“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 06 Dicembre 2015 00:00

Le voci di Anton

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Sul fondo tre pannelli che simulano muri con mattoni di vetro. A destra un tavolino basso. A luci ancora accese l’attore, con indosso un cappotto, entra in mezzo al pubblico e chiede un bacio, un  bès. “Mi date un bacio e un momento di bene”, chiede insistentemente in dialetto emiliano e in tedesco. L’effetto spiazzante dura poco ma fa il suo effetto: sembra un vero emarginato che osa entrare là dove ogni brava coscienza civile accetterebbe qualsiasi diversità solo se sta buona in silenzio. Poi lo smarrimento passa, e si rientra nella codificata pratica della fruizione teatrale. “El matt” parla tra sé e sé e si rivolge al pubblico, lo conta: “uno, due, tre... tredici, trèdes!” e ricomincia fermandosi al fatidico numero.

Dopo un po’ sale sul palco e calano le luci.
Gira il pannello (su rotelle come gli altri due) di sinistra: dietro vi è un grande foglio di carta, e comincia a disegnarvi con il carboncino.
Poi gira il pannello centrale e lo affianca al primo: su di essi disegna un paesaggio ed anche un grande volto femminile.
Nato il 18 dicembre 1899, recrimina alla madre di non averlo fatto nascere il 1° gennaio 1900, e per questo continua a ripetere quel tredès ossessionante.
La metamorfosi di Mario in Antonio, o Anton (alla tedesca) comincia bene e prosegue meglio. Spettacolo ormai ben rodato questo Un bès. Antonio Ligabue, che ha visto la luce due anni fa, apprezzato da critica e pubblico, tanto da assicurargli il prestigioso Premio Ubu come migliore attore quello stesso anno, e l’altrettanto importante Premio Hystrio-Twister come miglior spettacolo a giudizio del pubblico l’anno successivo.
Un progetto che ha coinvolto tantissimo l’autore e attore salentino, il quale ha perseverato nell’idea di rappresentare e far rivivere l’affascinante figura del pittore – svizzero di nascita ed emiliano d’adozione – che il grosso pubblico conobbe e apprezzò grazie all’indimenticato sceneggiato televisivo della Rai (nel 1978, una delle prime trasmissioni a colori che ricordi) e che rese popolare l’intenso Flavio Bucci nei panni del protagonista. Da allora la cultura nazionalpopolare italiana ha cominciato a valorizzare la pittura naïf (termine quantomai fuorviante in generale e specialmente nel caso del Nostro, dato che la sua pratica pittorica, il suo segno distintivo, scaturiscono da un’istintualità e da un dramma profondi, urgenti, compulsavi, vitali, che non hanno nulla della pittura che diletta, come sensibile passatempo, gli artisti della domenica).
Nel 2014 Perrotta ha dato vita ad un ideale seguito, o meglio ad una ripresa dell’argomento nella pièce intitolata Pitùr, dove è affiancato da altri attori che fanno da coro e visioni alle sue riflessioni. Nel 2015 è la volta dell’atto finale del Progetto Ligabue. Nel maggio di quest’anno l’autore-attore ha organizzato un vero e proprio happening collettivo, coinvolgendo centinaia di persone, tra attori, musicisti, danzatori, performer, tecnici e assistenti vari, utilizzando tre percorsi-set (ognuno curato da un regista diverso) che rappresentano tre luoghi emblematici per il pittore: l’itinerario da Guastalla (paese del padre adottivo, da lui ingiustamente accusato di aver provocato l’avvelenamento della madre e di tre fratelli – tanto da spingerlo a cambiarsi il cognome da Laccabue a Ligabue) a Gualtieri, comune dove poi visse; il padiglione Lombroso dell’ex manicomio di Reggio; un percorso lungo l’area golenale di Guastalla. Tutto racchiuso nel nome Bassa continua: Toni sul Po. Manifestazione che ha interessato più luoghi, più tempi, che ha richiesto all’ideatore uno sforzo organizzativo notevole, degna conclusione di un progetto multimediale e polimorfo, tale da spingere i giurati del Premio Ubu 2015 ad assegnargli la vittoria nella categoria del “miglior progetto artistico/organizzativo”. E con quest’ultimo riconoscimento (di pochi giorni fa) i Premi Ubu collezionati da Perrotta sono ben tre (il primo nel 2011, premio speciale per la “Trilogia sull’individuo sociale, del quale coglie la disgregazione nel mondo contemporaneo”).
Dicevamo di questi disegni tracciati con tratto sicuro e fermo: Perrotta si dimostra capace di emulare el todesch anche nei gesti creativi (il pubblico apprezza gli schizzi lasciati sul palco e se li porta via). Anche se è il delirio di parole, lingue, intercalari, ripetizioni che lo identifica maggiormente con l’incompreso maestro. Più che una ricerca della perfezione mimetica, Perrotta mette in scena i tormenti di una voce, di una consapevolezza, di un pensiero. Di una mente che è abitata dagli umori e dalle voci degli altri, di chi interagisce con lui. La voce della madre che lo abbandonò a un anno, della donna svizzera a cui fu affidato, degli insegnanti che lo classificarono, dei concittadini che lo schernirono. Azioni che scandiscono le tappe di una vita, di un resoconto straziante e lucido interrotto dalle continue richieste di baci, di calore, di considerazione. Per cui allontana il pannello con sopra il volto della madre e spiega che viene affidato ad una famiglia svizzera. Nel frattempo la madre sposa un emigrato italiano, Bonfiglio Laccabue, e l’uomo lo legittima, dandogli il suo cognome. Inveisce contro il patrigno e viene riaffidato alla coppia elvetica. Ama la madre adottiva, Elise Göbel, confessando al pubblico che “Io ce l’ho uno che mi vuole il ben del mondo...” e poiché non si riferisce alla madre naturale, cancella una lacrima che prima le aveva dipinto sul ritratto.
“Laccabue, schif!”, a segnare il rifiuto di chi lo ha abbandonato per tornare in Italia. Dipinge il volto della mütter, della donna che lo ha in affido e alla quale si rivolge rievocando la sua storia: a due anni Antonio va a giocare con le bestie, e ciò spiega in parte la ragione della sua fascinazione per gli animali. Chiede alla mütter di dargli un bès, ma costei rifiuta, e subito dopo le dice che a scuola è stato giudicato debole di mente e che è stato messo nella classe dei ripetenti, dei bambini “speciali”.
Anton ora ha tredici anni e sa di dover andare in istituto (la silhouette della madre adottiva compare sul fondo in alto a destra).
Torna in famiglia e chiede se deve andare via. A diciassette anni è costretto ad andar via davvero, in manicomio: sente le campane in testa. Qui, in cella, riconoscono la sua abilità pittorica.
Completa il ritratto della mütter: è tornato dal manicomio, e si accascia ai piedi dell’opera. Implora un bacio alla matrigna e inveisce contro di lei, minacciando di fuggire di casa.
Viene espulso dalla Svizzera: “Niente più Svizzera, niente più tedesco”. Strappa il foglio con sopra il ritratto della mütter e lo getta via.
È in Italia. Viene condotto a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, paese di origine del patrigno Bonfiglio Laccabue  (in sottofondo musica con la fisarmonica).
Dipinge contemporaneamente su i tre pannelli e dà voce ai paesani. Dipinge tre facce grottesche.
Gli altri lo prendono in giro perché parla poco, perché è strambo, perché è el matt.
Ha trent'anni e sul tronco di un albero disegna una donna nuda simile ad una certa Ines, la quale si adira con lui. Per questo decide di non dipingere più nudi di donna.
Poi una notte disegna maiali nella piazza del paese, un gesto intollerabile per i suoi aguzzini che lo fanno oggetto di scherzi crudeli.
Sullo sfondo viene proiettata l’immagine di una foresta: Ligabue è nella foresta di pioppi, in riva al Po, dove vive lontano da quell’umanità che detesta. Gli anni passano e il progresso avanza: arriva il telefono nella Bassa,  così, dopo che si è accostato ad un apparecchio telefonico appeso a un palo, definito “la pioppa parlante”, comincia un dialogo con una centralinista. È lei la nuova interlocutrice, l’oggetto del desiderio che ascolta la sua storia, a cui descrive le bestie che osserva (e l’aquila che ghermisce la preda). Le racconta che l’artista Marino (Renato Marino Mazzacurati) lo ha invitato al suo studio e che gli ha dato i colori per dipingere: così ha scoperto il bianco, il blu, il giallo, ma questa inaspettata amicizia non lo ha salvato da un nuovo ricovero in manicomio.
Strappa un ultimo telo: dietro c’è uno specchio in cui si guarda per non perdersi, per rassicurarsi di essere sempre Toni, nonostante le voci che lo tormentano, e il rumore della vita che non smette mai di rimbombargli in testa.
Perrotta costruisce sapientemente la progressione drammatica dei dialoghi con i fantasmi che abitano la mente di Ligabue, esasperando la tensione fino ad una parola urlata che prelude alla pausa, al silenzio, prima di innescare un nuovo disperato cortocircuito. La capacità di affascinare, di catturare l’attenzione, le tecniche affabulatorie non danno mai l’impressione di servire all’attore per fare sfoggio delle sue capacità, per strappare l’ammirazione e l’applauso, rischio cui vanno incontro i lavori costruiti su performance soliste. La sua è un’adesione partecipata, sentita, funzionale all’urgenza alla base della rappresentazione. Nei suoi sguardi non c’è spazio per il sottile sarcasmo di tanti moralisti. C’è solo un implorare sincero, diretto, una richiesta indifferibile, un grido incontenibile: “I dam un bès!”.

 

 

 

 



Un bès – Antonio Ligabue
di e con Mario Perrotta
collaborazione alla regia Paola Roscioli
collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini
produzione Compagnia Teatro dell’Argine
lingua italiano
durata 1h 20’
Monza, Teatro Binario 7, 28 novembre 2015
in scena 28 e 29 novembre 2015

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