"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 10 Dicembre 2015 00:00

Non-recensione di un non-spettacolo

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Il dedalo che s'incunea nei vicoli del centro di Bari Vecchia è un intrico di basolato chiaro su cui s'accalca un passeggio brulicante, dicembrino; lo si attraversa con difficoltà per raggiungere – dopo averla scovata con altrettanta fatica – la Galleria Doppelgaenger, spazio per una sera strappato alla sua funzione espositiva per farsi luogo di una performance teatrale, o meglio di qualcosa che ne rappresenta un ibrido succedaneo.

Sì, perché Francesco non si vestiva, di (e con) Roberto Corradino inscena non uno spettacolo, ma la gestazione di un processo, l'elaborazione che sottende alla realizzazione del fatto teatrale, prodotto compiuto che, altrove e in altro momento, verrà offerto ad un pubblico da una compagnia in scena. L'evento s'inserisce nella composita iniziativa Il peso della farfalla, una rassegna di eventi diversificati organizzati dall'associazione Punti Cospicui, che spazia dal teatro all'arte visuale, dalle videoproiezioni ad un progetto di formazione del pubblico, puntando sulla qualità culturale dell'offerta.
Nella fattispecie, qui, sul nudo pavimento di una galleria d'arte, di uno spettacolo fruibile in futuro, si offrono in dialogica esposizione le idee, gli spunti, i sogni e le paure che ne hanno segnato i passaggi compositivi.
Conduce quest'operazione Roberto Corradino, rinunciando a priori ad ogni stilema teatrale, eccezion fatta per la frontalità di uno davanti a tanti; la scena che scena non è lo vede in abiti che di scena non sono (quotidiani) con un computer portatile su una colonnina nera, una piccola amplificazione poggiata in terra, un faro laterale e un'asta per un microfono senza che microfono vi sia, simulacro di una inutilità dichiarata. Lo spettacolo “finito” Senza volontà di cattura, francesco (con l'iniziale volutamente minuscola, come nel nome di un pauperismo anche grafico), già presentato ai Teatri del Sacro, sarà altra cosa, altra visione; qui, nel tentativo di illustrare il processo compositivo, Roberto Corradino sceglie la strada di una inerlocuzione collaborativa col pubblico, reso partecipe di uno scambio a cui, com'è usuale, il pubblico fa fatica ad abbandonarsi, reticente per natura alla partecipazione dinamica dal posto in platea. Così, il dialogo imbastito da Corradino resta piuttosto un monologo in cui s'intercala qualche interlocuzione, qualche risposta degli astanti timorosa, a mezza voce, alle semplici domande che l'attore pone per tratteggiare insieme a chi lo ascolta la figura di Francesco d'Assisi, per sondare quanto davvero si sappia, a livello comune, del poverello assisiate.
È un esperimento lodevole nell'intento, che almeno per noi che cerchiamo di scandagliare le pieghe delle messinscene teatrali, sembra utile a offrire uno sguardo – ancorché parziale – sulle dinamiche compositive, su quel che c'è dietro ad uno spettacolo compiuto, alla sua gestazione realizzativa; un modo per dare uno sguardo, curioso e interessato, al lavoro drammaturgico e registico che costituisce l'ossatura, l'impianto nevralgico su cui poi andrà a poggiare il lavoro teatrale vero e proprio. Sarà per questo, per una sorta di deformazione prospettica dello sguardo di chi scrive, che l'aspetto più interessante che ci pare emergere dal racconto informale di Corradino sta in un parallelismo tra la figura di San Francesco e il ruolo dell'attore che lo racconta: la rinunzia alle ricchezze, la svestizione dagli abiti di pregiata foggia appaiono come una sorta di input dato all'attore affinché rinunci al mascheramento dell'andare in scena, rinunci alla “protezione” che tale mascheramento dà, per offrire ad un pubblico, a sua volta “svestito” del suo ruolo di semplice spettatore, un'opportunità di dialogo, di confronto.
Resta però sulla soglia di una compiuta realizzazione l'esperimento, vuoi per l'endemica ricalcitranza di chi è spettatore a divenire partecipante attivo, vuoi per la strutturazione dell'impianto dialogico che non riesce in maniera decisa a ricavare un'intercapedine di commistione in cui pubblico e attore si ritrovino e si riconoscano come interlocutori paritetici.
Ed è per questo che, di Francesco non si vestiva, restano interessanti più i contenuti esposti che la forma antispettacolare in cui sono offerti; e, se quest'ultima, nella sua informalità, appare esperimento rivedivile e da ricalibrare nella sua modulazione specifica, molto interessante è ascoltare dalla voce dell'attore che lo porterà in scena quali siano i nodi concettuali su cui ha lavorato per costruire il suo spettacolo, quali siano stati i dubbi e le incertezze che ne hanno costellato la gestazione, lungo quali direttrici tematiche abbia finito per indirizzare la propria ricerca; ed è per questo che, nell'ascolto di storie di contemporaneo terrorismo, adoperate per spiegare come la radicalizzazione settaria segua procedimenti simili in ogni setta, religiosa o politica, e in ogni tempo, l'allocuzione di Roberto Corradino al pubblico raggiunge al meglio il proprio scopo, ovvero raccontare la paura e il sogno come coordinate fondamentali sulla base delle quali approcciare la figura di Francesco e, dalla figura di Francesco, approcciarsi alla contemporaneità, attraverso altri sogni, altre paure che, mutatis mutandis, attraversano atavicamente l'animo umano e che, nella fattispecie, costituiscono il volano di un'empatia che si crea tra chi parla e chi ascolta.
Francesco non si vestiva è, in definitiva, l'illustrazione di un percorso che, dalla paura al sogno, sottende alla stesura di uno spettacolo. Ed è, in definitiva, la molla fondamentale che, facendo leva sulla bisettrice sogno/paura, ci lascia con la proiezione di un'immagine di speranza e con un desiderio di futuribile, teatrale e compiuta visione, a cui far seguire futuribile, teatrale e compiuta recensione.  








Il peso della farfalla
Francesco non si vestiva
di e con Roberto Corradino
produzione Reaggimento Carri
lingua italiano
durata 1h 40'
Bari, Galleria Doppelgaenger, 5 dicembre 2015
in scena 5 dicembre 2015 (data unica)

 

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