparecidos#43 appare come un grido che chiede memoria, una lotta al morire vano. È vero che c’è una storia che prende forma nel linguaggio scenico, è vero che questa storia raggiunge – anche facilmente – le coscienze, ma a nostro avviso il valore intrinseco di un’opera come Desaparecidos#43 risiede soprattutto nella scelta espressiva con cui ci comunica una verità di cui non ha bisogno di convincerci; se dovessimo valutarlo solo come atto politico, lo derubricheremmo velocemente nell’archivio delle verità ovvie (chi è che potrebbe mai non essere d’accordo?); ma quel che ci tocca, più dell’atto di passione civile, è il gesto poetico che l’accompagna, che lo esplicita attraverso parole e gesti che compongono immagini in movimento, il cui simbolismo più riuscito ci appare nel progressivo spegnersi dei lumini che ad un tratto sono disposti in scena, mentre vengono sparpagliati petali di fiori, evocando vite spezzate e spente che sono però diventati semi da cui far rifiorire nuova vita, rinnovato senso di rivolta.
Il doppio registro linguistico (lo spagnolo alternato all’italiano) conferisce alla rappresentazione un senso di immediatezza ulteriore, un’immediatezza che si trasmette anche grazie al’intenso lavoro fisico dei tre attori (Anna Dora Dorno, Nicola Pianzola, Marta Tabacco), la cui energia è in corpi che si flettono, che soffocano, che ansimano dolenti.
È plausibile che in uno spettacolo siffatto possa esserci anche qualche momento di calo – come ad esempio in un indugiare sin troppo didascalico sulle immagini e sui volti dei desaparecidos proiettati sul fondo – ma complessivamente la forza e l’impatto di Desaparecidos#43 raggiungono il pubblico con la stessa intensità di quel numero quarantatré ripetutamente urlato come pegno di una memoria che indomita si sottrae all’oblio. Il tricolore messicano, portato in scena coi suoi colori trasformati nelle diverse sfumature di un nero che suggerisce quanto buia sia quaesta storia è l’ultima immagine che s’imprime negli occhi per conservarsi nella mente, sussurrando – insieme a tutto quanto appena veduto – quell’interrogativo ripetuto: ¿hasta  cuándo?”, “fino a quando?”, fino a quando essere vivi dovrà ancora potersi considerare un atto sovversivo?
Non c’è una risposta che Desaparecidos#43 abbia la presunzione di offrirci, c’è solo un afflato che ha voluto trasmetterci. Riuscendoci.

 

 

 

 

Desaparecidos#43
(Progetto internazionale Megalopolis)
drammaturgia originale Anna Dora Dorno, Nicola Pianzola
regia Anna Dora Dorno
con Anna Dora Dorno, Nicola Pianzola, Marta Tabacco
musiche originali Alberto Novello JesterN
produzione Instabili Vaganti
con il supporto in residenza di Teatro Akropolis, Progetto Genius Loci – Genova, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Cantiere Moline – Bologna
lingua italiano, spagnolo
durata 55’
Napoli, Teatro Elicantropo, 10 marzo 2016
in scena dal 10 al 13 marzo 2016

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