"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 03 Dicembre 2015 00:00

Troppa carne a cuocere

Scritto da 

Ci sono pietanze dal gusto caratterizzato che colpiscono olisticamente i sensi, costituiscono il sostrato del gusto di ciascuno oppure l’esperienza del nuovo; ce ne sono altre, invece, in cui la mescolanza di mille sapori, mille odori, mille condimenti, può incantare il palato, o l’olfatto, soddisfare la fame, ma che scivolano via dalla memoria, nell’indifferenziato flusso digerente.

Al centro della scena, sul fondo, campeggia una sedia con una giacca mimetica infilata sullo schienale. Sotto c’è un pallone da football americano, accanto un grosso zaino militare. In primo piano due sedie, di spalle, ricoperte di stoffa, l’una bianca, a destra, l’altra nera, a sinistra. L’una reca la bandiera dello stato di Israele, l’altra quella della Palestina. Entrambe sono trafitte da un lungo spillone metallico, su cui sono appuntati dei foglietti bianchi di carta, uno reca il numero 41, l’altro 1085. Prima che qualsiasi azione cominci, a scena vuota di umani, si sentono le onde disturbate di una radio, che alterna canzoni ebraiche e arabe, modulazioni simili di voci discordi.
Siamo nella stazione di frontiera per la conta delle anime. Shlomo/Massimiliano Cataliotti (israeliano) e Nassur/Maurizio D. Capuano (palestinese) hanno il compito di contare le anime, ovvero i morti, per fornire ai rispettivi governi le cifre da utilizzare per la propaganda. Nessuno dei due ha voluto la guerra e quando la smettono con le accuse reciproche, da propaganda di regime, tacciono e guardano Bob, il soldato americano, peacekeeper di un fantomatico contingente O.N.U. in Palestina. A dividere una striscia di nastro adesivo rosso, confine tra le due metà della casa in cui si trovano, confine che non si può attraversare, mai, senza essere perquisiti (il palestinese), senza ricevere l’altolà, senza esibire il permesso di occupazione temporanea.
È una guerra senza proporzione, tra chi lancia pietre e chi lancia missili, tra chi ha il denaro per produrre e acquistare le armi migliori e chi fabbrica razzi che vanno a zucchero e pipì, evidente già nella differenza di dimensioni e tecnologia tra i binocoli utilizzati dai due agenti per la conta dei morti, evidente nel differenziale dei morti dall’una e dall’altra parte: +1 (Israele), contro +13 (Palestina), +3 (Israele) contro +101 (Palestina), +2 (Israele) contro +75 (Palestina), +3 (Iraele) contro +55 (Palestina)... e così via. Una guerra, come tutte le guerre, in cui gli esseri umani sono solo numeri: “Alla fine noi esseri umani, ma qualcuno ha dimenticato”.
Shlomo è tondo e ridanciano, porta la kippah bianca, è ingabbiato nel suo ruolo di conta-anime, ma è pronto a far partire per l’Inghilterra il figlio; prega e intanto sfoglia Playboy. Nassur è scavato e serio, porta un abito tradizionale (da pakistano) rosso, il figlio e la moglie li ha persi durante una incursione aerea, di loro gli restano solo l’orsetto di peluche del figlio e il ricordo della voce della moglie, Rani; l’uomo prega e legge un libriccino nero, verosimilmente il Corano. Bob ha l’espressione stolida di chi mastica da sempre chewingum, sa solo gridare e spianare il mitra e sperare, in fondo, che i due contendenti cedano a lui il campo. Tutti hanno con accenti caricaturali, come stranieri che parlino italiano conservando i suoni della propria lingua e caricaturale e il tenore della loro sintassi. Nassur sembra vivere solo di verità ideologiche (una per tutte, i kamikaze sono martiri), la sua figura sembra incisa su una parete di granito battuta dal sole e dal vento, le sue parole sono aforismi comicamente tragici: “Questa è guerra. Se vuoi riposare in pace puoi fare una sola cosa, morire” o irrimediabilmente tragici: “Che diritto ha la mia gente? Solo quello di morire”. Schlomo sembra un altorilievo scolpito in una tenera arenaria, consapevole della incombenza della morte, ma abituato, da secoli di persecuzioni, a scherzare con la nera signora: “A volte ridere di morte fa onore a vita”. Tutti e tre sono un concentrato di luoghi comuni e battute di facile presa, necessarie per far digerire una brodaglia in cui c’è di tutto, forse troppo, condita con i buoni sentimenti della pace (shalom in ebraico) che arriverà se Dio vuole (inshallah in arabo), se gli esseri umani saranno capaci, come Nassur e Schlomo, di riconoscersi come fratelli, di soffrire per la morte dell’altro in quanto essere umano e non, finalmente, esponente della fazione nemica. Per completare il quadro politicamente corretto non possono mancare la soldatessa israeliana e il medico palestinese, omosessuale e kamikaze, che fa outing con le budella da fuori prima di essere trasportato, da Schlomo e dalla soldatessa, al più vicino ospedale. E Ilaria, la giornalista italiana, senza fede, che vuole entrare a Gaza per avere la verità da raccontare al mondo. Non manca nulla, nemmeno il doveroso ricordo della strage a Charlie Hebdo, condannata da entrambi, ribadendo da un lato l’eresia di prendersi gioco del profeta, dall’altro la sproporzione della risposta: “Loro avevano solo matite, no ucciso nessuno”.
Ci sono il comico e il tragico, il grottesco e l’ironico in un’alternanza continua che non sa trovare, tuttavia una cifra caratterizzante, che renda il lavoro qualcosa di più di una serie di scene ben recitate, un campionario di abilità attoriali. Al termine della lunga rappresentazione si esce senza domande, senza elementi nuovi di giudizio, senza dubbi, come se il bene fosse da una parte o dall’altra, i terroristi dall’una parte o dall’altra. Restano il piacere dell’intrattenimento, la notevole capacità mimica di Maurizio D. Capuano e Massimiliano Cataliotti, le battute, i buoni sentimenti.

 

 

 

 

Inshalom (o L’assurda partita)
di
Maurizio D. Capuano
con Maurizio D. Capuano, Massimiliano Cataliotti, Francesco Rivieccio, Laura Tramontano, Filomena Pisani, Gianni Galepro
regia Maurizio D. Capuano
produzione Naviganti InVersi
scene e costumi Federica Del Gaudio
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, ZTN – Zona Teatro Naviganti, 29 novembre 2015
in scena 29 novembre 2015 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook