“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Venerdì, 22 Gennaio 2016 00:00

"Gospodin", un apologo farraginoso

Scritto da 

Chi è Gospodin? Un folle, un rivoluzionario, forse un saggio; protagonista eponimo dell’opera – e dello spettacolo che Giorgio Barberio Corsetti ne deriva – Gospodin vorrebbe incarnare il grado zero dell’utopia, quella che postula una società di giusti, che rinunzia all’uso del denaro; una società giusta – e per questo utopica – per giunta calata in una dimensione postmoderna.

Pertanto l’opera di Philipp Löhle, giovane autore tedesco, asserve la propria scrittura alla costruzione di un apologo in chiave paradossale, teso a dimostrare attraverso la grottesca pantomima di un folle, di un rivoluzionario, forse dell’unico saggio riuscito a penetrare a fondo il nocciolo essenziale della vita, l’inanità dell’affannarsi contemporaneo all’accumulo ed al consumo, in favore di un ritorno ad un primigenio stato di natura.
Gospodin è il portatore di una prospettiva ribaltata e vuol diventare la realizzazione scenica di un paradosso possibile, che sintetizza la libertà dell’uomo dai lacciuoli della società capitalistica in quattro assiomi fondamentali: 1) “Una partenza è da escludere”; 2) “I soldi non devono essere necessari”; 3) “Ogni proprietà è da rifiutare”; 4) “Libertà è non dovere prendere decisioni”.
Un lama, cammello senza gobbe che vuole essere simbolo della sussistenza estrema e protratta, è l’animale a cui Gospodin affida la propria sopravvivenza, sfruttandolo per racimolare mance in giro, prima che gli attivisti di Greenpeace glielo requisiscano; si mette così in moto il meccanismo dell’apologo, che descrive, attraverso l’evidenza del contrario, quanto sia vana e inconcludente la vita borghese (quella dei “borghesucci”, come li chiama Gospodin). Gospodin rifiuta il denaro ed il possesso di beni materiali, il che comporterà per lui la spoliazione da parte dei suoi conoscenti di ogni suo avere e la stigmatizzazione da parte dei suoi cari – in primis la fidanzata, incapace di comprendere la sua scelta – fino a quando la sua posizione “estrema” lo renderà il custode ideale a cui un misterioso figuro affiderà una valigetta ricolma di un’imprecisata quantità di danaro e, allo stesso tempo, il soggetto a cui amici e parenti (compresa la madre e l’ormai ex fidanzata) tenteranno vanamente di ricorrere per usufruire di quella pecunia che egli detiene ma che depreca.
La concezione scenica approntata da Giorgio Barberio Corsetti inserisce la compagine attorale (Claudio Santamaria ad interpretare Gospodin, Federica Santoro e Marcello Prayer a dar vita in maniera alternata a tutti gli altri personaggi, nonché ai narratori a latere, con tanto di microfono inastato) in uno spazio minimale su cui si dispongono due file di pannelli – quattro sul fondo, tre davanti – sui quali continuamente scorrono animazioni grafiche e video mapping che interagiscono integralmente col tessuto drammaturgico, andandone a costituire parte essenziale e rappresentando di gran lunga la parte migliore dello spettacolo per pregevolezza artistica ed impatto visivo. Per il resto però, Gospodin si rivela uno spettacolo che si muove con fatica nel tradurre in azione scenica il linguaggio immediato e guizzante della drammaturgia di partenza che, oltre a pagare qualche pedaggio di troppo ad interpretazioni attorali non del tutto centrate (se si eccettua il solo Santamaria, il quale senza strafare riesce a caratterizzare con la necessaria punta di ironia l’essenza sfrontata e naif del suo Gospodin), sconta l’incapacità di scandirsi attraverso un ritmo apprezzabile, il che fa sì che anche quell’ironia di fondo che caratterizza il testo, sul fondo rimanga perché troppo poco accompagnata dalla necessaria verve.
Eppure in questo Gospodin si riscontra un’estetica riconoscibile, specchio dell’etica di cui si fa portatore; nel chiaroscuro della sua dimensione scenica finisce per rispecchiare luci ed ombre di una rappresentazione ambivalente: se da un lato la componente visual-artistica spicca per estetica e funzionalità, dall’altro la complessione drammaturgica sembra non tenere lo stesso passo, come se alla rarefazione simbolica di uno spazio virtuale (e virtualmente reso attraverso le proiezioni) corrispondesse una sovrabbondanza ritmicamente incongrua della partitura testuale che ne condiziona la resa complessiva. La grande suggestione suggerita in continuo dalle installazioni – già a partire dalla prima scena, in cui uno scivolo rosso e palazzi all’intorno si scompongono e si ricompongono in parallelo all’assopirsi ed al risvegliarsi di Gospodin in scena, come per alludere alla confusa scomposizione e ricomposizione dei suoi pensieri – s’accompagna poi ad un utilizzo “strumentale” degli stessi pannelli, all’occorrenza ribaltati in scena, senza che ciò assolva ad una funzionalità precisa.
Se pure non originalissimo nella tematica, Gospodin, con il suo linguaggio surreale che l’incanala nei binari del postmoderno, appare come un testo consistente e ben congegnato nella sua struttura circolare “a tesi”, ma nella sua resa scenica la regia di Giorgio Barberio Corsetti non pare trovare la chiave di volta per tradurlo in un’opera compiuta e compiutamente riuscita.

 

 

 

 

Gospodin
di Philipp Löhle
traduzione Alessandra Griffoni
a cura di Goethe Institut
regia Giorgio Barberio Corsetti
con Claudio Santamaria, Federica Santoro, Marcello Prayer
scena Giorgio Barberio Corsetti, Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
luci Gianluca Cappelletti
graphics Lorenzo Bruno, Alessandra Solimene
video Igor Renzetti
musiche Gianfranco Tedeschi, Stefano Cogolo
regista assistente Fabio Cherstich
produzione Fattore K. / L’UOVO Teatro Stabile di Innovazione
in collaborazione con Romaeuropa Festival
lingua italiano
durata 1h 25’
Napoli, Teatro Bellini, 20 gennaio 2016
in scena dal 20 al 24 gennaio 2016

Lascia un commento

Sostieni


Facebook