“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Mercoledì, 27 Gennaio 2016 00:00

Il delirio della psicanalisi

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Ginevra Barbato Ricci appare in scena con il corpo proteso in avanti, ripiegata su se stessa, con il capo chino. Scena buia, una lampada da comodino al centro.
Inizia lentamente a tremare, in crescendo fino a restare dritta, ergendosi in piedi ancora tremante. Il suo monologo ha inizio con la parte della paziente allo stadio terminale di un cancro la quale si siede e racconta all’altro assente, ossia ad una sedia vuota, i suoi tormenti sulla malattia, in un ossessivo e disperato tentativo di controllo della seduta con la psicoterapeuta immaginata. Anche al termine del tempo stabilito continua con “Lei lo sa che potrebbe non esserci una prossima volta... una cosa ancora le voglio dire...”, finchè non si allontana dalla presunta stanza di terapia, come se fosse spinta via perché il tempo è scaduto.

Questo il primo impatto attraverso cui, sin da subito, l’attrice si impone con forza sul palco usando espressioni facciali accentuate, estremizzate, caricaturali e movimenti corporei veloci, frenetici, inquieti.
Rientra subito dopo, ora nelle vesti della psicoterapeuta, ed inizia a parlare dei suoi pazienti, di quelli che le gettano addosso problemi, timori, disagi cercando in lei un sostegno, anzi una guarigione. È in questo passaggio che inizia a caratterizzarsi il personaggio nel suo delirio perfettamente consapevole, come faceva presagire il titolo. Non ne può più di tutto ciò che le viene quotidianamente “vomitato addosso” e decide di sottrarsi al suo lavoro. Il susseguirsi rapido dei pensieri a voce alta, come in un flusso di coscienza, è accompagnato dalla velocità dei movimenti: si veste, si spoglia, si riveste. Il contenuto delle parole, che recitano con distacco i problemi asfissianti dei pazienti, viene contraddetto dal messaggio non verbale di inquietudine e coinvolgimento profondi.
Poi è il momento di Aldo − parte recitata sempre da lei − come colui che incarna l’ansia generalizzata e che in uno sfogo violento tenta di strangolarla. È ora che si lascia andare e parla si sé, di quanto sia stato impossibile reggere la pressione dei tormenti dell’altro perché la sua storia ne era troppo ricca. Il non aver superato le sue angosce e la mancata trasformazione di queste in altro di funzionale per sé, le ha tolto la lucidità quando è entrata in contatto diretto con la sofferenza altrui.
La psicoterapeuta che ci troviamo davanti per l’ora intera della rappresentazione non è più in sé: è impazzita divorata dai suoi conflitti irrisolti.
Lo stile della recitazione coinvolge chi è in sala, lascia che ci si immedesimi nelle corde dolenti di una vicenda messa a nudo e rappresenta un soggetto abulico in cui l’assenza di volontà è sfociata prima in meccanismi compensatori e patologici e ora in un delirio. “Voglio essere capita anche io”, recita la psicoterapeuta: ciò è espressione del suo bisogno d’aiuto, dichiarazione disarmante di non riuscire ad aiutare gli altri. Si pone all’attenzione così un tema fondamentale per la professione della talking cure: aver guarito le proprie ferite è un irrinunciabile passaggio da fare prima di porsi nella relazione d’aiuto con l’altro. Il non farlo diviene pericoloso per sé, perché si può non reggere il carico emotivo, e per l’altro per l’efficacia dell’azione terapeutica in sé. Inoltre ci troviamo in presenza dello smantellamento della visione comune dello psicologo come figura “magica” e risolutrice di ogni male: è invece una persona anch’egli e come tale portatore di vissuti, esperienze, sofferenze. Spesso, anzi, la scelta di intraprendere questo percorso professionale nasce proprio dall’aver fatto contatto molto presto con disagi profondi, nella volontà di rimarginare anche parti di sé nell’ascolto attivo dell’altro.
Sebbene passi molto bene allo spettatore la sensazione di malessere che è estremizzato, ma ovviamente può essere presente in chi fa questo lavoro, ci sono elementi che rimandano al cliché dello psicoterapeuta che ascolta ma non sa aiutare concretamente. Il rapporto con la madre nella sua confessione viene definito distruttivo e non c’è spazio per la figura terza del padre, non c’è spazio nemmeno per altre figure che nel proprio sistema di relazioni avranno avuto una qualche influenza: è una visione parziale che considera solo una relazione, benché quella privilegiata del “caregiver-bambino”, ma che non è l’unica di cui si fa esperienza. Per i non addetti ai lavori può passare un concetto colpevolizzante della figura materna offuscando il nostro essere soggetti attivi e responsabili: l’influenza dell’ambiente e del sistema di relazioni può essere incisivo nell’eziogenesi dei disturbi mentali ma non è l’unico fattore determinate.
Appassionato ma estremizzato, ricalcante con impeto i sussulti di una psiche in subbuglio, resa anche visivamente con i gesti, a partire dal simbolico cospargersi il corpo della crema al cioccolato del dolce che ingurgita o al gettarsi a terra quasi inerme. Discutibile la scelta di un soggetto che rappresenta una psicoterapeuta delirante così in preda all’abulia e ai conflitti profondi irrisolti: la motivazione dello scegliere di fare tale lavoro nasce spesso da una sofferenza ma nel percorso formativo si impara a farci i conti e a farci pace.
Nonostante gli spunti calzanti, dunque, questo personaggio rischia di alimentare alcuni pregiudizi che ancora sono imperanti rispetto alla professione psicologica.

 




Delirio lucido di una psicoterapeuta

di Giuseppe Roncioni, Valeria Bassolino
regia Giovanni Granatina
con Ginevra Barbato Ricci
costumi Gina Oliva
produzione TAV Teatro Animazione Visioni
fonte immagini di scena pagina FB Teatro Animazione Visioni
lingua italiano
durata 55'
Napoli, Te.Co – Teatro di Contrabbando, 22 gennaio 2016
in scena dal 22 al 24 gennaio 2016

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