"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

"Pigmalione": fiori di lusso

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Nella rivisitazione di Pigmalione di George Bernard Shaw, Manlio Santanelli viaggia da Londra per atterrare a Napoli al Teatro Stabile in due atti. Le inflessioni dialettali calcate sono il primo indicatore che ci troviamo in un riadattamento di un testo anglosassone, nonché la prima scelta indispensabile per rendere la commedia riuscita e vicina alle corde del pubblico.
In questo viaggio il bagaglio è l’illusione di libertà che si avverte nel provare a diventare qualcosa di diverso ed estraneo da sé, considerato come migliore dalla società ma distante dalla propria natura e dalle condizioni socio-culturali di cui si è figli.

Inoltre: vi è la presunzione della classe benestante che buone maniere, bon ton e una lingua forbita siano sinonimo dell’unico modo degno di stare al mondo. Una distanza dissonante tra i due mondi che si avverte in modo tangibile. Una distanza che separa e non accoglie, che divide e non si nutre della bellezza della diversità.  Ogni ruolo ha una rilevanza e una funzione: serve a qualcosa e parla della storia di qualcuno. I giudizi di valore del ceto alto rispetto alle persone di estrazione sociale bassa inaridiscono e promuovono azioni omologanti. Le tre parole chiave della pièce − "desiderare", "essere" e "apparire" − si intrecciano: desiderio di essere un’apparenza.
Il Professor Puoti si diverte con l’umile fioraia Luisella impegnandosi ad instillare in lei la lingua di Dante, Leopardi e Manzoni. “Io farò una duchessa di quest’ aborto della società”: la scommessa fatta con l’amico Maffei è un gioco da salotto borghese con le fila della vita di una donna poiché dalla sua prospettiva non è avvertita come recante in sé alcun sentimento, o almeno nessun sentimento di cui preoccuparsi. Concordano anche sul “cinquanta lire, prezzo di costo”, quantificando brutalmente il valore di una persona. L’intervento del padre Gaetano Diodato è funzionale solo all’avere un tornaconto dalla situazione, in quanto sicuramente colpevole di averla trascurata: “Io nun l’aggio educata manc' nu poc'”.
Il primo atto ruota attorno all’insegnamento severo e rigorosamente ossessivo della fonetica e delle buone maniere del Professor Puoti al suono di “esse sibilante ed e tronca”, desiderio simile a quello del re Pigmalione che si ostina nel voler trasformare una statua d’avorio in una fanciulla. Ma un oggetto inanimato non ha la stessa sostanza di una persona: arriverà così la ribellione nel secondo atto della nobildonna creata ad arte: “Non ce la faccio più a parlare come la Duse!” e non lo dice semplicemente ma lo urla. È una sorpresa, dato che la metamorfosi sembrava compiutasi perfettamente e pareva che la donna avesse perso la sua anima turbolenta e impetuosa, acquistando un’espressione del viso quasi assente come quella della ragazza nel famoso quadro Assenzio di Degas. L’ex “cucciola di vaiassa” trasformata in nobildonna si rende conto del meccanismo pericoloso in cui è entrata: “Io vendevo fiori, non me stessa. Non ero scesa così in basso nemmeno quando vendevo fiori”. Esprime con forza il suo turbamento e si avverte non solo dalle sue parole intrise di rabbia ma da come tira fuori le braccia da quel vestito che la immobilizzava tutta, liberandosi in parte da quella costrizione.
I costumi hanno una valenza comunicativa che accompagna e rafforza il senso del testo: Luisella nei minuti iniziali in cui ha la sua identità originaria di povera fioraia, indossa un vestito largo che le consente di muoversi liberamente, mentre non appena inizia il processo di conversione aristocratica indossa un abito che la ingessa tutta, inibendola nei movimenti. Alla fine arriva al limite della sopportazione tirando fuori le braccia dal vestito per riuscire a muoverle più liberamente, eliminando così visivamente in parte le costrizioni a cui aveva acconsentito. Si condensano in lei un subbuglio di emozioni, si sente spaesata come un bambino che non ricorda più la sua lingua d’origine: la morale borghese ha mietuto le sue vittime.
La frase ricca di significato: “Il grande segreto è riservare le stesse maniere a tutti gli esseri umani” si riferisce al riservarle indipendentemente da provenienza, estrazione sociale e cultura poiché tutti meritano lo stesso trattamento, al riparo da discriminazioni e giudizi di valore. La storia messa in scena dimostra infatti che tentare di cambiare una persona convertendola a modi e valori che non le appartengono, o allo stesso modo il suo tentativo personale di snaturarsi, sarà maldestro. La superficialità dell’alta borghesia non sortisce risultati soddisfacenti o almeno permanenti: prima o poi la persona si potrà ribellare all’estromissione dal suo mondo, dall’esclusione da ciò che faceva parte del suo patrimonio identitario, poiché è ciò in cui si riconosce e che maggiormente sente appartenerle: ciò con cui facciamo contatto molto precocemente viene assimilato e noi, in quanto esseri umani, siamo omeostatici e per natura avversi al cambiamento. È un po’ come cambiare i valori e la mission ad un’azienda che opera indisturbata sul mercato da anni: agire sui suoi assunti di base, alcuni per definizione inconsapevoli, è un processo difficile e rischioso; destabilizzandola, anche se l’intento è quello di migliorare le sue performance, può succedere che vada in crisi fallendo. Ed è quello che accade in questo caso: “l’azienda” Luisella si azzarda metaforicamente a passare dalla vendita dei fiori a quella dei prodotti di lusso ma il tentativo, sebbene ben pensato, non ha un lieto fine. Altra riflessione è quella sul corpo: i condizionamenti che la società oggi impone al corpo della donna sono qui messi in evidenza nell’immagine che viene richiesta alla fioraia, che viene curata anche nei particolari superficiali aderenti ai canoni della bellezza classicamente intesa.
Il linguaggio usato è pensato in modo da sottolineare la diversità di classe nelle parole e nei toni e i conflitti tra i personaggi sono in gran parte conflitti dialettici in alcuni passaggi anche comici. Fatta eccezione per momenti in cui l’alzare la voce dona un accento più forte a sentimenti di rabbia e frustrazione, è il gioco brillante delle parole che conferisce senso al testo e che riesce a non annoiare nonostante le due ore e mezzo di durata complessiva. I passaggi più densi sono amplificati dalle piacevoli note del violino di Riccardo Zamuner, che compare sul palco già dall’inizio. Inoltre il senso della frantumazione è reso anche dalla scelta evocativa di far passare i personaggi dal muoversi in un salotto moderno al camminare con i piedi letteralmente nell’acqua: sembra voler dire anche con il non verbale che l’illusione si sta sciogliendo e annullando. Il tempo della rappresentazione è un crescendo di emozioni tutte appassionate ma che mutano, per poi trovare l’apice nella coscienza del valore di sé quale donna e non oggetto, quale persona e non statua d’avorio. Ben riuscite le interpretazioni dei protagonisti e con caratteri delineati meticolosamente: Gaia Aprea l’umile fioraia alle prese con il cambiamento, Paolo Serra nel ruolo centrale del borghese Puoti, e Fabio Cocifoglia, il colonnello Maffei spalla del cinico professore. Un terzetto ben assortito affiancato però da troppi, a mio parere, personaggi secondari, così tanti che il tratteggiare il loro carattere viene inevitabilmente sacrificato.
Una commedia che fa riflettere sull’identità personale e di genere, sulla disparità di classe, sulla tenacia e l’orgoglio nel voler-dover preservare chi veramente siamo nonostante le pressioni esterne.

 

 

 

Pigmalione
di George Bernard Shaw
traduzione Manlio Santanelli
regia Benedetto Sicca
con Gaia Aprea, Fabio Cocifoglia, Francesca De Nicolais, Gianluca Musiu, Giacinto Palmarini, Autilia Ranieri, Federica Sandrini, Paolo Serra, Antonella Stefanucci
e con Armando Alessandro Balletta, Marialuisa Diletta Bosso, Emanuele D’Errico, Katia Girasole, Dario Rea, Francesco Roccasecca
al violino Riccardo Zamuner
musiche Chiara Mallozzi
scene Maria Paola Di Francesco
costumi Frederick Denis, Laurence Hermant
produzione Teatro Stabile di Napoli/Teatro Nazionale
lingua italiano, napoletano
durata 2h 30’
Napoli, Teatro San Ferdinando, 4 marzo 2016
in scena dal 2 al 20 marzo 2016

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