“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 20 Gennaio 2016 00:00

La mia noia si chiama Julie

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“Ribellione, erotismo, morte”: per raccontare quello che de rimane nel nostro sguardo de La signorina Giulia, versione Cristián Plana, partiamo dalle tre parole chiave scelte per il foglio di sala; partiamo da queste parole perché, al culmine della visione, rileggendole sul cartonato traslucido di una brochure abbandonata su una poltrona del Teatro Mercadante, diamo la stura ad un nugolo di perplessità che ci avevano accompagnato durante la visione, come fossero accomodate, con ingombro etereo e pur voluminoso, nel posto vuoto accanto al nostro.

“Ribellione, erotismo, morte” sono essenze vaghe che galleggiano in un’eterea scatola rugginosa – che poi è lo spazio compresso, non senza qualche contraddizione di fondo, entro cui Cristián Plana circoscrive la propria idea registica – essenze che, anziché prendere forma, concretamente mostrata o anche simbolicamente allusa, rimangono sottotraccia, come compresse in un allestimento che, scelta una concezione spaziale angusta e ferrosa (la cucina, che cucina di fatto non è, vuota d’arredi, se non un tavolino con delle bottiglie, è confinata in uno spazio scenico ridotto, che rinuncia a metri di palco fino al proscenio ed è ridotto anche sui lati), conserva uno sviluppo verticale che sottende, grazie anche ad una scala a pioli che centralmente s’inerpica lungo la parete di fondo, al tema della differenza di classe, coi tentativi di ascesa di Jean e la caduta di Julie, i quali simbolicamente consumano la loro passione con lei issata sui primi pioli della scala, con lui dabbasso; ma “un servo resta sempre un servo” e “una puttana resta sempre una puttana” e, sebbene nel gioco delle parti e dei rinfacci i ruoli di forza tra la contessina e il domestico di continuo si ribaltino, il senso ultimo di una inconciliabilità ed invalicabilità dei confini di casta permane ad irreggimentare nei canoni del tragico l’incontrovertibilità dello statu quo. Ciò mantiene fede al tema di fondo dell’opera di Strindberg e alle leggi più o meno universali che presiedono ai rapporti umani, nella fattispecie in chiave di ascesa (o discesa) sociale.
Il punto è: come ci si arriva? Plana concepisce una riduzione drammaturgica dell’originale strindberghiano che liberamente, com’è nel suo diritto, opera tagli e riduzioni: oltre ad espungere gli stivali del conte (col loro carico funzionale e simbolico annesso), annulla tutta una parte dialogica iniziale, facendo introdurre la messinscena da un preambolo in cui figuranti in abiti d’epoca, vestiti a festa (La signorina Giulia, lo ricordiamo, s’ambienta in effetti durante la notte della festa di mezza estate), circondano il corpo di Julie distesa in terra, mentre dodici fari al neon illuminano una scena vagamente psichedelica, cui fa da corredo sonoro musica che assorda; s’entra poi direttamente in medias res, con Jean che accarezza il piede di Julie, i fari al neon cedono il posto alla più tenue illuminazione di fioche lampadine orizzontalmente disposte, che riverberano di cupezza il colore rugginoso delle pareti sceniche. Solo che l’incidenza effettiva dell’impianto scenico qui arriva e qui si ferma, senza null’altro d’ulteriore aggiungere alla simbologia drammaturgica, ma anzi incorrendo nell’incongruenza di travalicare talvolta uno spazio scenico che nelle intenzioni sembrava volesse essere chiuso e claustrofobico: non si comprende infatti come mai l’azione debordi oltre la scatola ferrosa, con le bottiglie che invadono lo spazio oltre scena, così come non si comprende come mai i figuranti festaioli debbano ad un tratto sgattaiolare via alla chetichella (ma ben visibili) lateralmente alla scena stessa.
Perplessità ulteriore suscita il registro recitativo scelto, mediamente declamatorio e con accenti melò, che rimane confinato in un limbo incapace di instaurare un rapporto empatico con la platea; è come se quello spazio scenico, che si confina sul fondo rinunziando a metri di proscenio, rendesse ancor più distante questa Signorina Giulia da chi assiste alla rappresentazione, incoraggiando un distacco che induce lo spettatore ad una freddezza di fondo, al punto che il finale (anch’esso da Plana variato, trasformato da una morte intuibile fuori scena in un anodino gesto evocato in scena), in cui si dovrebbero condensare due dei tre termini chiave programmatici (“ribellione” e “morte”, dopo l’”erotismo” precedentemente alluso e solo vagamente percorso), vede questi concetti nodali rimanere in assito come sviliti di nerbo ed efficacia. Ne consegue una messinscena che si dimostra incapace di accattivarsi il favore dello spettatore, come rispecchiano gli applausi scialbi e poco convinti della platea.
Platea sulla quale ci pare opportuno spendere una nota a margine: tralasciando la composizione – al netto di chi scrive – mediamente ottuagenaria o giù di lì e tralasciando pure il concerto per bronchi soli che accompagna la visione (ma si sa, son malanni di stagione), il trillare rapsodico di squilli e notifiche da comunicazione cellulare, accompagnato da mormorii intempestivi (che partono da un sospiro collettivo di sollievo al placarsi della forte musica iniziale), sono tutte circostanze accessorie che vanno a detrimento di una già non appagante fruizione e lasciano una scia di perplessità ulteriore, per cui alla visione d’uno spettacolo deludente s’aggiunge la compagnia d’un pubblico che lo è altrettanto.

 

 

 

 

N.B.: Su La signorina Giulia si veda anche: Alessandro Toppi La scala teatrale di Strindberg – Il Pickwick, 27 giugno 2015

 

 

La signorina Giulia
di August Strindberg
traduzione Enrico Groppali
adattamento Cristián Plana, Alessandra Guerzoni
regia Cristián Plana
con Giovanna Di Rauso, Massimiliano Gallo, Autilia Ranieri
e con Mario Autore, Barbara Bonaccorsi, Cinzia Cordella, Fabiana Fazio, Ettore Nigro, Marco Palumbo, Marianna Pastore, Carlo Roselli
spazio scenico, costumi, aiuto regia Angela Gavinaghi
assistente di scena e direttore di scena Marco Di Napoli
assistente ai costumi Alessandra Gaudioso
elettricisti Antonio Gatto, Carmine Pierri
macchinista Gigi Sabatino
fonico Paolo Vitale
foto di scena Marco Ghidelli
realizzazione scene F.lli Giustiniani
materiale elettrico e fonico Emmedue
realizzazione costumi tradizionali Quaredo confezioni s.r.l.
collaborazione organizzativa Aldo Miguel Grompone d.i.
produzione Teatro Stabile di Napoli, Fundacion Festival Santiago a Mil (Cile)
lingua italiano
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Mercadante, 14 gennaio 2016
in scena dal 13 al 31 gennaio 2016

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