“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Sabato, 30 Gennaio 2016 00:00

Un triangolo in un quadrato

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Lui, lui, l’altra è il plot ridotto all’essenziale di Cock, psicodramma della gelosia (ma non solo) che, dietro la sua apparente semplicità dell’impianto concettuale sfuma derive di senso che s’intrufolano con acume nelle dinamiche interpersonali. Lui, lui, l’altra è un triangolo “anomalo” che può sulle prime suggerire un’attenzione precipua al tema dell’identità di genere, ma questo non è che l’involucro tematico, la buccia esterna che contiene un frutto drammaturgico la cui effettiva ‘polpa’ risiede invece in uno sguardo lucido e disincantato sulla difficoltà che si può avere ad identificare il proprio posto nel mondo, difficoltà a capire “chi” si è, prima ancora che a designare “cosa” si è in base ad un orientamento sessuale più o meno definito.

Psicodramma della gelosia, si diceva, ma è definizione quanto mai parziale che rischia di fuorviare; piuttosto è Cock un dramma dell’irresolutezza, piccolo affresco di uno scampolo di vita possibile, il cui protagonista è impantanato in un cul de sac di decisioni sospese, scelte rimandate, posizioni oblique, in sintesi incapacità di autodeterminazione: John, benché sia l’unico dei personaggi ad avere un nome, è quello che meno di tutti ha individuato la propria collocazione tra gli uomini ed è quello che con più impaccio e meno disinvoltura attraversa la scena.
La scena è un quadrato perimetrale con un tappeto di segatura in terra su cui gli attori si muovono come sopra un ring, le schermaglie verbali sono scandite da un gong al suono del quale è come se cominciasse ogni volta un nuovo round tra i contendenti; tra due uomini legati da un rapporto di coppia, entra come terzo incomodo una donna, con la quale il più giovane dei due – John, appunto – ha intessuto una relazione che ne ha minato le già fragili certezze. Il dialogare sulla questione è incalzante e determina, insieme ai dettagli visivi, la connotazione psicologica e temperamentale dei personaggi; così John e il suo compagno ci appaiono in scena come due tipi e due stili completamente differenti, nell’abbigliamento, nei modi, nella differente strutturazione delle rispettive personalità: John ha l’aria da ragazzo, veste casual, camicia a quadri tenuta fuori dai pantaloni, sneakers ai piedi, chioma arruffata che fa pendant con la confusione dei suoi pensieri, andatura ondivaga, postura compressa con le mani spesso accucciate nelle tasche dei jeans e una dichiarazione d’inadeguatezza che ne descrive l’indole con una chiosa lapidaria: “Ho bisogno di essere eterodiretto!”; il suo compagno è invece una figura definita, uomo fatto e strutturato un broker sicuro di sé, se vogliamo a tratti protervo e autoritario, sarcastico e tignoso, ben vestito, curato nell’aspetto e con le idee chiare su chi è e cosa vuole. A legarli è il sempre di un affetto e l'accidente di un’infelicità, quella che s’innesca per un imprevisto (la sbandata di John per una donna), che mina gli equilibri fra i due ma che al contempo deve confrontarsi con l’inestricabile ginepraio dei rapporti che non sanno finire. Ed è su questo groviglio che Silvio Peroni costruisce con perizia la scherma di un confronto serrato, in cui i protagonisti di un triangolo sui generis si confrontano e si affrontano, prendendo ora il centro del ring, ora rincantucciandosi all’angolo. La conoscenza fra John e la donna di cui si è invaghito viene rivissuta in scena in forma di flashback che serve a far entrare in gioco il personaggio di lei, la quale diverrà parte attiva nel match di pugilato verbale che si consuma sul quadrato di segatura; anzi, esasperando la metafora pugilistica, potremmo dire che in scena ci sono due fighters – l’uomo e la donna che si contendono John – e un incassatore  (John appunto); a sparigliare il gioco di forze in campo (o almeno a provarci, in nome della "conservazione" dello stato delle cose), interverrà poi la figura del padre del broker, il quale non riuscirà ad incidere in maniera determinante sulle vicende, se non esacerbando le conflittualità in atto fra le parti in causa.
Il “triangolo scaleno” che s’inscena in forma di riunione pugilistica si avvale di una compagine attorale valida e affiatata, guidata da regia attenta e precisa; ne consegue un lavoro ben fatto, che sa stabilire una misura omogenea tra il concetto di fondo ed il modo di rappresentarlo.
Il ritmo dei dialoghi è serrato e scorrevole, diretto e senza circonlocuzioni: si cerca di andare al nocciolo della questione e la “sconveniente” parola del titolo (“cock”) non è altro che l’intercalare rafforzativo di un’esasperazione realistica che si contrappone alla finzione di scena (“Ma allora siamo in un film della Disney! Siamo in un cazzo di musical!”, dice ad un tratto il broker tradito). Dialoghi e azione viaggiano su binari paralleli e separati; così, se da un lato la verbalità scenica segue un flusso e un andamento lineare e verosimile, le azioni dei protagonisti – svolte in uno spazio chiuso che sembra essere metonimia delle costrizioni sociali che sottendono ai rapporti – si svolgono su un piano strettamente simbolico: basti pensare al percorso geometrico che ciascuno compie per entrare sul ring, costeggiandone i lati come se ci fosse un corridoio obbligato da percorrere; così come pure l’evocazione gestuale (con tanto di spasimi) del rapporto sessuale tra John e la donna rappresenta un altro aspetto focale dello spettacolo, che ne sancisce la preminenza della parola sul gesto, tanto più che in diversi passaggi si annunciano azioni che non si compiono e si evocano oggetti che non ci sono (il padre che dice “posso sedermi qui” senza che ci sia alcuna sedia o che prende un cappotto senza che ci sia alcun cappotto).
La costruzione drammaturgica dello psicodramma acquisisce progressivo spessore concettuale, coadiuvato da una partitura dialogica condita di leggerezza e disincanto, efficace nel delineare le contraddizioni irrisolte, la drammaticità delle scelte di cui non si è capaci: “Voglio solo essere felice” è la frase di John che condensa la discrasia fra desiderio e realtà e ne ratifica il senso profondo d’indefinitezza, lasciandolo inconcluso e irrisolto fino al suono dell’ultimo gong.
Sul mio personalissimo taccuino (che non è il cartellino di Rino Tommasi) potrei al più segnare un no contest, perché alla conclusione di Cock non ci sono vincitori, ma solo un senso di sospensione.
Fine del match. E applausi.

 

 

 

 

Cock
drammaturgia Mike Bartlett
regia Silvio Peroni
con Sara Putignano, Fabrizio Falco, Jacopo Venturiero, Enrico Di Troia
produzione Pierfrancesco Pisani Produzioni, Nido di Ragno (RM)
in collaborazione con Infinito srl
lingua italiano
durata 1h 20’
San Leucio (CE), Officina Teatro, 24 gennaio 2016
in scena 23 e 24 gennaio 2016

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