“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 16 Dicembre 2015 00:00

Dentro la gabbia di me stesso

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Pierpaolo Sepe ha messo in scena Crave di Sarah Kane, una delle cinque opere teatrali scritte nella sua brevissima vita dalla drammaturga britannica che sta avendo rivalutazioni positive proprio in questi ultimi tempi, comportando così una riscoperta di un “fetta” particolare  di teatro, cioè quella dei temi violenti, delle disperazioni totali, delle vite vissute senza senso.

In italiano il titolo può tradursi come “febbre” o “fame”: “febbre” indica un senso di delirio febbricitante in cui i pensieri ed i desideri, il detto e non detto si dispiegano nei meandri della mente umana; “fame” si sofferma invece sul senso di assetamento che condiziona i personaggi, ovvero un desiderio represso ed un perdersi nel labirinto di informazioni mal codificate. Le tematiche scabrose e scandalose affrontate nel teatro della Kane hanno sempre spaventato il pubblico e, spesso, la forma enigmatica ed ombrosa rende i testi di difficile comprensione. Anche Crave ne è esempio: le frasi spezzate, i quattro monologhi interiori che sembrano intrecciarsi in maniera autistica, una direzionalità di parola rapida e decisa, ma tragica ed apocalittica, al limite della risoluzione, richiedono una massima attenzione e magari anche una doppia visione dello spettacolo da parte del pubblico. Nonostante ciò, i quattro attori (due donne e due uomini) che hanno interpretato A (actor, abusator) B (boy), C (child), M (mother) hanno una sonorità vocale ed un animo di una tale chiarezza che la tragedia umana che vanno inscenando sembra pura, pulita, limpida, drammaticamente autentica.
Il palcoscenico della Sala Assoli è una gabbia, un carcere, una struttura psico-fisica in cui sono ingabbiati i personaggi, ognuno con i suoi abiti, ognuno con i suoi gesti che, nell’oscurità, fanno trasparire delle colpe che continueranno a ripetere in un “circolo vizioso” di cui sono ossequiose vittime. I personaggi, dall’anonimato della scena iniziale, in cui ognuno si auto-rappresenta con dei movimenti e delle gestualità, arrivati davanti alle grate della gabbia, cercano interlocutori (reali o immaginari) con cui “sfogarsi”, ovvero raccontare sottoforma di monologo le loro storie. Le quattro storie, in realtà, sembrano intrecciarsi a due a due e poi, contemporaneamente, sembrano essere del tutto indipendenti, dove nessuna forma di relazione o incontro è possibile. Il pedofilo, il ragazzo in cerca dell’amore, la ragazzina violentata, la donna matura che vuole a tutti i costi un figlio, sono prototipi di persone che sono vittime dei loro desideri: desiderano, ma si imbrigliano nelle forze demoniache che accompagnano il percorso di realizzazione di un desiderio, bloccano il tempo dell’azione con deliranti raziocini di una mente malata, che afferma e subito nega. Il visibile è la completa nudità della loro anima, quella chiarezza e purezza cui accennavo sopra e tutto lo spazio sembra essere una gabbia interiore, dentro uno spazio interiore che prende forma nello spazio fisico. I personaggi cadono e si svestono: quest’azione racchiude grande significato. Agiscono ma sono deboli, non reggono, cadono, muoiono: vivono ma sono morti. Siamo al limite del tragico, siamo davanti ad un conflitto inconciliabile basato sul “no”, sul non riuscire a guarire, sul mostrare, pian piano, tutti i sintomi della malattia, senza scampo.
Seppur scambiandosi abiti ed abbracci, il risultato non cambia: quel senso di inadeguatezza e morte non cambia, i monologhi e la non-relazione persistono. I quattro personaggi gridano perché sentono sofferenza, si arrampicano come animali dello zoo chiusi in gabbia, ma non chiedono aiuto, anche il loro delirio è autistico, è uno sfogo. Ma, alla fine, il barlume di una voglia di libertà sembra delinearsi ed una danza di libera espressione di emozioni sembra profilarsi, seppur con una vena isterica, ripetitiva ed ancor spezzata.
Intenso, originale, profondo, lo spettacolo di Pierpaolo Sepe, nel quale sono riscontrabili ancora possibilità di lavoro, cambiamento e perfezionamento di piccoli dettagli, ma l’autenticità e la chiarezza permettono che lo scambio ed il movimento di informazioni arrivi “dritto” al pubblico, che piange, ride, si dispera e soprattutto sente accendersi una fiammella dentro di sé, un’empatia “forzata” con ciò che vede e che stimola a cambiare la propria vita, a rideterminare delle cose e degli aspetti profondi o ci riprova, se lo ha già fatto, o comprende il modo in cui potrebbe essere fatto, ovvero quello giusto per come ognuno si sente di essere in quel momento. Credo che questa sia la funzione del Teatro ed il senso di libertà che può infondere in chi ne partecipa, una libertà di sentire emozioni, un lavoro nella scelta e nel rispetto del tempo per costruire la storia.

 

 

 

N.B.: Su Crave si veda anche: Paola Spedaliere, Preludio alla morte – Il Pickwick, 11 giugno 2015

 

 

 

Crave
di
Sarah Kane
regia Pierpaolo Sepe
con Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli
scene Francesco Ghisu
costumi Anna Paola Brancia d'Apricena
luci Cesare Accetta
movimenti di scena Chiara Orefice
aiuto regia Emma Di Lorenzo
assistente scenografa Christina Psoni
foto Pepe Russo
produzione Casa Del Contemporaneo
durata 1h 10'
Napoli, Sala Assoli, 12 dicembre 2015
in scenadal 10 al 20 dicembre 2015

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