“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Sabato, 06 Febbraio 2016 00:00

Un poco tranquillo weekend di follia

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Un vecchio televisore catodico poggiato su alcuni libri dalle copertine in brossura si trova al centro del proscenio, fuori dal sipario chiuso. Quando questo si apre, colpisce l’assito che pende verso la platea, come se la scena stesse scivolando verso il pubblico, in bilico tra realtà e rappresentazione. Un piccolo tavolino con due sedie si trova alla sinistra del palco illuminato da una lampada a piantana. Sul tavolino campeggia un posacenere kitsch a forma di un’inquietante testa umana sovrastata da una palla che, premuta, fa sparire le cicche. Sulla destra ci sono: un divano a tre sedute, un tavolino basso, alle spalle un mobile bar con giradischi, molti libri, qualche bottiglia di liquore. In posizione quasi laterale, ma incombente con le sue dimensioni, vi è un grosso balcone che affaccia su una trafficatissima strada romana, al piano terra.

La porta di ingresso non è visibile, un’altra porta coincide con una quinta che porta in cucina. Tra il divano e la zona che porta in quest’ultima stanza si trova uno stanzino che introduce alla stanza da letto e al bagno, in un altrove fuori scena. Questo microcosmo è la vita di Ida, matura professoressa di inglese, fortemente claudicante fin da ragazzina per una caduta dalle scale ed una cattiva ingessatura. È scialba come la vita che apparentemente conduce, tailleur grigio, occhiali, capelli raccolti. È venerdì, entra in scena tornando da scuola, mette le pantofole, fuma una sigaretta nervosamente, mette un disco in francese come Il tango delle capinere, beve mentre aspetta Marco, ragazzino di prima liceo, goffo e indolente a cui dà lezioni di italiano  per arrotondare il misero stipendio. La signorina Ida è “zitella”, un termine che non si usa più, ma che connota con chiarezza la solitudine della donna, arrivata a Roma dalla provincia campana per emanciparsi, per sfuggire ad un destino di nubile zoppa che nessuno avrebbe sposato, come la madre spesso le aveva rinfacciato.
Andato via il ragazzino, che approfittando di una momentanea assenza di Ida lascia un topo finto sotto al tappeto che lei scoprirà subito, inizia l’altra vita la scialba signorina Ida che, indossando un rosso abito provocante e attillato, tacchi alti, mostra una sensualità ancora esistente, sopita e massa a tacere da un perbenistico retaggio della sua educazione, da quella solitudine così malinconica come le canzoni francesi che ascolta, che parlano di amori perduti, di tempo che passa, per dirla alla Guido Gozzano: "Di quello che poteva essere, e non è stato”. Con la scusa che la caldaia non funzionava da giorni, telefona al sor Mario, l’idraulico, e si fa mandare con urgenza a casa il giovane garzone Narciso. Macho, sveglio, incarnazione del più puro testosterone da cima a piedi, è oggetto delle avances palesi e ironicamente patetiche di Ida, ora in vestaglia, ma ancora in tacchi alti. Il gioco della seduzione si conclude in un contatto rude e forte che chiude la scena e la giornata del venerdì.
Il sabato e la domenica li vedono ancora insieme che passano il tempo tra cibo e amplessi tra il divano e la stanza da letto. La conversazione tra i due è spesso divertente nascendo dal contrasto tra il vissuto di origini napoletane, borgataro e proletario di Narciso e quello colto, affettato di Ida. La musica delle telecronache calcistiche della Domenica sportiva della televisione, le canzoni pop anni '80 ascoltate dal giovane, quelle francesi imposte da Ida, i blandi tentativi di conoscersi al di là del loro presente compongono la loro domenica. I due amanti si rivelano per quello che sono: due sradicati, due “deportati” come lo stesso Ruccello definì i personaggi dei suoi studi antropologici su La cantata dei pastori, due persone che hanno perso la loro identità culturale abbandonando le loro radici. La domenica finisce con un amplesso violento tra i due nella zona non visibile del palco che termina con un urlo di Narciso che fa immaginare qualcosa di tragico dopo aver visto balenare un coltello nelle mani di Ida. Marco, lo studente, tornato a sbirciare a casa della professoressa per vedere se il suo scherzo del venerdì fosse riuscito, entra in casa dal balcone incuriosito da quello che sente accadere nella casa, e assiste a qualcosa di torbido.
Il secondo atto ci presenta già il lunedì e la tragedia vera che porta allo scioglimento della storia e dell’atmosfera da thriller. Ida è sola sulla scena, ancora vestita della sua solitudine, nutrita di alcool, di desideri repressi e malinconie inconsolabili. Marco torna per la sua lezione, è teso e ansioso, è sottoposto ad un serrato interrogatorio da parte di Ida che da un errore commesso dal giovane ha capito che lui la sera prima era in casa e forse ha visto tutto. L’atmosfera si fa sempre più tesa e quando Ida si vede quasi scoperta, riprende il gioco della seduzione con Marco, preda facile della Barbablù moderna. Il ragazzo svanisce dalla scena, mentre Ida turbata dalla telefonata della madre di Marco preoccupata che lui non fosse ancora tornato a casa, fa emergere la sua rabbia violenta, la sua follia. Davanti allo specchio si assiste allo sdoppiamento della personalità della donna, ora la bimba fragile con la gamba zoppa rimproverata dalla madre, ora la donna piena di rimorsi e di paura di essere scoperta. In un crescendo di disperazione e di frantumazione dell’Io, la donna si rifugia nelle fiabe dell’infanzia, nella storia della Signora cu lu zampone che accompagna il suo odio verso la madre e le sorelle, verso una vita agognata e non avuta. Echi di Basile si mescolano ad invettive oscene. Il coltello con il quale ha minacciato sia Narciso che Marco è vero o è frutto delle sue fantasie? La domanda resterà sospesa, i due torneranno sulla scena nei due momenti finali, ma sono fantasmi della mente malata di Ida o la loro presenza è reale e quella bocca bistrata di rossetto rosso non è il simbolico residuo “del fiero pasto” a cui Ida antropofaga aveva rimandato nelle sue farneticazioni?
Ida, come Adriana in Notturno di donna con ospiti, come Jennifer de Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, sono l’emblema di uno sradicamento culturale prima ancora che geografico, donne che pagano le loro scelte con una solitudine esistenziale così profonda che fa loro superare la fragile barriera tra l’inconsistenza del reale e la realtà del sogno compensatorio. Non è un caso che in tutti e tre i drammi citati, le protagoniste comunichino con l’esterno solo attraverso il filo del telefono, cordone ombelicale tecnologico che le tiene ancorate al mondo esterno. “Non mi hai chiesto niente per tutti questi tre giorni. Non mi chiedi niente per dopo... è come se non volessi niente. Oppure non ti aspettassi niente”. Dice Narciso ad Ida. Lei è tutta in questa battuta, si prenderà quello che non può avere dopo che, con la sua gamba zoppa, è stata esclusa dal consesso del mondo.
La regia di Luca De Bei è molto attenta allo studio delle luci che diventano dei veri e propri punti focali della storia, preciso nello studio del testo rappresentato solo con qualche piccola variazione, operando sul lavoro degli attori ricreando un impianto fortemente drammatico senza cali di tensione per tutta la durata della pièce. Margherita Di Rauso, finalista con questo ruolo al Premio Le maschere del Teatro Italiano 2014, dimostra un’indubbia bravura nel connotare questo difficile personaggio con le corde più disparate, dal sensuale al comico, dal drammatico al grottesco, dallo spietato al pietoso, rendendo il personaggio di Ida quello che intendeva Ruccello nel suo testo. Una donna che smuove la compassione, il cum patire, il soffrire insieme, una donna nella quale tutti si possono riconoscere.

 

 

 

 

 

Weekend
di Annibale Ruccello
regia Luca De Bei
con Margherita Di Rauso, Giulio Forges Davanzati, Gregorio Valenti
scene Francesco Ghisu
costumi Lucia Mariani
disegno luci Marco Laudando
aiuto regia Peppe Bisogno
assistente alla regia Lucrezia Lanza
assistente scenografo Valeria Mangiò
scene La Tecnica srl – Albano laziale
foto di scena Pietro Pesce
produzione I Magi srl
coproduzione Ma.di.ra srl
lingua italiano
durata 1h 50’
Napoli, Piccolo Bellini, 4 febbraio 2016
in scena dal 2 al 7 febbraio 2016

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