"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 14 Marzo 2016 00:00

La bugia salva dalla monotonia

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Le quinte coperte da pannelli di legno consunto e stinto portano lo sguardo dello spettatore verso il fondale dove è dipinto uno squarcio di Venezia, si vede la laguna, una cupola che si staglia sul cielo azzurrino e le nuvole leggere come nei dipinti di Tintoretto. Sulla scena vi sono solo delle semplici sedie di legno che completano tutta la scenografia.

Il gioco del metateatro inizia immediatamente e a carte scoperte perché sul palcoscenico si presentano tutti gli attori della compagnia Cannavacciuolo che metterà in scena la commedia di Goldoni Il bugiardo.
Il protagonista Lelio Bisognosi, interpretato dall’attore Geppy Cannavacciuolo (che è in realtà Geppy Gleijeses) prima dell’inizio della commedia è seduto in platea nelle ultime fila e saluta cordialmente chi si accorge della sua presenza con un cenno del capo e del cappello. Chiamato sulla scena dai suoi colleghi attori, entra subito nel personaggio che presenta con poche ed incisive battute. Lelio, figlio del mercante Pantalone, è appena tornato da Napoli nella natia Venezia dopo un’assenza durata vent’anni insieme al suo servitore Arlecchino, è un uomo brillante, vissuto nel bel mondo, ed ha l’istinto insopprimibile di raccontare bugie a chiunque.
Gleijeses tratteggia il suo Lelio saccheggiando a piene mani da tutto il repertorio degli attori del passato imitandone gli accenti, la cadenza napoletana e il timbro da Vittorio De Sica, da Totò fino alla famosa pernacchia di Eduardo De Filippo. Il risultato è gradevole, non suona come una captatio benevolentiae né come una mancanza d’inventiva, quanto ad un intelligente collage di quella napoletanità cialtronesca ed istrionica che rende il suo Lelio credibilmente goldoniano.
Lelio non si sente in colpa per le bugie che dice, anzi è convinto di essere creativo, di essere un artista ed approfitta di tutte le situazioni per ricavarne un utile personale. Arrivato a Venezia senza che il padre ne fosse ancora informato, assiste ad una serenata alle figlie del dottor Balanzoni, Rosaura e Beatrice, che si trovavano sul balcone e approfittando che il committente è il timido Florindo, che nasconde il suo amore a Rosaura, si presenta alle giovani dicendo di essere lui l’innamorato, ma non vuole svelare di chi delle due. Si presenta come un ricco marchese senza rivelare la sua vera identità, racconta poi quello che è accaduto ad Ottavio, promesso sposo di Beatrice, creando una serie di equivoci che si amplificano quando Pantalone scopre il figlio e le sue bugie, perché, per non accettare il matrimonio combinato dal padre e il dottor Balanzoni, si inventa di essere già sposato con figli a Napoli. Non sa che la donna destinatagli è Rosaura e quando lo scoprirà, non saprà come cavarsi dall’impiccio, perché sopraggiunge a Venezia una prostituta romana che rivelerà che Lelio le aveva promesso di sposarla. Rosaura non vorrà per marito un bugiardo simile e accetterà il timido Florindo, ma per Lelio ci sarà la giusta riparazione a quanto ha creato. Dovrà giurare di non dire mai più una bugia, ma dopo un attimo di ripensamento urlerà con gioia: ”Viva le mie magnifiche invenzioni!”.
Accanto a Lelio che si destreggia tra le sue mille bugie, si agita un Arlecchino acrobata nel senso stretto del termine: Lorenzo Gleijeses salta e gesticola come l’Arlecchino che ci ha tramandato la tradizione della Commedia Dell’Arte che a questa pièce rimanda con la messa in scena della cornice rappresentata dalla compagnia familiare dei Cannavacciuolo. Infatti tra il primo e il secondo atto gli attori sono sulla scena e, ancora con i loro abiti di scena, discutono tra loro dei vari problemi e situazioni attuali senza che manchino battute comiche e riferimenti alla globalizzazione, ai negozi monomarca, alle navi da crociera che attraversano Venezia. I richiami presenti nel testo, però, non si limitano solo alla Commedia Dell’Arte e alla tradizione teatrale napoletana, lo stesso testo di Carlo Goldoni si ispira alla Verdad sospechosa dello spagnolo Juan Ruiz de Alarcòn, rappresentato a Mantova per la prima volta nel 1750. Il regista Alfredo Arias organizza tutti questi rimandi in un’equilibrata architettura che lascia fuori ogni intento moralistico di condanna e punta al medesimo spirito goldoniano che voleva celebrare la capacità dell’uomo di trasformare con la menzogna la monotonia del quotidiano.
Presentato in anteprima al Napoli Teatro Festival nel giugno 2015, viene riproposto perché merita un’attenzione maggiore e più duratura, per questo non si spiega come il giorno della prima i palchi fossero totalmente vuoti e la platea fosse quasi piena, ma a malapena.

 

N.B.: su Il bugiardo si veda anche: Grazia Laderchi, L'irredento bugiardo di Arias – Il Pickwick, 18 maggio 2015

 

 

Il bugiardo
di
Carlo Goldoni
adattamento Alfredo Arias, Geppy Gleijeses
regia Alfredo Arias
con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Lorenzo Gleijeses, Mauro Gioia, Andrea Giordana, Valeria Contadino, Luchino Giordana, Luciano D’Amico
scene e costumi Chloe Obolenski
musiche originali Mauro Gioia
luci Luigi Ascione
produzione Gitiesse Artisti Riuniti
durata 1h 50’
lingua italiano, veneziano, napoletano, romanesco
Napoli, Teatro Mercadante, 8 marzo 2016
in scena dall'8 al 13 marzo 2016

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