“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 16 Dicembre 2015 00:00

Intervista (im)possibile alla Commissione Prosa

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Sono in ritardo di quasi due ore. Lo so.

Non si preoccupi. Buongiorno, innanzitutto, come sta?
Senta, partiamo subito − la prego − perché ho impegni urgenti. Niente convenevoli, anzi, ci sono alcune premesse necessarie: la mia attività è stata svolta in totale gratuità e senza assunti ideologici e preconcetti e quest'intervista, offerta al dibattito del settore teatrale, si allinea alla necessità di una maggiore trasparenza. Lo ripeto, perché le sia chiaro: le scelte non sono il frutto di un giudizio sulle poetiche o sulle linee editoriali dei richiedenti e men che meno sono la conseguenza di pregiudizi ideologici ma si basano responsabilmente sulle direttive del decreto, sulle tipologie di attività previste dai diversi articoli del decreto e sulla vocazione, sulla solidità, sulla capacità e correttezza gestionale di ogni soggetto. Stabilito ciò aggiungo che il FUS è sostenuto dal denaro dei contribuenti pubblici e...


Non Le ancora fatto domande, potremmo procedere con ordine e partire da...
Mi lasci soltanto dire questo perché è importante: Il FUS è sostenuto dal denaro dei contribuenti pubblici e le motivazioni e le modalità del sostegno pubblico a ciascun soggetto devono dunque essere chiare, trasparenti e soggette a controllo e verifica. Altrimenti…


Altrimenti?
Altrimenti, sul lungo periodo, diventerà sempre più difficile continuare a giustificare l'impegno di denaro pubblico nel settore.


Capisco. Senta, vorrei chiederLe innanzitutto come ha lavorato – non intendo la gratuità a cui ha già fatto riferimento, in fondo Lei s'è proposta all'impegno – ma credo sia necessario che si sappia come...
Ho
già compreso, non occorre aggiungere altro. A partire dal mese di febbraio 2015 le istanze presentate sono state esaminate secondo i diversi articoli del decreto, sulla base della lettura individuale e poi di una discussione collettiva su ogni singolo progetto. Ho fatto in modo, inoltre, che la centralità della mia azione fosse – come riportato dal decreto – la valutazione dei progetti ai fini della qualità artistica. Punto. Indipendentemente dal background storico-artistico, dalla permanenza del soggetto all'interno del FUS, da ogni possibile sollecitazione, urgenza o emergenza. Insomma, per dirla chiaramente: argomenti sollecitati da alcuni soggetti esclusi dal finanziamento – come la questione occupazionale o la storicità della contribuzione – restano all'esterno.

Quindi nessuna attenzione alla storicità. Sa che mi viene in mente un passaggio scritto da Mimma Gallina su quelle realtà che da anni “beneficiano di aiuti eccessivi rispetto agli esiti di mercato” al punto che questi benefici “possono configurarsi in larga misura come lucro”? Credo di averlo letto in...
Lasci perdere le citazioni, per cortesia, e mi faccia proseguire. Ho cercato di vedere, nelle proposte esaminate, la capacità di delineare un lavoro prospettico, approfittando del requisito della triennalità. Dove presente poi ho dato attenzione alla continuità del lavoro e all'equilibrio anche territoriale, cercando di non penalizzare regioni e aree già disagiate dal consumo culturale e teatrale.


Già, il Sud. Si calcola che ci sia una riduzione dei fondi pari a...
Mi permetta di finire, per cortesia: non posso mica concederle l'intera giornata! In quanto Commissione ho effettuato undici sedute più tre con altre Commissioni. Ho iniziato a lavorare il 17 febbraio e ho terminato il 22 settembre. Il tutto gratuitamente, l'ho già detto?


L'ha già detto.
E allora senta quale mole di lavoro ho dovuto svolgere. In primo luogo ho preso atto dell'ammissibilità o meno di ciascun richiedente, così da valutare solo i soggetti ritenuti ammissibili in quanto in possesso di tutti i requisiti formali.


Per questo il Premio Scenario invece...
Non mi interrompa inutilmente, diamine. Dov'ero rimasta? Ah, sì... In secondo luogo ho confermato la collocazione di ogni soggetto all'interno dei diversi titoli d'istanza (Teatri Nazionali, TRIC, Centri di Produzione, Organismi di Programmazione e Festival), poi ho assegnato i punti di qualità artistica e quelli negativi in caso di esclusione o di rinvio ad altro titolo...


Cioè un aspirante Teatro Nazionale diventato TRIC, un aspirante TRIC diventato Centro di Produzione...
Sì, bravo, vedo che qualcosa ha afferrato. Naturalmente – mi ascolti bene adesso – la valutazione ha avuto natura comparativa e, in alcuni casi, ho deciso di assegnare punteggi più bassi, con l'intento di osservare l'evoluzione durante il triennio. Sa come si dice? “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” e di certe realtà è bene non fidarsi.


Senta, però scrive Massimiliano Civica che questa ripartizione, associata a un FUS che non è stato aumentato, appare un'asta al ribasso: sono state mappate le realtà esistenti, si sono creati gli slot, cioè nuove caselle, e ognuno doveva scegliere la casella dove andare e così è accaduto che...
Ho letto Civica, l'ho letto: l'asta al ribasso, gli slot, le caselle... La verità è che già il fatto che negli ultimi anni non siano stati operati tagli al FUS va considerato giustamente un successo politico, alla luce anche della generale contrazione della spesa pubblica. Detto questo, ci sono due questioni, se vuole due obiettivi: ridurre il numero dei soggetti finanziati, in modo da accrescere il sostegno medio a ciascuno di essi, e spingere i soggetti ad effettuare una maggior mole di attività con le stesse risorse. Guardi, è inevitabile...


Ma è quello che scrive Civica. Ognuno dovrà scegliere tra due possibilità: o salire di una casella, impegnandosi a svolgere un carico di attività maggiore, ma con le stesse risorse di prima, o dovrà scendere di una casella, ricevendo meno risorse ma avendo lo stesso carico di lavoro. È come se a un muratore dicessi: senti, o ti pago quanto ti pagavo ieri ma lavori il doppio o lavori quanto lavoravi ieri, ma ti pago la metà. Mi viene il sospetto che il muratore possa scaraventarmi giù dall'impalcatura, che dice?
Innanzitutto il muratore, se vuole continuare a mangiare o pagare l'affitto, non la scaraventa da nessuna parte e poi c'entra il muratore? Stiamo parlando o no di teatro? Anzi, di come ripartire soldi al teatro. Perché – altro che muratore – dev'essere chiaro che questa non è una legge di settore per il teatro di prosa: il decreto ministeriale è invece un provvedimento amministrativo e regolativo.


Niente indicazioni di politica culturale, quindi?
Evidentemente con lei devo ripetermi: non presuppone indicazioni di politica culturale, al di là di alcune linee guida di carattere generale.


Soldi, quindi.
Sessantatré milioni e centomila euro, per l'esattezza. Dati ad un totale di 303 progetti finanziati, contro i 357 dell'anno scorso. E poi mi lasci aggiungere qualche dato, poiché le sento – eccome se le sento – le lamentele economiche: il 76% dei soggetti vede aumentare il contributo; solo 71 dei 303 soggetti vede diminuire l'importo di assegnazione, ma in percentuali direi fisiologiche, e solo 21 hanno riduzioni pari o di poco superiori al 30%. Di contro: 63 soggetti su 100 ricevono il 30% in più e 46 ottengono il doppio! Gli aumenti – magari prenda appunti – oltre a rappresentare il caso di gran lunga più ricorrente, sono certamente considerevoli per molta parte dei soggetti finanziati. Mi sembra un buon risultato, non crede? E il tutto ottenuto col mio lavoro gratuito. Perché l'ho detto che ho lavorato senza percepire nulla,
vero?

L'ha detto.
Bene. Mi faccia continuare allora. Per le compagnie, solo 36 su 160 vedono diminuire il contributo mentre 125 registrano un aumento, con variazioni anche importanti; per il settore della stabilità (Nazionali, TRIC, Centri di Produzione) ben 41 dei 55 soggetti ottengono incrementi e solo 14 invece ricevono meno (e per 12 su 14 si tratta di riduzioni contenute) mentre per l'esercizio teatrale – dove si è passati dai 37 soggetti del 2014 ai 14 di quest'anno – in 11 casi c'è un aumento. E poi i festival, dove il lavoro che ho svolto è davvero interessante: 22 dei 27 festival finanziati prendono di più mentre i restanti cinque ricevono meno ma mai oltre il 30%.
Non c'è che dire, si tratta di una buona...

Scusi se la interrompo ma i dati che mi sta fornendo sono relativi solo rispetto ai soggetti ch'erano già finanziati in passato mentre preoccupa che ci sia solo l'11% di nuovi soggetti finanziati e poi: è proprio questa concentrazione di risorse ad aver generato interrogativi e polemiche, come se si facessero sorgere grandi opere – mettiamo, visto che sono del Sud: il Ponte sullo Stretto – in un contesto che ha bisogno di ben altri interventi (per rimanere all'esempio: strade, ferrovie, messa in sicurezza del paesaggio, rete idrica, etc). Qui si parla di morte del teatro diffuso, che agisce localmente, impattando davvero con il territorio di cui fa parte, e ci si chiede inoltre chi produrrà le realtà indipendenti – ad esempio – come Motus o Caspanello, Roberto Latini o Scimone-Sframeli, Claudio Morganti o l'ultimo gruppo giovane, e realmente valido, che sta provando a fare il suo teatro in Puglia o Sicilia, in Veneto o Friuli...
Il ponte, la rete idrica: vedo che continua con gli esempi fuori luogo. Comunque... Essere esclusi dal FUS non significa “essere esclusi dal teatro”, come ha scritto qualcuno.


Ammetterà che è più difficile produrre ed essere distribuiti, cioè girare, quando...
Sia educato: mi faccia completare. In Italia operano centinaia di compagnie e di teatri che non vengono sostenuti dal FUS e queste realtà realizzano un'attività importante e meritoria.


Ma se è importante e meritoria allora...
Le ho chiesto di essere educato. Continuo: il riconoscimento da parte del FUS non è e non deve essere una patente. Tra gli intenti del nuovo decreto era chiaro fin dall'inizio la volontà di abolire rendite di posizione e cristallizzazione di finanziamenti, riportando ogni sostegno all'attività, alla sua qualità e alla capacità progettuale. Questo deve essere chiaro al mondo del teatro ma anche alle amministrazioni locali, che non dovrebbero far dipendere le loro politiche culturali da quelle del FUS. Il FUS – vediamo se le entra in testa – non è un diritto acquisito, che si mantiene anno dopo anno e magari si trasmette di padre in figlio. La realtà dei teatri e delle compagnie cambia, così come cambiano e si evolvono linguaggi e modalità di creazione e produzione, e l'utilizzo del FUS deve tenerne conto. Io, come Commissione, mi sono mossa con trasparenza e non ho esitato a confrontarmi con gli operatori anche pubblicamente, a fianco del Ministero e sui media...


Sul confronto mi permetta di dire che molti si sono lamenta...
Ci sono i verbali e l'eventuale accesso agli atti: sono la narrazione puntuale delle decisioni assunte. Inoltre ho affrontato anche le diverse richieste di riesame sulle istanze dei richiedenti anche se – francamente – salvo in pochi casi, non ho inteso ritornare sulle mie decisioni. E il tutto l'ho fatto gratuitamente, come forse le ho detto.


Sì, credo me l'abbia detto. Ma...
Ma in definitiva – dove ci sono state esclusioni – l'unica motivazione esistente è che il progetto è stato ritenuto artisticamente poco convincente, in possesso meno di un respiro nazionale o non adeguato agli obiettivi del decreto ministeriale e quindi non meritevole del sostegno finanziario dello Stato.


Mi perdoni ma lei parla di “respiro nazionale” per un decreto che impone ai Nazionali − ad esempio – di svolgere l'80% delle giornate recitative nella propria regione di appartenenza e il 70% di queste giornate in teatri gestiti in esclusiva; parla di “respiro nazionale” cioè rispetto ad una condizione distributiva già difficile, che mi sembra in via di peggioramento (se Nazionali e TRIC hanno obblighi produttivi e di tenitura delle loro produzioni così alti quando e come potranno ospitare spettacoli di altre compagnie, alimentando il “respiro nazionale” di cui ha detto?) e, aggiungo, il giovane o meno giovane gruppo indipendente come potrà avere accesso a un Nazionale o ad un TRIC? O viene annesso, perdendo la propria autonomia (magari adeguandosi ai voleri del direttore di turno: lavori ma su questo titolo, con questi attori, con questo regista) oppure...
Se avesse letto i progetti progetti saprebbe che diverse realtà, anche con una storia nazionale pregressa, da anni svolgono maggiormente una funzione territoriale circoscritta, se non di quartiere. Il loro ruolo è locale e la responsabilità del loro sostegno e sviluppo non può dunque ricadere su risorse e politiche che dovrebbero incentivare soggetti di rilevanza nazionale. Tocca, insomma, alle istituzioni locali dare una mano a queste realtà. Non è possibile – e spero di essere chiara una volta per tutte – ritenere il FUS uno strumento riequilibratore rispetto alla diminuzione di risorse locali. Caso mai...


Caso mai?
Per quelle attività che mostrano una rilevanza esclusivamente territoriale si potrebbero immaginare, più che finanziamenti a domande specifiche, azioni per farle rientrare in sistemi più ampi – in particolare nelle realtà metropolitane. Così alcuni soggetti, oggi esclusi in quanto in affanno sui requisiti quantitativi ma che hanno qualità progettuale ed artistica, facendo rete potrebbero essere sostenuti. Da notare, aggiungo, che i piccoli teatri sfuggono a qualsiasi supporto all'interno del decreto.


Il fatto che i piccoli teatri sfuggano a qualsiasi supporto all'interno del decreto credo tocchi a me sottolinearlo più che a Lei, alla luce delle responsabilità che ha avuto, non crede? Poi mi chiedevo: Lei ha sostenuto un'azione di riqualifica della spesa pubblica, contribuendo in maniera decisiva alla ripartizione del FUS sulla base di domande che somigliano ad autocertificazioni. Si è posta il problema di effettuare scelte su dati non corrispondenti alla realtà?
Certo. E infatti propongo d'individuare, anche in maniera empirica, delle fasce d'attenzione dove ci sono dati che si discostano in maniera significativa dalla media. Sarò sincera: i dati quantitativi sono frutto delle dichiarazioni degli stessi soggetti richiedenti ed io non ho funzioni di controllo e verifica ma non posso negare che alcuni di questi dati risultano poco credibili. Mi basta confrontare i progetti per riscontrare anomalie. Se qualcuno gonfia i propri numeri – con borderò inesistenti o comprati, presenze inventate in sala, laboratori, letture, proiezioni di film, contributi per giornate lavorative solo nominali, etc. – non fa altro che danneggiare gli altri.

Ma se il sistema, e questo decreto, si basano su criteri quantitativi è probabile che siano proprio i dati quantitativi ad essere manomessi...
Lo dico anche io.


E tuttavia lei ha avuto un ruolo ministeriale attivo, avrebbe potuto...
Senta, pensi invece al fatto che in generale si è notata una certa immaturità del sistema teatrale nel confrontarsi con il nuovo decreto e nello sfruttarne gli elementi positivi che propone. Ad esempio la triennalità progettuale: c'è una diffusa debolezza nell'elaborare una cultura di progetto, in una prospettiva di lungo periodo. Al contrario – addirittura nella descrizione progettuale – ci sono formule e liturgie da vecchio sistema ed uso di esercizio retorico. Molte realtà hanno impostato la domanda sul passato e sulla propria storia, senza un indirizzo strategico.


Insomma i teatranti e i teatri italiani per Lei non sarebbero in grado...
Poi mi dice... ma la invito a riflettere sul fatto che diversi soggetti si sono limitati a presentare un progetto triennale pressoché identico a quello annuale, hanno confuso la progettualità con un elenco di produzioni e sono numerose le ricorrenze degli stessi nomi, dal grande vecchio – buono per tutte le occasioni – al giovane gruppo alla moda.


Dicevo che per Lei teatri e teatranti italiani non sarebbero in grado di progettare il proprio futuro. Forse è vero, anzi lo sarà certamente, ma ammetterà che un sistema che è simile al gioco delle tre carte (con lo Stato che paga in ritardo, i teatri che sono costretti al prestito bancario per pagare intanto dipendenti fissi e occasionali e lo Stato che così si mangia in tasse una parte del contributo che eroga) e nel quale, tra l'altro, si finanzia il teatro purché sia in passivo di bilancio non favoriscono certo lo sguardo all'avvenire mentre – per quanto riguarda gli attori – quotidianamente non vedono rispettato il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, non sono riconosciuti come lavoratori dello spettacolo nel quadro dei lavoratori dipendenti e spesso non hanno neanche interlocutori riconoscibili a cui presentare i propri progetti e, rispetto a tutto questo, non si fa nulla per...
Ammetto che un'economia di faticosa sussistenza, ma anche l'indebolirsi di motivazioni culturali ed estetiche, ha reso difficile in molti casi lo sviluppo di un'effettiva progettualità. Inoltre mi auguro che si riesca a velocizzare le procedure di assegnazione dei contributi, rendendo le risorse disponibili in tempi più adeguati alle esigenze del sistema. D'altro canto mi pare di averle detto che anche io ho lavorato gratuitamente o no? Adesso, mi scusi, possiamo chiudere l'intervista? Avrei degli impegni.

Mi perdoni ma mi ha colpito un passaggio della relazione di cui è stata autrice. A pagina 2 Lei scrive che "Il teatro italiano, anche per rispondere in alcuni casi alle ambizioni di politici e amministratori locali, ha chiesto il riconoscimento di ben 10 Teatri Nazionali, di 32 TRIC e di 39 Centri di Produzione Teatrale". Si tratta forse di una denuncia di pressioni politiche, dirette o indirette? Perché, vede, poiché i dati quantitativi non possono essere manomessi se non alla fonte, le ambizioni di politici e amministratori locali potrebbero aver riguardato la Commiss...
La Commissione ha operato con assoluta imparzialità, neutralità e oggettività di giudizio, senza subire interferenze di alcun genere. Abbiamo finito?


Solo un'ultima domanda, davvero. Dalla relazione che ha elaborato leggo ancora che “l'entità del contributo è determinata in maniera significativa dai fattori quantitativi”, che sono favorite "le imprese di dimensioni maggiori" e che certi indicatori "tendono a premiare realtà chiaramente commerciali a discapito di soggetti che sono focalizzati sul rischio culturale" e che perciò "occorrerebbe riequilibrare il rapporto tra qualità e quantità"; c'è inoltre la questione dei teatri riammessi come Centri di Produzione dopo il Suo parere negativo e infine vi è la sensazione, per dirla con Franco D'Ippolito, che questo decreto non riesca “a raccontare il sistema esistente” né “a prefigurare un suo diverso assetto” e – sempre per citare D'Ippolito – che la sua applicazione stia portando “al naufragio anche il tentativo di verificare il reale bisogno di cambiamento da parte del sistema teatrale”. D'altro canto Lei stessa scrive nella relazione che “la mole di richieste nell'area stabilità ha sospinto l'intero sistema e le singole realtà verso una situazione che pare di difficile sostenibilità economica nel breve/medio periodo”. Dunque scarso peso nella valutazione qualitativa ed avallo di modifiche che premiano il teatro commerciale, pressione (diretta o indiretta) dell'Agis e incapacità di relazionare proficuamente il proprio lavoro al reale esistente e di influenzare scelte strategiche costruttive. Visto che ha lavorato gratuitamente, che questo suo impegno non è la sua attività principale e che Lei non è un dipendente del Ministero, Le chiedo: ha mai pensato che fosse il caso di dimettersi e di svolgere un lavoro critico e culturale dall'esterno, magari denunciando davvero e a voce alta i limiti del decreto e le eventuali pressioni avvenute?
Come le ho detto ho degli impegni.

 

 

 


N.B.: La presente intervista − fatta eccezione per la necessaria riconiugazione di alcuni verbi al tempo presente e gli incisi colloquiali, per dare l'idea di un confronto tra due individui − si basa totalmente sulla relazione della Commissione Teatro pubblicata da Ateatro in data 4 dicembre 2015, a cui si rimanda per la sua lettura integrale: Il decreto del 1° Luglio 2014: Il lavoro della Commissione Teatro nel primo anno di applicazione, con alcune raccomandazioni e proposte di modifica del provvedimento

 

Ulteriori contributi pubblicati da Il Pickwick:
Alessandro Toppi,  Napoli, il sindaco e il teatro (Il Pickwick, 31 agosto 2015)
Alessandro Toppi, A Salvo Nastasi (Il Pickwick, 20 giugno 2015)


Bibliografia contributi altre testate web:
Legge contro il dialetto (intervista a Massimiliano Civica, Doppiozero)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziato. Episodio 1: Nazionali e TRIC (Teatro e Critica)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziato. Episodio 2: Centri di produzione teatrale (Teatro e Critica)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziario, Intermezzo (Teatro e critica)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziato. Intermezzo bis (Teatro e Critica)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziato. Episodio 3: La multidisciplinarità e le prime assegnazioni (Teatro e Critica)
Franco D'Ippolito, Il teatro finanziato, Episodio 4: il nuovo sistema teatrale (Teatro e Critica)
Andrea Porcheddu, Tempo d'estate: Feltri, i tagli e il Valle (glistatigenerali.com)
Andrea Porcheddu, La Riforma Franceschini sbanda su carte bollate e raccomandazioni (glistatigenerali.com)
Osvaldo Guerrieri, Massacrati ricerca e giovani, così muore anche il teatro (La Stampa)
Progetto C.Re.Sco., Fus vera riforma? (Dramma)
Massimiliano Civica, Attilio Scappellini, La fortezza vuota (contemporaneafestival.it)
Simone Nebbia, La fortezza vuota. Per un teatro esodo (Teatro e Critica)
Andrea Porcheddu, Teatro è Stato? Scisma, politica e interventismo d'autunno (glistatigenerali.com)
Christian Raimo, Di cosa ha bisogno il teatro italiano (Internazionale)

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