“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Mercoledì, 09 Marzo 2016 00:00

Palinodia d'una recensione

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Capita abitualmente su questa rivista di recensire più volte ciò che va in scena; capita – ed è pratica frequente – che d’uno stesso spettacolo si offrano nel tempo più recensioni, affidate però a penne diverse, espressioni di punti di vista differenti; capita e serve a dare, d’un medesimo spettacolo, interpretazioni personali che concorrano a fornire, di quel tale spettacolo, una testimonianza plurima e stratificata, in grado magari anche di registrare come e quanto quel tale spettacolo sia cambiato (maturato o peggiorato) nel corso del tempo, pur attraverso la variabilità che necessariamente s’ingenera da uno sguardo all’altro.

Nel caso di Homicide House capita invece il raro caso che lo sguardo che ci si posa nuovamente, a distanza di tempo, sia lo stesso che l’aveva incrociato tempo addietro (ad Andria, Festival di Castel dei Mondi, agosto del 2014), ricavandone un’impressione complessiva non del tutto positiva (come si potrà, avendone voglia e pazienza, leggere anche in calce a questo stesso articolo); uno sguardo che si concede una seconda opportunità di visione a ragion veduta, dal momento che rileggendo la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi non ci si può non rendere conto di quanto raffinato, minuzioso e preciso sia il congegno teatrale orchestrato intorno a quattro personaggi, la cui funzionalità è interrelata da rapporti di forze, di dominio e sudditanza, intessuti con acume e condotti con puntualissima attenzione alle sfumature psicologiche ed agli scarti repentini dei rapporti di forza in campo.
Ora, delle due l’una: o, al tempo, lo sguardo del recensore rimase attestato in superficie (vuoi perché magari non aveva dormito granché, vuoi perché il suo umore fosco di una sera gli avesse impedito di entrare in empatia con lo spettacolo, vuoi forse perché aveva mangiato pesante – come sovente gli capita – non digerendo del tutto), o tra l’una e l’altra visione è intervenuta qualche variazione registica sostanziale; oppure ancora – ed è forse la versione per la quale propendiamo – ciascuna delle due ipotesi contiene una parte di verità, un po' come dice la donna sadica coi tacchi a spillo ("La verità. Ognuno ne ha solo un piccolo pezzo"). Fatto sta che la nuova visione di Homicide House che s’è avuto occasione di vedere al Centro Sociale di Pastena (Salerno) – grazie all’opera benemerita di Vincenzo Albano, che s’ostina imperterrito a portare in Campania teatro che altrimenti non vi giungerebbe – lascia nel mio sguardo, in quello stesso sguardo rimasto precedentemente perplesso, un’impressione del tutto mutata, perché vedo quella drammaturgia efficace trovare piena realizzazione sul palco, grazie ad una regia – firmata dalla stessa mano, quella di Marco Maccieri – che appare più asciutta e ad una prova attorale che appare più convincente e matura, conferendo forma scenica congrua a quel meccanismo filosoficamente inappuntabile che ne costituisce la struttura scritta.
È una trama semplice e lineare, quella di Homicide House, che al suo interno però sviluppa una sottile dinamica psicologica e comportamentale – ed è in ciò che si riscontra il suo spessore drammaturgico – che si dipana stabilendo rapporti ambigui, ambivalenti, tra verità e senso morale, portando alle estreme conseguenze tanto interrogativi apparentemente fatui (come l’idea di una vacanza famigliare fatta da turisti che non vogliono sembrare turisti), quanto dubbi più profondi, sui quali si mette in gioco persino la vita stessa, che diviene oggetto di contrattazione di un efferato, cinico – eppure sardonico – gioco al massacro.
Personaggi senza nome occupano la scena: una coppia (lui oberato dai debiti, lei ignara), un usuraio a cui lui si era rivolto e una donna sadica a cui l’usuraio cede la titolarità del proprio credito, trasformandolo nel diritto ad esercitare potere di morte sulla vittima avuta in pegno.
Siamo al cospetto di vite sospese, come sospesi rimangono più volte gli unici arredi di scena: un tavolo di vetro temperato ed una sedia, entrambi gialli, ancorati a cavi d’acciaio; e come sospeso è il giudizio, che resta rovello argomentativo lasciato in dote allo spettatore. Il giallo è il colore dominante, dai toni tenui dell’inizio ad una cromia via via più vivida col progredire della tensione scenica, sancita da cesure sonore che arrivano come lame taglienti a dividere una scena da una scena, un momento da un momento, un rapporto di forze impari dal suo successivo sviluppo.
C’è un ritmo montante, che trova riscontro anche nel registro recitativo, che parte da un tono compassato – in particolare nella figura dell’uomo indebitato, interpretato dallo stesso Marco Maccieri, per poi avanzare in progressione, in un ritmo incalzante che raggiungerà l’apice fino ai limiti della nevrosi, sottolineata da un ticchettio sonoro altrettanto incalzante e altrettanto nevrotico, nei momenti topici del compimento della vicenda.
Il labile confine fra verità e menzogna si mescola, in Homicide House, al ragionamento capzioso intorno ad etiche variabili, ciascuna delle quali possiede una sua estetica: più d’una volta l’usuraio asserisce che ripetere le stesse cose è brutto esteticamente, mentre non appare minimamente combattuto né contrariato dalla propria etica delinquenziale, così come la donna sadica, armata di punteruolo, ritta sui suoi tacchi a spillo, non ha alcuna remora d’ordine morale nel soddisfare il proprio diletto mediante la pratica della tortura prima, dell’omicidio poi, eppure possiede un suo intimo senso morale che le fa desiderare, pur nella devianza della propria indole, l’appagamento di un sentimento d’appartenenza reciproca con l’uomo che ella stessa ha “acquistato” per seviziare. È un gioco al massacro, Homicide House, in cui alle armi, bianche e da fuoco, s’accompagna la più impalpabile ma anche a suo modo più cruente arma della parola; i colpi più forti sono infatti inferti a voce: dall’uomo alla propria moglie, dallo strozzino all’uomo, dalla donna sadica allo strozzino stesso, dall’uomo alla donna sadica, in un ghirigoro progressivo di forze mutevoli in cui ciascuno sarà alternativamente vittima e aguzzino di qualcun altro.
La verità, in Homicide House, è un concetto filosofico sfumato e sfuggente, riplasmabile ad uso e consumo di chi ne è momentaneo usufruttuario. Si finisce, più che per parteggiare per qualcuno degli anonimi personaggi, per interrogarsi sul senso ultimo del bene e del male, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sulla variabilità dell’etica, cangiante come le prospettive dalle quali la si guarda; non a caso alcune verità – o forse sarebbe più opportuno declinarle come punti di vista – vengono profferite stando in piedi sul tavolo stesso, così stabilendo un distacco, una sopraelevazione dal livello terreno della verità, come a voler spostare il fuoco della discussione ad un possibile livello superiore.
Rivedendo Homicide House, a distanza di tempo, ho la sensazione di assistere ad un lavoro in cui scrittura, regia e recitazione abbiano trovato il loro equilibrio, fornendo a me il piacere di una nuova visione teatrale ed il gusto della riscrittura di una recensione.


 

 

N.B.: Su Homicide House si veda anche:
Michele Di Donato, Thriller, ma non troppoIl Pickwick, 2 settembre 2014


 

MutaVerso
Homicide House
di
Emanuele Aldrovandi
regia Marco Maccieri
con Marco Maccieri, Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Valeria Perdonò
scene Antonio Panzuto
costumi Francesca Dell’Orto
disegno luci Fabio Bozzetta
assistente alla regia Pablo Solari
direzione tecnica Paolo Betta
foto Marco Merzi, Nicolò Degl'Incerti Tocci
produzione BAM Teatro / MaMiMò
con il contributo di Premio Riccione per il Teatro
in collaborazione con Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria 2014
e con Comune di Correggio – Centro di documentazione Pier Vittorio Tondelli / Giornate Tondelliane 2014
lingua italiano
durata 1h 15’
Salerno, Auditorium Centro Sociale, 4 marzo 2016
in scena 4 marzo 2016 (data unica)

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