“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Domenica, 21 Febbraio 2016 00:00

Medea, così lontana, così vicina

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Quella di Medea e Giasone è una casa buia, cupa. È costruita sulla sabbia come a ricordare che i due sposi sono arrivati a Corinto dal mare: lui esiliato ma greco di nascita, lei una straniera, una barbara per la prima volta a contatto con la civiltà. Le case fondate sulla sabbia non hanno basi solide, i granelli grigi sui quali è poggiato il pavimento e sui quali si alzano i muri fanno presagire un crollo. La sabbia morbida ha accolto gli sposi al loro arrivo ma l’interno della loro casa è duro e rigido.

Grossi blocchi di legno creano gli ambienti: la cucina col grande tavolo e il rubinetto arrugginito dal quale viene fuori l’acqua, il salotto di legno duro senza cuscini disposto alla maniera più moderna col divano ad angolo e il tavolino, la camera da letto con una cassa al posto dell’armadio e il letto di legno duro senza materasso, il bagno con il rubinetto e la doccia dai quali viene fuori l’acqua. Tutto è spigoloso, non c’è una curva, solo angoli. Anche le sedie sono ben squadrate. La casa di Medea e Giasone non è un luogo sicuro per un bambino, nemmeno per i loro due figli. Questa casa che appare come il simbolo della storia degli uomini che la vivono permette, grazie al suo essere solo un segno, di annullare il tempo e fare in modo che antico e moderno convivano sulla scena. Gabriele Lavia infatti lavora sulla contemporaneità del testo di Euripide pur lasciando intatta la sua struttura classica. Così la casa di legno, disposta alla maniera moderna ma senza essere reale, senza uno stile preciso, denota allo stesso momento nessun tempo e tutti i tempi. Somiglia un po’ alla casa di pietra di Fred e Wilma Flintstones. Allo stesso modo è difficile datare gli abiti, non sono tuniche ma nemmeno abiti contemporanei, somigliano a divise militari. Solo Medea indossa una lunga veste morbida e lucida. Tutti gli altri hanno giacche opache e cappelli che somigliano ad elmetti. I due schieramenti contrapposti sono i personaggi e il coro: neri i primi, bianchi i secondi.
Nell’antica contemporanea Medea di Lavia si parla in prosa mantenendo immagini poetiche. Resta il coro ed è formato tutto da donne che con la loro immagine soldatesca sembrano appartenere ad un esercito di guerrigliere che si batte per la difesa delle donne prima, dell’umanità poi. È questo passaggio dalla vicinanza a Medea all’allontanamento da lei che viviamo nel corso dello spettacolo noi spettatori così come i personaggi e il coro.
Medea ha sacrificato i suoi affetti e ha lasciato la sua terra per aiutare Giasone a costruirsi una vita migliore. Si è preso cura di lui con il suo sapere superiore a quello di altre donne ed altri uomini e gli ha dato due figli. Giasone la tradisce e la abbandona per prendere in moglie la figlia del re di Corinto, per vivere bene e da uomo ricco, per dare parenti nobili ai suoi figli. Seduti al tavolo della cucina i due coniugi litigano alzando la voce l’uno contro l’altra. Lei lo accusa, lui si giustifica e accusa lei a sua volta. Entrambi si nascondono dietro i figli. Non c’è niente di troppo antico, è qualcosa che accade ogni giorno in molte case.
Medea medita la sua vendetta. Ucciderà l’amante di Giasone e poi ucciderà i figli che lei stessa ha partorito. Il dolore che lei prova lo proverà lui in modo ancora più forte. A questo punto Medea si trasforma da vittima in carnefice. Il coro che prima piangeva la sua sorte adesso maledice la sua collera.
La Medea di Federica Di Martino è una creatura selvaggia. Cammina ciondolando, grida e scalpita nella sua casa trappola. Inganna gli adulti che le hanno fatto del male e con la stessa freddezza i bambini che ama. Solo dopo aver commesso il delitto si lava via la colpa con una doccia fatta in scena perché l’acqua viene giù davvero. Mentre si lava il corpo si piega sotto il peso delle azioni compiute. L’ombra proiettata sul muro è quella di un mostro. Ed è “mostro” che le dice Giasone. Il povero uomo senza più affetti, senza ricchezza. Giasone che in questa versione di Daniele Pecci non ha più nulla dell’eroe. È un Giasone che aspira al benessere, che fa sembrare tutto lecito con discorsi inconsistenti, un Giasone che nota la differenza tra la sua donna straniera e selvaggia e le civili donne greche. Allora i coniugi litigano ancora, alzando la voce l’uno contro l’altra. Lui accusa lei, lei si difende ed accusa lui. Entrambi si mascherano dietro il dolore che provano per i figli.
Lavia nella sua Medea non salva nessuno, non salva i morti dalla loro sorte e nemmeno i vivi dallo sguardo che gli rivolgiamo. Medea e Giasone restano così, privati di tutto, vittime del crollo della loro casa.

 

 

 

 

Medea
di Euripide
traduzione Maria Grazia Ciani
adattamento e regia Gabriele Lavia
con Federica Di Martino, Daniele Pecci, Umberto Ceriani, Angiola Baggi, Pietro Biondi, Gabriele Anagni, Sofia De Angelis, Giulia Horak
coro Silvia Biancalana, Maria Laura Caselli, Claudia Crisafio, Flaminia Cuzzoli, Giulia Gallone, Silvia Maino, Diletta Masetti, Katia Mirabella, Sara Missaglia, Francesca Muoio, Marta Pizzigallo, Malvina Ruggiano, Anna Scola, Lorenza Sorino
scenografia Alessandro Camera
costumi Alessio Zero
musiche Andrea Nicolini, Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
foto di scena Tommaso La Pera
produzione Teatro Stabile di Napoli con Fondazione Teatro della Toscana
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Mercadante, 18 gennaio 2016
in scena dal 17 al 28 gennaio 2016

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