“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Sabato, 27 Febbraio 2016 00:00

Corpo d'attore a colloquio con la morte

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“Il luogo del teatro è il corpo dell’uomo”
(Il ventre del teatro, Giovanni Testori)

Mentre due luci blu fendono la penombra, l’attore entra in scena dallo stesso corridoio da cui siamo entrati noi; la scena è composta da una sedia, uno sgabello da un lato, un mobiletto basso dall’altro; entra tirandosi dietro un carrellino per la spesa senza spesa, su cui è infilato un ombrello; è Antonio Ferrante, corpo d’uomo che occupa la scena per farsi teatro, per una e per tutte le sere in cui la replica di quel corpo, in quel luogo, ne assicura la sopravvivenza, per il tempo di una bella giornata, la “bella giornata di un uomo che dura quanto dura una rappresentazione teatrale”.

Aleggia sin dal principio il senso delle cose ultime, s’insinua sin da subito quell’impalpabile senso di sospensione che per solito contraddistingue i discorsi sui massimi sistemi, i rovelli perennemente irrisolti sull’antinomia vita/morte.
Camicia di jeans ampia, pantaloni marroni sdruciti, una toppa al ginocchio un’altra toppa sulla coscia, zuccotto calato in testa e occhialini scuri, di quelli che usualmente adoperano i saldatori e che sono allusione ad una vista calante, una quasi cecità che a malapena consente di leggere.
È così che Antonio Ferrante s’approccia, s’appresta, s’appropinqua alla sua conversazione con la morte, declinazione – propria e altrui – di un confronto necessario con l’inesorabile, redde rationem dell’ineluttabile.
È un confronto che inizia stando seduto, le mani poggiate sui ginocchi e un flusso continuo di parole, che sono quelle di Giovanni Testori e che sono fatte proprie da Antonio Ferrante, corpo d’uomo intimamente deciso a farsi teatro e a recare, seco e in dono a chi l’ascolta, la profonda elegia laica e spirituale ad un tempo di un testo interiorizzato nelle sue intrinseca sostanza etica: la parola scritta e la parola recitata, scritta dal pugno di un uomo e recitata dalla voce di un altro uomo, accomunano scrittura e voce in un unico afflato condiviso, in cui la scrittura (e l’essenza profonda) dell’uno si trasfonde nella voce (e nel corpo, nell'anima) dell’altro in un mutuo flusso osmotico.
Testori (ovvero il testo) è il teatro, Ferrante (ovvero l’attore) è il corpo in cui il teatro avviene; e per far sì che ciò avvenga, Antonio Ferrante “abita” e “si fa abitare” da questo testo come se Testori l’avesse scritto appositamente per lui: la Conversazione con la morte che esprime tutto l’afflato religioso dell’autore dinanzi al corpo morente della propria madre, nella traduzione scenica di Ferrante assume le fattezze del laico oratorio d’un uomo di teatro, capace di mantenere intatta la carica profonda del testo accollandola completamente su di sé, sulla sua vita, sul suo mestiere d’attore; mestiere d’attore che ricorre nei molteplici richiami alla metateatralità presenti nel testo, a cominciare dalla dichiarazione di uno spettacolo che non avverrà, passando per l’allocuzione diretta al pubblico, come a voler ridurre se non addirittura abbattere la distanza tra la scena e la vita; mestiere d’attore che ricorre anche nei pochi oggetti in scena e segnatamente condensato in una maschera – poggiata sullo sgabello – che è simbolo d’una vita donata a quel mestiere; accanto un plico di lettere tenute assieme da un nastrino rosso, come a raccogliere le parole e gli affetti di una vita. Dall’altra parte in terra un lenzuolo bianco, sul mobile basso libri e fogli, che d’un tratto verranno scaraventati all’intorno: brogliacci con copioni, libri, finanche un serto d’alloro – simbolo del magistero poetico e artistico – vengono buttati via, quasi a  voler sottolineare l’effimero e caduco senso dell’apparire in scena rispetto all’inesorabilità eterna della morte; un fascio di rose multicolore verrà sparso per terra assieme alle carte confuse, sovvertendo così una prassi teatrale: in questo caso è l’attore che anziché ricevere omaggi e tributi li dispensa al pubblico, dopo aver sparpagliato sul palcoscenico i simboli della sua arte e i segni della sua vita, ribaltato se stesso, sancisce la frantumazione della gloria caduca al cospetto della inesorabilità della morte, da cui si lascerà avvolgere coprendosi d'un lenzuolo bianco come la pacificazione.
Scarti repentini nel gioco delle luci segnano i passaggi da una parte all’altra del monologo: la morte entra ufficialmente in scena col comparire di una luce rossa che annuncia l’imminente perdita di un affetto (quello materno), una campana a morto aggiunge cupezza, la voce si fa più contrita, prima che luci chiare, con scarto altrettanto netto del precedente, riportino l’io monologante su un registro più descrittivo, per quanto indugi ancora su quel termine “MAMMA” proferito calcandone ogni lettera.
Il tono elegiaco cede il passo con uno scarto ulteriore all’affabulazione fervida della sostanza filosofica dei ragionamenti applicati al dramma vissuto; il chiaroscuro delle luci è una danza sulle punte, una gincana giostrata sul limite tra la vita e la morte, tra la morte e la sua elaborazione.
Antonio Ferrante conduce quest’intima conversazione con la morte in quarantacinque minuti di poetico afflato, in cui il suo corpo e la sua voce carichi d’anni e di repliche tengono viva la tensione drammaturgica senza patire alcun momento di calo; la riduzione drammaturgica del testo di Giovanni Testori è essenziale ma non minimale, profonda ma non concettosa, regalando un monologo che assume facilmente la forma di teatro compiuto e composito.
Lasciandosi attraversare dalla parola, Antonio Ferrante, corpo concavo d’attore che accoglie in sé il testo facendosi cassa armonica, filtro di carne per l’afflato dello spirito, restituisce la parola che l’attraversa rendendola “Teatro”.

 

 

 

 

Conversazione con la morte
di Giovanni Testori
diretto ed interpretato da Antonio Ferrante
allestimento Maria Palumbo
ricerche Antonio Ferrante
selezioni musicali Massimo Arcidiacono
foto e video Nina Borrelli
assistente alla regia Flavia Mazza
lingua italiano
durata 45’
Napoli, Teatro Elicantropo, 20 febbraio 2016
in scena dal18 al 21 febbraio 2016

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