“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Giovedì, 10 Marzo 2016 00:00

Ermanna Montanari: il corpo della voce

Scritto da 

“Ch’a m’so ardota a crèdar d’no esi gnanca tota, ch’a m’so vesta a cve e a lè int e’stes zir ad temp, una mateda a dirì vuiètar, mo dal volt ch’ai pens, a soia viva o morta? E cvi che in sogn im dis che j è a post e i rid mo in d’ei?”.

 

“Che mi sono ridotta a credere di non esserci neanche tutta, che mi sono vista qui e lì allo stesso tempo, una pazzia, direte voi, ma delle volte ci penso, sono viva o morta?”.

 

Penombra densa e avvolgente, palco vuoto, con pochi oggetti, geometricamente disposti. Al centro una pedana bianca, a destra un contrabbasso; a sinistra, un tavolo con pc e synth per riverberare e mixare suoni e sequenze. Sullo sfondo, uno schermo su cui verranno proiettati disegni, macchie di colore e sottotitoli.

Due musicisti ci accolgono con un tappeto di archi campionati: una rincorsa ipnotica e dissonante su cui, poco dopo, Ermanna Montanari fa il suo ingresso di soppiatto, morbida e fugace. Un giallo caldo e tenue le illumina le mani e lentamente si espande, grumo di senso e di mistero: lus. Veste bianca a campana, lunghi capelli sciolti sulle spalle, trucco accennato. Fluttua nello spazio, onda elastica e languida, ma attorcigliato al braccio ha una corda che sembra tenerla come i fili di un burattino.
In principio è la voce. Cade il silenzio nella sonora cassa armonica dello splendido Teatro Bonci, e il nostro viaggio ha inizio. È una discesa nel buio intimo dell’ascolto, dentro una scrittura antica di parole masticate e sputate in dialetto, suoni talvolta incomprensibili che arrivano alla pancia, prima che alla razionale comprensione: così che, a volte, si evita di guardare i sottotitoli che scorrono dietro, sullo schermo. In principio è la voce, che Ermanna Montanari calibra, controlla e accorda come uno strumento, dilatandola ed espandendola nei più remoti angoli dei suoni e dei fonemi umani. È una voce che soffia e graffia, che si carica e cresce, come il grano nei campi: una voce petulante e ardente, che s’infiamma di spasmi e d’ira, chiede vendetta. Voce di donna, di maschera, di artificio: voce della Bêlda, la figlia di Armida, la strega del paese: dalla madre ha ereditato la cura per tutti i mali – del corpo e dell’anima – e la notte se li carica addosso, fin quasi a farsi esplodere il cuore; faticosamente li espelle, tra litanie e scongiuri, su distese allucinate di suoni stridenti e fasci di luce viola e blu.
La partitura sinuosa e densa del poeta Nevio Spadoni viene riprodotta dal centro del palco e da lì s’irradia a noi, come quando la luce – o un suono – si rifrange. Pause, tocchi, sospiri, onomatopee; le parole s’incastrano tra i beat elettronici e gli archi campionati, scovano il senso, inseguono il ritmo. Il dialetto ravennate – che sembra un misto curioso di latino e francese – è una veste di consonanti compatte e rotonde modulazioni vocaliche che l’attrice/performer abita con sapiente devozione. Un abbandonarsi – suo e nostro – a una drammaturgia per corpo e voce che scava dentro una lingua madre e matrice che rievoca l’universo ancestrale del mondo contadino. Una donna con la falce tra le mani urla rime spezzate da imprecazioni di vendetta; nomi dei mali e delle erbe curative; versi estratti dalla terra umida di rugiada dei campi, per espiare, in solitudine (e col pubblico), una dannazione collettiva, primordiale. Il palco è altare, nascondiglio, patibolo, in cui si produce un singolare cortocircuito sacro profano di suoni modernissimi e suggestioni antiche. Il corpo – la voce – sono il fulcro di questo plurimo attraversamento da cui veniamo travolti, stupiti. Quando tutto finisce, sull’onda lunga della lus che lentamente si affievolisce, sembra di destarci da un incantesimo: "Ci siamo ridotti a credere" che ciò che abbiamo visto non sia neanche esistito, che quella donna "l’abbiamo vista qui e lì allo stesso tempo".
Quello che resta è una voce.

 

 

 

Lus
di Ermanna Montanari, Luigi Ceccarelli, Daniela Roccato
testo Nevio Spadoni
regia Marco Martinelli
con Ermanna Montanari
live electronics Luigi Ceccarelli
contrabbasso Daniele Roccato
spazio scenico e costumi Margherita Manzelli, Ermanna Montanari
disegno luci Francesco Catacchio
disegno abito di Bêlda Margherita Manzelli
animazione dello sfondo Margherita Manzelli
a cura di
Margherita Manzelli, Alessandro Tedde, Francesco Tedde
regia del suono Marco Olivieri
produzione Emilia Romagna Teatro
in collaborazione con Teatro delle Albe – Ravenna
lingua dialetto ravennate
durata 1h
Cesena (FC), Teatro Bonci, 1° marzo 2016
in scena 1° marzo 2016 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook