“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Giovedì, 14 Gennaio 2016 00:00

Il miglior modo per riportare in scena un mito

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L’Eni ci sta distruggendo il pianeta. Può sembrare bizzarro parlarne nella sezione teatro del Pickwick. Però posso scriverne perché l’ho visto a teatro. Ho visto la grande azienda internazionale, che si pubblicizza parlando di risparmio e rispetto per l’ambiente, avvelenare la terra e l’aria, causando la morte di animali, piante e uomini. Nel regno dell’illusione scenica, non si è voluto celare il nome dell’Eni dietro un nome inventato, fantasioso, che rimandasse a qualcosa ma non dicesse. Il nome dell’azienda italiana che si arricchisce uccidendoci è pronunciato apertamente, è lì anche nel titolo che fa riferimento ad un master organizzato dall’Eni per formare le sue future risorse umane: M.E.D.E.A. Big Oil.

La platea del Teatro Area Nord è costituita da uomini e donne che le conseguenze di gravi danni ambientali le stanno ancora vivendo. Il Collettivo InternoEnki, con la regia di Terry Paternoster, offre ai loro sensi il racconto di una terra bellissima e non lontana, la Basilicata, ingannata e derubata da un’azienda che promette ricchezza, lavoro e sicurezza in cambio dello sfruttamento del giacimento petrolifero in terraferma più grande d’Europa. Uno spettacolo che è una denuncia delle conseguenze reali della presenza di Eni nella Val d’Agri.
La scena è nera come il petrolio, ricca dei corpi degli attori che sono il popolo nudo e senza identità, con un piede in una scarpa e l’altro scalzo, che canta e danza al suono di una tammorra un ritmo che è lo stesso di quello del lavoro della terra. Nove attori che sono una famiglia di Viggiano o lì vicino, che prepara le conserve di pomodori. I bei pomodori che non rendono ricchi ma danno qualcosa da mangiare per tutto l’anno. Che belli i pomodori! La famiglia è rumorosa e schietta, si parla di tutto apertamente. C’è un gran chiacchierio: l’allettante Germania che offre il futuro e poi il lavoro che non c’è, l’università, il fuoco. Com’è caldo il fuoco! E intenti a riempire barattoli ci sono molti tipi: il figlio che se ne vuole andare, quello che vuole rimanere, la moglie incinta, la “commara”, la figlia studentessa della “commara”, lo zio, la zia. Poi c’è lei, è presente ma arriva dopo. È la madre. Medea.
L’azione va avanti per quadri. La famiglia che lavora in biancheria intima e grembiule, può vestirsi per la festa del paese. Si balla, si canta, si guardano i fuochi d’artificio, si ascolta il discorso del sindaco che promette, promette, promette a tutti la scarpa che manca ma parla quella lingua politica che nessuno capisce. Intanto fa a tutti le scarpe. L’Eni infatti arriva e parla e promette, promette, promette, altre parole che nessuno capisce. Tutto cambia. Le terre diventano piccole perché la maggior parte è espropriata, i campi rimasti si seccano, le vacche muoiono, le vigne non danno il vino. Il lavoro non c’è perché gli operai l’Eni se li porta da fuori. Qualcuno muore ma anche la famiglia è cambiata. Adesso è meno schietta e rumorosa. Di alcune cose non si può parlare. Chi conosce e vuole dire viene messo a tacere, fatto passare per pazzo. Qualcuno si ammala, molti in realtà, l’80% in più degli abitanti della Basilicata.
Quello che colpisce subito di M.E.D.E.A. Big Oil è la sincronia perfetta degli attori, il loro essere insieme nei movimenti e nelle parole. Il ritmo iniziale serve a metterci in viaggio e solo una volta partiti scopriamo tutte le connessioni. La madre Medea si fida dell’ingegnere Giasone, straniero perché di un’altra regione, e gli propone i suoi due figli come operai perché convinta di dare loro un futuro. Per questo scopo sacrifica tutto quello che ha, la sua terra ma anche il suo giudizio e senza rendersene conto i suoi stessi figli. Per dar loro di più gli toglie quel poco che avevano, perfino la vita.
M.E.D.E.A. Big Oil assegna la responsabilità dei danni ambientali in Basilicata all’Eni e agli amministratori locali. Questo lo fa per bocca dei personaggi che si lamentano della politica. Più a fondo, però, la critica è rivolta a tutti quegli uomini e quelle donne che permettono che certe cose accadano. Che votano con leggerezza il primo che promette la scarpa mancante, che non capiscono i discorsi politici e non chiedono chiarezza, quelli per cui è importante l’apparenza e la festa, quelli che fanno rumore quando dovrebbero stare in silenzio e ascoltare per informarsi e poi stanno zitti quando dovrebbero fare rumore e protestare. Vele per gli uomini e le donne della Basilicata come per ogni uomo e ogni donna seduto a teatro e che non ha mai cercato di fare la propria parte qui a Napoli.
Al di là dell’impegno civile del Collettivo InternoEnki, M.E.D.E.A. Big Oil va considerato per la sua messinscena. Il lavoro degli attori sempre coordinati al punto di raggiungere in molti punti una sincronia perfetta, il ritmo sempre acceso, l’ironia e momenti di commozione, il testo forte e reale ne fanno, a mio avviso, un lavoro al quale si può attribuire facilmente il termine “bello”. È davvero il miglior modo per riportare in scena un antico mito.

 

 

 

 

M.E.D.E.A Big Oil
testo e regia Terry Paternoster
con Teresa Campus, Patrizia Ciabatta, Alessandra Iacopetta, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Gianni D'Addario, Raffaele Navarra, Donato Paternoster, Alessandro Vichi
audio e luci David Barittoni
produzione Collettivo InternoEnki
lingua italiano
Napoli, TAN – Teatro Area Nord, 9 gennaio 2016
in scena 9 e 10 gennaio 2016

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