"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 11 Dicembre 2015 00:00

L'Io impossibile di Silvia Calderoni

Scritto da 

vedrete il mio corpo attuale
andare in frantumi
e ricomporsi
sotto diecimila aspetti
notorî
un corpo nuovo
e non potrete
dimenticarmi
mai più
(Antonin Artaud)

 
Definito dalla brochure di sala un "ordigno sonoro, inno lisergico e solitario alla libertà di divenire", scagliato contro le "categorie, tutte, anche quelle estetiche" a me sembra invece che MDLSX confermi – che lo voglia o meno – la pratica ormai consueta del teatro della minorazione: offerta visiva e drammaturgica di un soggetto appartenente a una minoranza abietta, laterale o inferiore rispetto al paradigma dominante (uomo, maschio, bianco, adulto, cristiano, inurbato, mediamente colto, occidentale ovvero nordamericano o europeo) perché se ne offrano le istanze, la biografia metaforica o effettiva, l'esistenza.

Abbiamo dunque un residuo sociale, così definibile perché così definito se si fa proprio il ragionamento  della maggioranza relativa e di questo residuo si offrono scampoli d'infanzia, scorci femminili, metamorfosi animale, visualizzazione dettagliata del corpo – fino ai centimetri più vischiosi e nascosti – e funzione corale perché, in definitiva, non rappresenti solo se stesso ma un numero quanto più vasto possibile d'altri esseri umani, in condizioni più o meno associabili. Ecco perché, in MDLSX, di Silvia Calderoni vengono mostrati i video di quand'era bambina o adolescente, se ne riporta la condizione di genere suggerita ed imposta dal contesto d'appartenenza (“Alla nascita è stato stabilito che io sono F senza coinvolgermi in alcun modo”), la si offre allo sguardo degli astanti come si offre una bestia in una gabbia (o se ne fa sirena da  parco acquatico), la si espone nella sua nudità esaltandone anche il valore politico e collettivo alludendo alla classe operaia, ai derelitti sociali, agli ultimi della terra, ai miserandi o ai colpevoli.
Tutto questo fa di MDLSX un'opera di resistenza, d'opposizione, se si vuole addirittura d'anarchismo artistico nella misura in cui l'oggetto/soggetto della rappresentazione teatrale si pone in contrasto con l'immagine dominante divenendone la variazione, facendo da eccezione a una regola, da diniego all'affermazione di un ordine. Così quando Silvia afferma che le “parole non bastano” non fa riferimento al linguaggio ma alla lingua e – in particolare – alla lingua intesa come sistema verbale di classificazione, gerarchizzazione e schedatura degli individui e dunque al mezzo sonoro e scritto in base al quale – fissat
i eterocentrismo e fallocentrismo come principi ispiratori e modelli di valutazione – vengono via via stabilite le declinazioni di genere che ne derivano: per scarto o per associazione.
A conferma che MDLSX espone innanzitutto la lotta di un essere umano per affermare il proprio diritto alla libera esistenza come essere umano – fuori da ogni insieme o sottoinsieme nel quale viene inserito dalla nomenclatura sociale, politica, culturale e medica contemporanea – c'è il fatto che Silvia non rinuncia di certo alla fiction, al racconto di sé, all'uso del verbo, all'espressività narrativa ed infatti al nozionismo che – di citazione in citazione la definisce “ipospadica”, “eunuco”, “ermafrodito” e poi “mostro”, termine che serve tuttavia a richiamare anche la mostruosità di cui scrive Rosi Braidotti, come "contrappunto all'enfasi che la cultura postindustriale dominante ha posto sulla costruzione di corpi puliti, sani, in forma, bianchi, perbene" – contrappone brani di
Middlesex di Jeffrey Eugenides, estratti del Manifesto contro-sessuale di Paul Beatriz Preciado, rimandi alla Gender Trouble di Judith Butler, riferimenti alla teoria Queer di Teresa de Lauretis poiché la parola, questo terribile strumento di riduzione della vita a una formula, può servire ancora se invece viene impiegata per contestare e testimoniare, condividere, far comprendere. L'impiego dei video autobiografici (bambina mentre canta al karaoke o con in braccio il suo gatto, adolescente mentre dice che non vuole questi “cazzo di preti” al suo funerale o adulta, mentre è alle prese con i tentativi inevitabilmente insoddisfacenti di adeguarsi alle stereotipie maschili e femminili); i brevi monologhi memoriali (il male ai capezzoli, l'assenza di mestruazioni, la conta dei peli del pube: prima tre, poi sei, poi diciassette);  la gestualità volutamente ostentata (la mano portata mimicamente alla patta, a significare la mascolinizzazione momentanea); il vestiario allusivo (la compresenza di orecchino femminile e giacca maschile); l'uso di supporti tecnologi e multimediali (la telecamera e lo schermo, per estremizzare l'osservazione attraverso l'ingrandimento del dettaglio); la musica campionata secondo una scaletta da dj set (che va dai Talking Heads a Formidable di Stromae) e la performance muscolare completano una visione di cui – assieme alla scelta dell'isolamento, perché non ci sia l'ipocrisia del dialogo teatrale e perché l'attrice non imiti (il personaggio) né viva interamente (nel personaggio) ma sembri apparire, così com'è, sul vuoto dello sfondo – mi colpisce inevitabilmente l'aspetto corporeo: c'è infatti la nudità, liberata dalla stilizzazione cosmetica e data come elemento veritiero nell'essere un insieme di orifizi e di tremiti, di imperfezioni e mancanze, di escrescenze e difetti; nudità che – inoltre e per dirla con Bataille – funziona da mezzo di rifiuto della “decenza vestita dell'assetto familiare e della repressione sociale”, e c'è questa ossuta, scarna, tendinea e “a suo modo spartana” esibizione traumatica – tra laser operatori, grottesche pelurie in eccesso, duplice masturbazione accennata – che determina il vero registro estetico dell'opera, per cui questo corpo si fa “puro comunicabile” dello spettacolo ed è in quanto tale che viene continuamente aperto, slabbrato, scavato perché esponga la propria natura offesa, ferita, penetrata.
Non si tratta, sia chiaro, di una novità teatrale (basta pensare − con tutte le differenze del caso − alle sagome martoriate della Socìetas, ai decrepiti vecchi di Kantor, alle demenze febbrili di Cieslak, ai particolarismi voyeuristici di Fabre, che arriva a far sparire un'oliva all'interno di una vagina o a far spiare il sesso rasato di un'attrice da apposite aperture di scena) ma è comunque significativo che avvenga perché – nel dare il corpo di Silvia – MDLSX determina la rivelazione del reale per quello che è, sottraendolo ad ogni adeguamento moderato, ad ogni consuetudine percettiva, ad ogni imposizione di costume. Io sono così, io sento d'essere così e non rinuncio a nessuna delle parti che mi compongono per aderire a modelli che tagliano parti di me, che annullano elementi da cui sono formata, che cancellano dettagli della mia identità. Io sono uomo e donna, e sono bianca, nera, disoccupata e occupata, vittima e carnefice e sono gay, lesbica, trans, ermafrodito e tutto questo assieme e vorrei essere anche ciò che non sono, sentendo sotto la pelle, contenuta dalla mia stoffa epidermica, lembi o frammenti dell'intero universo.
C'è quindi – ad un tempo – la progressiva accettazione e maturazione onnicomprensiva di sé rispetto a un contesto che invece procede per “identità gridate” e nettissime (le compagne di scuola, coi loro seni già pieni, ad esempio); c'è la fuga extra-domestica, con relativo ritorno alla cellula primigenia della casa (“
Sono sempre stata così”, detto al padre sulla soglia); c'è l'uso del romanzo e del mito (il dio Ermafrodito) per dire e per dirsi; c'è la scelta significante delle canzoni, di cui è fondamentale anche la testualità, per sottolineare un passaggio della vicenda o un momento della partitura prevista e c'è soprattutto questa intensissima prova attorale – vero e proprio sacrificio orgiastico che un individuo compie dandosi alla platea – capace di scatenare vertici di commozione in chi assiste tanto che la signora anziana che mi siede accanto, sulla destra, ad un punto versa una lacrima – una sola – senza neanche accorgersene, mentre tiene la bocca spalancata, guardando il filmato in cui Silvia balla con suo padre tra la libreria, il tavolo e la televisione del salotto. Ed è qui, tuttavia, che mi nasce un dubbio, che espongo in forma di domanda: Silvia a chi sta parlando?
Me lo chiedo perché sono pronto a scommettere che tutti gli spettatori presenti questa domenica pomeriggio a Galleria Toledo sono già dalla sua parte, ne accettano pienamente il discorso, ne condividono ogni gesto, ogni frase, ogni rivendicazione affermata. Siamo – io, la signora che mi siede accanto, il resto della platea – già consapevoli e convinti in partenza che sia inevitabilmente naturale essere la propria maniera di essere e poter esercitare liberamente la propria possibilità
d'esistenza, di più: ne siamo talmente convinti da aver scelto d'essere qui, sapendo già della bravura di Silvia, sapendo già di MDLSX. Ebbene, non siamo il pubblico che ha bisogno di assistere a quest'opera né siamo il pubblico a cui quest'opera dev'essere diretta. A vederla, invece – e non so come possa accadere ma so che deve accadere – è l'avventore del bar che sputa saliva mentre sbraita contro l'ultimo povero appena giunto in Italia brandendo la parola “clandestino”; è il padre che ha preso a pedate suo figlio quando ha scoperto che al suo erede “non gli piace la figa ma il cazzo”; è l'adolescente che, assieme ai compagni s'è divertito, in questo sabato da mortorio noioso, ad andare a caccia di “puttane” e “barboni”. A vedere MDLSX – insomma – devono essere tutti coloro che non concepiscono i propri simili se non come proiezione identica di se stessi, gli altri come immagine a propria somiglianza e i "diversi" come riflesso distorto e vergognoso dell'Io.
S
ono loro gli spettatori che MDLSX deve cercare di raggiungere se vuole essere fino in fondo quello che dichiara di voler essere: una trama dello trasgressione, un inno libertario e d'indipendenza, un'affermazione di rifiuto dell'autocommiserazione, uno strumento di lotta (culturale). Solo così MDLSX vincerà davvero la scommessa che ha fatto nascendo: dimostrare − come afferma citando Il pesciolino di Pasolini − "che la possibilità di scandalo esiste”, ancora.

 

 

N.B.: Le foto a corredo dell'articolo sono coperte da copyright; autori: ©Ilenia Caleo, ©Alessandro Sala, ©Ilaria Spada

 

 

 

MDLSX
regia Enrico Casagrande, Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò, Silvia Calderoni
con Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande
in collaborazione con Paolo Baldini, Damiano Bagli
produzione Elisa Bartolucci, Valentina Zangari
luci e video Alessio Spirli
produzione Motus 2015
in collaborazione con Le Villette - Résidence d'Artistes 2015 Paris, Mladi Levi Festival Ljubljana, Santarcangelo 2015 Festival, L'alboreto – Teatro dimora di Mondaino, Marche Teatro
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna
lingua italiano
durata 1h 15'
Napoli, Galleria Toledo, 6 dicembre 2015
in scena dal 1° al 6 dicembre 2015

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