"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 15 Marzo 2016 00:00

Finalmente al Paradise

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Frutto di una drammaturgia collettiva (ai cinque interpreti si aggiunge il regista) Va tutto bene esordisce nel 2014 al Teatro Filodrammatici, realtà presso la cui scuola i componenti della Compagnia Òyes (“ascolta” in spagnolo, ma – personalmente aggiungerei – espressione di attitudine propositiva) si sono diplomati.

Cinque personaggi nati da un’idea del regista ma sviluppati dai protagonisti, che hanno apportato contributi personali nella delineazione dei caratteri e della storia narrata: quella della svolta, del cambiamento di stato che tocca a tutti e cinque, con le inevitabili trasformazioni che ne conseguono a livello caratteriale e umano.
Cosa si cela dietro un titolo che può essere un rassicurante intercalare, o un’espressione retorica che nasconde ciò che afferma?
La narrazione di un’evoluzione, una farsa – non dramma, al massimo tragicommedia – di formazione, di un percorso verso la maturità che tocca i componenti di una famiglia del ceto medio-piccolo, ai nostri giorni, alle prese con la precarietà dei ruoli tradizionali e degli affetti. Non è un padre di famiglia modello Ruggero, che fugge dalla gabbia domestica per andare in ferie in un villaggio vacanza, il Paradise, dove corteggia Lilly, la bella chenteuse dell’animazione. Non è una madre equilibrata Annamaria, anzi, proprio a causa di quest’uomo insofferente e cialtrone, si aliena davanti alla televisione, fra pubblicità, quiz a premi e altre scempiaggini. Non sono ragazzi sicuri e maturi Attilio (figlio dei suddetti, che si fa chiamare Attila) ed Edo, suo amico più grande. Impacciato il primo quanto spavaldo e determinato il secondo, sempre pronto ad impedire all’altro di uscire dalla stanzetta per emanciparsi all’esterno.
La svolta si ha con l’introduzione del grottesco: Ruggero passa dal Paradiso vacanza a quello vero (ma il suo aldilà è una panchina al cimitero da dove, ancora senziente, ascolta i discorsi di chi va a fargli visita, senza la possibilità di farsi ascoltare da loro, né di prevedere il futuro).
Le soluzioni registiche scompongono la scena illuminando alternativamente l’interno dell’abitazione, con la cucina (dove c’è la tv) a sinistra e la camera di Attila a destra, dove Edo gli suggerisce (bizzarramente) di soddisfare il desiderio dell’altro sesso immaginando situazioni appaganti mentre annusa slip femminili. A destra del proscenio basta una scritta rosa proiettata sul muro per evocare il modesto sogno esotico di Ruggero, che in camicia hawaiana, bermuda e occhiali da sole blatera tutta la sua felicità al cospetto di Lilly, figura idealizzata che non conosce tristezza né malizia. Dotata di ali posticce per richiamare un’accezione di donna speciale, l’incarnazione del femminile per il Nostro, fantozzianamente sposato alla sua “Pina” in vestaglia e pantofole, è un evidente richiamo iconografico wendersiano, entrato ormai a far parte dell’immaginario pop: in veste di angelo richiama per analogia il trapasso dello sfortunato Ruggero. Il cimitero (o anche l’aldilà) è una panchina sovrastata da un vaso di fiori a sinistra del proscenio.
Le linee narrative si alternano grazie all’illuminazione dei vari ambienti. Un gioco di dissolvenze e di gesti simbolici (la vestizione di Ruggero che dice ai suoi di sbrigarsi per andare, controvoglia, in chiesa è una felice ellisse narrativa) che dona brio e ritmo alla messinscena.
Ciò che non trova un equilibrio è la presenza di troppi registri. Ad un inizio leggero, in cui il linguaggio si colora di liberatorie trivialità, segue una caratterizzazione forzata dei personaggi giovanili. Attilio ha gli impacci di una macchietta da comico di passerella, mentre Edo, che dovrebbe esserne la spalla “seria”, si mostra sopra le righe con un lessico violento e volgare. La situazione comica, ma anche profonda, incontra una efficace misura nelle preoccupazioni della casalinga Annamaria alle prese con lo stupidario televisivo, in un monologo alienato dove la realtà e la finzione sono frullate indistintamente. Comicità automaticamente presente, e non potrebbe essere altrimenti, nel gioco tra i vivi e il morto, con la possibilità di vedere e ascoltare senza essere visti e con accenni slapstick, come quando Ruggero è innaffiato insieme ai fiori. Non mancano però i momenti seri e tristi, che interrompono l’unitarietà e la leggerezza del tono da commedia. Non si capisce poi perché l’emancipazione di Attila comporti una reazione drammatica dell’amico.
Scelte di scrittura che lasciano lo spettacolo in una situazione di dispersione emozionale, dove la bravura degli interpreti riesce a catturare l’attenzione e a riequilibrare i dislivelli della drammaturgia.

 

 

Va tutto bene
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia collettiva Compagnia Òyes
con Vanessa Korn, Dario Merlini, Alice Francesca Redini, Umberto Terruso, Fabio Zulli
scene e costumi Mara De Matteis
disegno luci Christian Laface
aiuto regia Umberto Terruso
assistente alla regia Daniele Crasti, Francesco Meola
produzione Compagnia Òyes
con il sostegno di Teatro Filodrammatici
durata 1h 25'
Monza, Teatro Binario 7, 5 marzo 2016
in scena 5 e 6 marzo 2016

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