"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 23 Dicembre 2015 00:00

Tra il verbo ed il corpo

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Nella stagione del Teatro Area Nord, diventato Teatri Associati di Napoli con la presenza di Interno 5, quest’anno c’è spazio anche per la danza e il teatro-danza, nonché per spettacoli che fino in fondo sperimentano nuovi linguaggi compositivi, lavorando sul rischio artistico, e che cercano forme espressive d'innovazione attraverso la compartecipazione tra generi perché la messa in scena sia oltre-genere. Rete che alimenta altre reti, viene da scrivere, il TAN ospita dunque progettualità (che siano anche ed ancora in divenire, in via di costruzione visiva, in una fase di piena gestazione operativa) che sono la buona conseguenza di collaborazioni tra collettivi giovani e indipendenti, che decidono di indagare l'umano e il sociale in forma diversa, con gesti e parole differenti.

Il pensiero va così allo spettacolo Why Are We So F***ing Dramatic? nato all’interno del gruppo Fattoria Vittadini, una compagnia milanese creata da allievi dell’Accademia Paolo Grassi, che hanno deciso dal 2009 di rimanere uniti e di continuare a fare strada assieme nel campo delle arti performative. Riuscire a mantenere unito un gruppo così numeroso nell'ammalato (ed econmicamente immiserito) sistema delle performing arts italiane è un progetto ambizioso e, allo stesso tempo, il segno di un'ostinazione creativa che non passa e che anzi rilancia se stessa tanto attraverso la collaborazione coi nomi più celebri della danza nazionale ed europea (Virgilio Sieni, Alessandro Certini, Jean Claude Penchenat, Maria Consagra, Giulio D’Anna, Matanicola e Maya Matilde Carroll) quanto con la propria presenza autonoma in palcoscenico, alla ricerca di un costante confronto con un pubblico che sia sempre più eterogeneo, sempre meno settoriale.
Fattoria Vittadini nasce profondamente convinta che sia, dunque, proprio nell’idea di collettività e di lavoro condiviso una delle possibili soluzioni all’attuale crisi che domina il settore e si profila come un gruppo in grado di mettere in risalto le individualità − permettendo agli undici interpreti anche lo spazio per condurre il proprio personale percorso di formazione, perfezionamento e crescita − in un contesto tuttavia di collaborazione sinergica, di attenzione reciproca.
Proprio da questa libera indipendenza di ogni membro del gruppo nasce l’idea di Why Are We So F***ing Dramatic? che vede protagoniste Francesca Penzo, membro del collettivo, e Tamar Grosz, danzatrice israeliana, che ha lavorato con diverse compagnie internazionali (cito tra queste, a titolo d'esempio, la Batsheva Dance Company). Due donne che si sono incontrate a Berlino e che lì hanno deciso di comporre un duo che ha circuitato nella rete "Anticorpi XL" e che sta continuando a farsi conoscere: di prova in prova, d'apparizione in apparizione. Adesso Whe Are We So F***ing Dramatic?  giunge a Napoli grazie alla co-produzione di Interno 5, che sostiene e promuove il progetto e, dopo una residenza di venti giorni allo Start Teatro, il lavoro − giunto ai quarantacinque minuti di scena − si mostra sul palco del TAN.
L’indagine coreografica portata avanti dalle interpreti studia la donna e l'universo femminile e sembra farlo attraverso un'indagine animalizzante, attraverso cioè la minorazione teatralmente contemporanea del diventare-animale, ora bestia osservata, ora corpo organico ed istintuale, ora − seguendo un prospetto che direi biometamorfico − facendosi personificazione post-psicologica, violenta, ben oltre le imposizioni meccanicistiche di tipo antropologico, al punto che mi viene da citare il Bataille che scrive della "metamorfosi come un bisogno violento, che si confonde d'altronde con ciascuno dei nostri bisogni animali, e spinge l'uomo a disfarsi tutto d'un tratto dei geti e delle attitudini che la natura umana e sociale impone ed esige".
Le due protagoniste accolgono perciò il pubblico standosene adagiate su un sofà, come fossero in esposizione nella vetrina di un negozio di divani nel mentre una voce fuori campo inizia ad elencare in capitoli un vademecum della donna-tipo. Le taglie, i centimetri, il colore della pelle, le nevrosi, gli eccessi, le deformazioni di umore causate dal ciclo mestruale, i bisogni e le esperienze sessuali, tutto ciò che si suppne appartenga alla stereotipia femminile (con aggiunta dettagliata e volta, tuttavia, alle specificità bio-culturali e fisiche di Francesca e Tamar) prende concretezza e sensibilizzazione nei loro corpi, in un’atmosfera sbiancata dalle luci, intensamente schiarita dai fari. I corpi − eccellenti tecnicamente − diventano l'oggetto di trapasso delle informazioni vocali, se ne fanno strumento di definizione visiva, plasmata di continuo, ne sono diffusore muscolare: le parole giungono dall'altrove ed abitano il palco attraverso la tempra morbida di queste due interpreti, attraverso la loro capacità di variare in flessibilità, ritmo, mutazione di livello, delineamento di spazi fissi e precisi. Ne viene − in questa prima parte di Whe Are We So F***ing Dramatic? − un indotto insieme di riflessioni che sorgono dal rapporto tra l'elemento verbale e la sua denotazione fisica, tra ciò che viene detto e ascoltato e ciò che prende forma e riconiuga, in un'aggiunta ulteriore di vissuto, ricordi, proprio presente, proprio passato.
A un’atmosfera diurna, evidente, chiara quanto è chiara una giornata di sole si cede, nella seconda parte, ad una condizione amorfica, visionaria, protoimmaginifica: le luci calano di tono, il luogo si fa intimo, quasi uterino ed in esso le performer iniziano a rivelarsi attraverso una vocalità telegrafica e sezionata − voce che corre sotto la pelle e scorre nel sangue − che rompre progressivamente ogni catena imposta dalla consuetudine grammatico-lessicale giungendo alla  frammentazione estrema, al puro suono, al verso onomatopeico o primigenio, prima di terminare in una campionatura d'insieme, in un nuovo incontro musicale, in una (ri)conoscenza di sé che è il frutto dell'opposizione alla standardizzazione femminile che veniva dall'alto, sia esso il contesto sociale o una formalizzazione ideale, puramente teorica, altra dalla vita e dai muscoli e gli organi di chi vive davvero.
Mi colpiscono e m'invitano a riflettere, in ultimo, certe (auto)ironie di movimento, certa animalità quasi grottesca, volutamente incoerente con il dettato che domina la prima parte dell'opera: a determinare già uno stato di inadeguamento, d'opposizione, già un principio di liberazione, oltre che di completezza scenica e visiva, destinata all'occhio di guarda dalla platea.
Uno spettacolo − questo We Are We So F***ing Dramatic? − che indaga la contemporaneità sociale, narrando la forza impositiva, manipolatrice e obbligatoria delle parole e, ad un tempo, raccontando il tentativo d'indipendenza da questa pesante cappa di stereotipi. Un'indipendenza che solo il corpo, agito come l'hanno agito Francesca e Tamar, sa rendere.





Why Are We So F***ing Dramatic?
idea e coreografia Francesca Penzo, Tamar Grosz
con Francesca Penzo, Tamar Grosz
musiche originali Clèment Destephen
musiche non originali Vivaldi, Les Revels, Pulp Fiction OST
direzione tecnica Giulia Pastore
produzione Fattoria Vittadini, Start Teatro/Interno 5
coproduzione NEXT/Regione Lombardia
con il sostegno di MiBACT, Comune di Milano
Napoli, TAN Teatro Area Nord, 16 dicembre 2015
in scena il 16 e 17 dicembre 2015

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