“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Venerdì, 12 Febbraio 2016 00:00

Arte e scienza

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Su poltrone più comode delle sedie della Facoltà di Medicina, al Nuovo Teatro Sancarluccio partecipiamo alle lezioni del Prof. Pozzi che si fa strada sul palco entrando come in un’aula universitaria ed illustra il corso di “Fisiologia della fecondazione assistita” che terrà per noi spettatori-studenti. Con l’ausilio della lavagna e di gessetti colorati scrive i titoli degli argomenti che tratterà in sei parti più una di chiusura: “Sul nascere”.

Prima lezione: “Assisted riproduction tecniques”, le tecniche mediche che aiutano il processo di fecondazione ossia il percorso che l’ovocita e lo spermatozoo devono compiere perché inizi una gravidanza. È l’acronimo di ART e per Pozzi non è un caso: egli sin da subito fa coincidere l’arte nelle sue varie forme come il teatro, con la scienza. Sono due forme di conoscenza tra cui esiste correlazione benché l’una sia basata sull’intuizione e l’altra sulla ragione e tale visione è vicina a quella del Rinascimento in cui non essendo ancora netta la divisione delle attività umane, il connubio e l’interazione tra artisti e scienziati era forte. Poi compaiono Serena e Luca, una coppia che si è rivolta ad un centro specializzato per capire i motivi del mancato concepimento (da cum cipere: accogliere in sé, contenere). Confusi e spaventati si tormentano sul perché non sia per loro naturale un avvenimento che lo è per definizione, che permette alla natura il mantenimento della specie. Sarà mica contro natura sottoporsi artificialmente a tecniche di fecondazione assistita? “Il disboscamento delle foreste è forse l’unica cosa contro natura”, replica in chiave ironica il Professore.
Seconda lezione: “Test di valutazione: numero, motilità e morfologia degli spermatozoi”, è il processo vissuto come giudicante dall’uomo in quanto valutare il suo liquido seminale sembra richiamare una messa in discussione della sua “virilità”, nelle sue fantasie non può essere assolutamente colpa sua se l’embrione non attecchisce. E invece l’infertilità non è colpa di nessuno, è una combinazione di fattori che sussistono.
Terza lezione: “Fisiologia dell’apparato riproduttivo”, illustrazione grafica del corpo maschile e femminile ponendo l’accento sull’avvertire come un problema se non si riesce a far nascere dentro di sé una nuova vita senza l’intervento della scienza. “È un peccato che la biologia non possa entrare in contatto con le persone come l’arte”, sospira il Professore.
Quarta lezione: “Cenni di embriologia”, la testimonianza diretta e precisa dell’embriologa.
Quinta lezione: “Step di controllo”, il terrore che ci sia una falla nell’incontro uomo-donna da non poter generare un terzo. Perché poi farsi un problema se gli spermatozoi sono pochi? La metafora come immagine efficace è quella degli spermatozoi che vanno in battaglia, in cui si spera ci sia un vincitore ad insediarsi nel territorio estraneo.
Sesta lezione: “Il trasferimento dell’embrione sulla parete dell’utero”, la parte più delicata e complessa perché sia raggiunto l’anelato obiettivo.
Tutti i personaggi sono rappresentati dallo stesso attore Roberto Azzurro che alterna momenti di spiegazione scientifica nelle vesti dell’autorevole Professore e dell’embriologa, ad altri in cui dà voce all’infermiera, agli ex allievi, alla coppia di Serena e Luca, al suo flusso di pensieri in aggiunta alle definizioni accademiche. Essenziale e capace di catturare l’attenzione, abile nel passare rapidamente da una veste all’altra semplicemente cambiando il tono della voce, l’inflessione o indossando gli occhiali classici da docente. La scena cambia con un motivetto canticchiato da Pozzi tra una lezione e l’altra e con il contemporaneo atto di cancellare frettolosamente la lavagna. Il ritmo è veloce e la rappresentazione fornisce uno spaccato degli elementi che si innescano in un processo di fecondazione assistita: il sentire comune, il femminile e il maschile con preoccupazioni ed ansie marcate ma differenti, l’eco degli esperti in materia.
Senza la pretesa di avere l’ultima parola, agli aspetti fisiologici affianca il versante psicologico dello sviluppo di ansia e depressione nella donna infertile e il vissuto di minaccia al proprio Sé che deriva dal non essere riproduttivo nell’uomo.
Non manca un continuo cambiamento di registro nella rappresentazione: ora scientifico e dettagliato, ora ironico e rispecchiante i pensieri dell’uomo comune. Affronta un tema tanto complesso e attuale, inserendone una nota di leggerezza: tratteggia infatti i personaggi nella loro umanità rendendoli al tempo stesso fragili e feriti ma anche buffi e con preconcetti radicati. Il messaggio passa con immediatezza e non è merito di una scenografia ricercata o di luci particolari ma del carisma e della competenza del Professore. Egli alterna la teoria a testimonianze pratiche e ciò rende più facile la comprensione per noi allievi in platea: così come all’Università, quando leggi solo i testi e non applichi ciò che impari, l’apprendimento sarà meno efficace dell’alternanza didattica interattiva teoria-pratica.
Questi dialoghi all’interno del monologo permettono di far luce sulle parti in conflitto dell’essere umano in un momento di stagnazione in cui le dinamiche relazionali della coppia cambiano a causa di un evento critico del ciclo vitale: non poter avere un figlio può innescare sensi di colpa, sentimenti di inutilità, negazione.
Arte e Scienza sono presentate come aspetti interconnessi tra loro: la scienza sta nelle risposte dei perché che ci poniamo, ma attivarsi per trovare una risposta deriva dal restare affascinati da quello che vediamo e questo è ciò che fa l’arte incitando la scienza a trovare una risposta. Un po’ come fanno i bambini che antepongono ad ogni cosa un ritornello di “perché”, mossi dalla sete di continua curiosità.
Nel corso delle lezioni una voce di sottofondo preannuncia che il Prof. lascerà l’Università ma non sappiamo perché: viene svelato nel prologo quando il finale felice prevede che Serena sia rimasta incinta. Pozzi è al contrario sul nascere di una nuova vita, con una diagnosi di cancro terminale. Il finale è inaspettato e chiude un cerchio in cui vi è la nuova vita resa possibile anche grazie ad un corpo che invece si avvia verso la morte.
Negli ultimi minuti fa così la sua confessione avvicinandosi fisicamente al pubblico e sedendosi sui gradini del palco: paradossalmente la fine prevista in poco più di un anno della sua vita suona quasi come una liberazione dal dover accumulare soldi per la vecchiaia, dagli affanni del lavoro quotidiano, potendo ritornare al sogno originario di fare lo scrittore, sogno abbandonato per paura di dover guardare dentro di sé, facendo affiorare aspetti che preferiva tenere celati. Ed ora che in lui è iniziato il processo di morte cellulare, riprenderà la sua vita nel punto in cui aveva abbandonato la passione, definendo il suo cammino “una lunga pausa produttiva” dalle cose che amava. Questo passaggio mi ha ricordato uno studio condotto su centoventi psicoterapeuti (che rientrano nelle professioni di aiuto come i medici): non a caso, se potessero scegliere oggi di fare un altro lavoro opterebbero proprio per un lavoro creativo, artistico.
Così, con un berretto giallo e verde che gli dona un’aria più spensierata e l’mp3 nelle orecchie, quando parte il pezzo musicale si incammina sulla strada che non aveva scelto per poi rientrare più e più volte invaso dagli applausi entusiasti in sala.
Davvero bella e versatile l’interpretazione dello scienziato composto con un estro inesploso, che infatti alla fine si rivela un mancato artista.

“C’è una vita che nasce nel grembo e che io stesso ho contribuito a far nascere, e poi c’è la vita che nasce per strada, tra la gente, tra le cose che avevi deciso di fare” .
(Prof. Pozzi)


 

Su Sul nascere si veda anche: Alessandra D'Ottone, In punta di nascita, di ARTs in ArteIl Pickwick, 24 ottobre 2014

 


Sul nascere
di Carolina Sellitto
diretto e interpretato da Roberto Azzurro
produzione Ortensia T
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Nuovo Teatro Sancarluccio, 7 febbraio 2016
in scena 6 e 7 febbraio 2016

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