“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 21 Febbraio 2016 00:00

Vòltati Eugenio!

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Nel 2015 David Kertzer, docente di scienze sociali, antropologia e studi italiani a Providence, nel Rhode Island, si aggiudica il Premio Pulitzer per la categoria “biografia” con il saggio Il patto col diavolo. Mussolini e papa Pio XI. Nel volume si analizzano i rapporti tra il fascismo e il Vaticano, la posizione favorevole di papa Ratti (assurto al trono pontificio lo stesso anno – il 1922 – della marcia su Roma) nei confronti del regime, il suo appoggio iniziale al nazionalsocialismo, visto come baluardo contro l’avanzata del bolscevismo, prima che Hitler imponesse le persecuzioni agli ebrei. Il pontefice rinnegò anche l’adesione del duce alle posizioni razziste del führer con le conseguenti leggi razziali (specie per quanto riguardava la proibizione dei matrimoni misti, contravvenendo agli accordi del Concordato), decidendo per un discorso di pubblica condanna dell’antisemitismo.

Ma proprio in quei giorni morì: il discorso fu affidato all’allora segretario di Stato cardinale Pacelli, che immediatamente provvide a farne scomparire le copie già stampate.
Basta questo episodio ad inquadrare la personalità e la figura di Pio XII, il “vicario di Cristo in terra” che resse il trono di Pietro negli anni bui della Seconda Guerra mondiale. Sotto il suo pontificato la Chiesa non prese mai una posizione ufficiale contro i crimini perpetrati dal nazismo (come la persecuzione degli ebrei, l’uccisione di migliaia di malati e diversamente abili, le deportazioni nei campi di concentramento e infine la ”soluzione finale”), preferendo una posizione di neutralità tra i belligeranti che si esprimeva in un generico e inane appello alla pace. Non meno del suo predecessore, papa Pacelli era preoccupato dall’avanzare del comunismo, e sperava che Hitler imponesse un ordine morale rispettando le radici cristiane dell’Europa in chiave antisovietica.
Anche quando le SS cominciarono gli arresti e le deportazioni nel ghetto di Roma, il papa evitò accuratamente di denunciare la barbarie nazista, limitandosi a favorire nell’anonimato la copertura e la fuga degli ebrei italiani, ovviamente in gran segreto.
La volontà di non prendere un’aperta posizione, il desiderio di non denunciare apertamente l’olocausto, la palese preoccupazione di coprire e disconoscere ogni grido di dissenso all’interno della Chiesa, hanno spinto il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth ad affrontare le responsabilità del papa in Der Stellvertetrer (ossia “il vicario”), dramma pubblicato nel 1963 e nello stesso anno rappresentato a Berlino con la regia di Erwin Piscator. Il testo trova riscontro in tutti i maggiori Paesi, suscitando un ampio dibattito, tale, sembra, da costringere il Vaticano ad affrontare la questione e ad aprire i suoi archivi. In Italia la Feltrinelli lo pubblica l’anno successivo. Nel 1965 la compagnia di Gian Maria Volonté decide di metterlo in scena: viene scelta una sede privata, un circolo culturale, ma alla notizia della rappresentazione il prefetto di Roma fa sgomberare il locale prima dell’inizio, adducendo la scusa che manca l’agibilità per una rappresentazione pubblica. Volonté e altri si rinchiudono all’interno della sala, minacciando lo sciopero della fame (la protesta dura tre giorni, prima di rientrare). L’opera scompare dai cartelloni (solo a Firenze è messa in scena grazie agli studenti universitari). Nel 2002 il regista Costa-Gavras dirige Amen., versione cinematografica de Il vicario, cui lo stesso Hochhuth collabora (assieme al regista e a Jean-Claude Grumberg) in sede di sceneggiatura. La ripresa italiana del 2008 si deve ad un gruppo di giovani attori che si sono conosciuti lavorando con Antonio Latella, tra cui Rosario Tedesco che adatta il testo e ne cura la regia.
Dalla pièce originale viene ricavata una versione di un’ora e mezza circa, con l’utilizzo degli stessi attori per più di un personaggio. Non si tratta di una rappresentazione con costumi e scenografia regolare, ma di una mise en espace, di una lettura non solo recitata, ma drammatizzata: i leggii servono – oltre che da supporto – da elemento scenico, quasi a sostenere il peso della realtà storica, gli abiti degli attori alludono più che mostrare (basta una tonaca per il giovane sacerdote Riccardo, e una mantella nera per l’inquietante dottoressa delle SS, mentre basta una camicia bianca per il pontefice). I movimenti, gli ingressi, le uscite di scena, segnano in maniera ritmica le cesure – ideali – tra le scene, raccordate da elementi del testo che segnano l’avanzare dei tempi. Si comincia a Berlino, nel 1942, sotto le bombe degli Alleati, nell’appartamento di Kurt Gerstein (personaggio realmente esistito), ingegnere luterano arruolatosi nelle SS con il segreto scopo di controllare e contrastare la follia nazista. Qui il giovane sacerdote Riccardo Fontana implora il nunzio apostolico a Berlino di appellarsi al papa per denunciare quanto diffuso da Radio Londra in merito allo sterminio degli ebrei. Giunge il padrone di casa che consegna al prelato la notizia che in Polonia circa diecimila ebrei vengono uccisi ogni giorno. Gerstein dà anche rifugio ad un ebreo, Jacobsen, che potrà scappare travestito da prete con la tonaca di padre Riccardo, a cui consegna la stella gialla a sei punte. Uno scambio simbolico che segna per il giovane sacerdote la scelta di percorrere fino in fondo, a costo di ogni rischio, la sua missione: far conoscere a Roma le atrocità del nazismo, provocarne la ferma condanna da parte del papa per suscitare nei fedeli un sentimento di sdegno e di rivolta. L’azione si sposta quindi a Roma, presumibilmente in un commissariato, dove una SS (Valzer, capo della polizia tedesca a Roma) interroga un ebreo battezzato che lavora per le fabbriche tedesche, chiedendogli se egli è per la liquidazione degli ebrei: questi risponde di sì. Entra l’attrice (che ha dato prima volto e corpo ad un medico delle SS, sospettoso nei confronti di Gerstein) ed è un vecchio ebreo. Al prigioniero di prima la SS ordina di sputare in faccia al vecchio, se vuole dimostrare davvero di aver rotto definitivamente con le sue origini e di appoggiare le ragioni del Reich. Il prigioniero dapprima non riesce a compiere questo atto ignobile, tergiversa, prende tempo. “Noi siamo solo dei fiammiferi prodotti in serie” dice il tedesco con aria beffarda, per fargli capire che le sue conoscenze altolocate non servono a nulla. E difatti poi l’industriale, rivolgendosi al pubblico in terza persona, dice che sarà deportato ad Auschwitz, nonostante avesse sputato davvero. Per ordine della SS, non viene messo in una cella, ma in un canile. Al vecchio non resta che la rassegnazione: “Queste cose non mi toccano più. Preghi”.
Riccardo si reca da un padre generale a Roma insieme a Gerstein, e qui espone il suo piano: diffondere la falsa notizia che le SS hanno ucciso il papa, o finanche uccidere il papa e far cadere la colpa su Hitler! Egli si chiede perché il pontefice non faccia nulla per fermare le azioni dei tedeschi a Roma.
Siamo alfine nelle segrete stanze del Vaticano. Entrano: il papa, il conte Fontana (padre del Nostro) e un cardinale. Poi entra Riccardo. Il papa gli chiede come si sia diffusa la falsa notizia che lui stesso avrebbe preso una posizione contro le deportazioni, dato che per lui “solo Hitler difende l’Europa: la ragion di stato impone di non denunciare Hitler come fuorilegge”. Pio XII parla alla platea: il dovere dei tedeschi, nel prossimo futuro, come protettori di Roma, è quello di mantenere l’equilibrio dell’Europa, piuttosto che la sua unità. Alleanze in Europa sì, ma niente unità europea. Egli nega di prendere una posizione nei confronti del conflitto e impedisce di far scrivere in un suo comunicato l’espressione “arresti degli ebrei”. Riccardo mette la stella gialla sul petto ed esce, mentre si ode una musica di pianoforte e si abbassano le luci.
Un testo che non smette di sconvolgere e far pensare, se ancora una certa stampa cattolica accusa Hochhuth di aver scritto a bella posta l’opera su commissione dei sovietici, i quali gli avrebbero fornito falsi dossier per screditare il Vaticano. La regia di Rosario Tedesco concentra un’opera che avrebbe potuto rivelarsi articolata, didascalica e prolissa sull’essenziale parabola interiore di Riccardo, di un giovane che s’interroga – al pari dell’ingegnere Gerstein – sulla follia del mondo, sul come sia possibile un abisso così profondo nelle menti di migliaia di ragionevoli europei, nel cuore di onesti lavoratori e padri di famiglia... Riccardo si sente tradito dalla Chiesa, da quell’ambiente in cui è cresciuto, all’ombra delle protettive colonne di San Pietro, e si fa ebreo per condividere la sorte di migliaia di concittadini, di altri uomini risucchiati nel vortice buio della ragione, fino ad arrivare al cuore stesso del male per vederne le fucine in azione. Allora un testo, questo, necessario perché costringe a ritornare su un atteggiamento generale che ha contribuito alla costruzione dell’enigma assoluto della shoah, su quell’indifferenza generale di coloro che hanno preferito il silenzio dell’ignavia al grido della giustizia.
E come già nella stagione di debutto, al termine di ogni replica la lettera dell’immaginaria deportata romana sarà letta da una persona diversa, sia essa giovane, anziana, credente, atea, islamica, ebrea...

 

 

 

 

 

Il vicario
di  Rolf Hochhuth
adattamento e regia Rosario Tedesco
progetto e lettura Nicola Bortolotti, Matteo Caccia, Marco Foschi, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco
in collaborazione con PianoinBilico
con il patrocinio di Goethe Institut – Mailand
organizzazione Cinzia Spanò
luci Giuliano Almerighi
lingua italiano
durata 1h 30'
Monza, Teatro Binario 7, 14 febbraio 2016
in scena 13 e 14 febbraio 2016

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