“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 28 Novembre 2015 00:00

Volere volare

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È giunta mezzanotte... ma i rumori non si spengono in un vecchio teatro abbandonato dove provano due musicisti, un chitarrista e un fisarmonicista, intenti a suonare canzoni di Domenico Modugno. Nel silenzio risuonano le note di Amara terra mia e di Vecchio frack, e dal buio si materializza una visione; un uomo con un cappello nero, una scopa di saggina e il volto pallido, cereo. Una visione? Uno spettro? Chi mai sarà quell’uomo in frack? Egli stesso si presenta: è Gianfranco, custode di quel cinema comunale, intento a pulire e spazzare, e a rimproverare la svogliatezza dei giovani d’oggi, che non vogliono impegnarsi in nulla, che non sanno cosa sognare.

E che dormono: i musici sono a testa china e come marionette abbandonate si rianimano solo per rispondere alle sue domande. Gianfranco si rivolge al pubblico, posa la scopa e ci narra la sua storia. Che è quella di tanti giovani delle province che vogliono realizzare i propri sogni. Il suo è fare l’attore, recitare a teatro, calcare i palcoscenici. Solo che al suo paese c’è solo un cinema comunale attrezzato anche per spettacoli dal vivo, ma le compagnie nessuno le invita. Uno spazio che il politico di turno è ben felice di assegnargli, senza soldi e con in più le spese dei detersivi. In realtà la voce della sua coscienza gli suggerisce sdegnosa di non cedere a simile sfruttamento, ma la sua arrendevolezza lo induce ad accettare. Si tratta pur sempre di un teatro dove poter provare, o forse sognare... Del resto quello dell’attore è un lavoro difficile, quasi una missione, ripagato da fame, freddo, fatica e sofferenza. E allora, se si è scelti questa strada, perché lagnarsi? “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? / Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!” è il controcanto dei musici alle recriminazioni dell’aspirante attore. Il suo sogno amletico lo avvolge, e il fantasma di Petrolini lo abita (“Io sono il pallido prence danese, / che parla solo, che veste a nero. / Che si diverte nelle contese, / che per diporto va al cimitero...), una frenesia lo assale, un bisogno di muoversi e danzare al ritmo della musica, schiena al pubblico, saltando e dimenandosi come un pagliaccio impazzito.
La molla per svoltare gli giunge dall’incontro con lo scemo del paese, grande ammiratore del Mimmo nazionale, che gli regala dischi e articoli di giornale del suo idolo: scoperta folgorante per il Nostro, che vede nella storia di Modugno, partito da un paesino della Puglia e costretto a mille lavori e traversìe prima di sfondare, un incoraggiamento a lasciare il borgo natio e a sfidare la sorte nella grande città. Dove riesce a studiare all’Accademia, pur tra lavoretti e sacrifici. Gianfranco è un attore diplomato, nella città si è emancipato, si sente ricco ed appagato, come quel fortunato Pasqualino divenuto marajà. Una ritrovata autostima che lo riempie di aspettative ed energie (quali solo ‘O Ccafè sa dare), pieno di belle speranze: puntualmente disattese da chi del suo diploma non vuol farsene un bel niente (responsabili di teatro, cinema, televisione, radio). L’unico impiego è quello di travestirsi da scimpanzè al circo per finire nella gabbia dei leoni! (mica per prenderli per la coda, come cantano i musici ne Il pagliaccio in paradiso). Che fare? Continuare, sulle orme di Scaramouche, L’avventura per cercare ancora un’adeguata dimensione professionale, o tornarsene al paesello con le pive nel sacco, pensando alle scuse da addurre per il suo rientro? Tutto il suo folle amore per la scena sembra soffiato via dal vento del disinganno, e l’aria di casa impregna di pizzica La donna riccia, segno di una fortuna alterna e capricciosa: chissà che non riesca a realizzarsi proprio là da dove era partito? Tempi nuovi, di rilanci e valorizzazioni territoriali (e la Puglia è tornata al centro dell’interesse culturale e delle produzioni cinetelevisive negli ultimi decenni, in un cortocircuito che unisce, solo per determinate zone, turismo e spettacolo), di promesse elettorali. Ma il teatro che l’amministrazione si vanta di costruire è un mostro: palcoscenico di marmo (al posto delle tavole di legno, finite a casa di chissà chi), arredi pacchiani (al posto delle classiche poltrone rosse), errori di progettazione... in più l’opera non è terminata e langue ferma da tempo.
Giuanfranco Berardi e Gabriella Casolari riportano in scena, in questo inizio di stagione, Io provo a volare. Omaggio a Domenico Modugno, che ha debuttato nel 2010 e che ha riscosso lusinghieri giudizi in Italia e all’estero (Premio Speciale della giuria e del pubblico al Joakiminterfest di Kragujevac in Serbia, Premio Antonio Landieri come miglior spettacolo del 2011 a Napoli). Scritto dall’attore e messo in scena da Gabriella Casolari (stavolta impegnata alla regia e alle luci), si lega idealmente al tema di In fondo agli occhi (già recensito su queste pagine nello scorso marzo), opera che lo segue di qualche anno e che continua il discorso di denuncia della crisi materiale e morale del nostro Paese. Una cornice strutturale che non va messa in secondo piano, ma che rivendica la sua centralità proprio perché elemento determinante nell’indebolimento e deprivazione dell’intero settore culturale, quello, per intenderci, con cui “non si mangia”. Le illusioni di Gianfranco (ma il personaggio non è autobiografico, se non per provenienza e vocazione) sono quelle legittime di chi investe tutto se stesso nel fare pratica del teatro, di esercitarlo come professione, di viverlo con passione e di viverci. Sogno che per molti non tornerà più, perché già eroso dalle dissuasioni di familiari e conoscenti prima di essere dissolto dalle oggettive povertà del sistema-spettacolo nazionale. Un richiamo al reale che trova un riscontro nella descrizione della gestione culturale operata dagli enti locali (e le vicende descritte sono prese dal vero!), segno anche questo di quella crisi che vivrà la barista Italia della pièce successiva. Ma per fortuna non siamo di fronte ad un teatro di sola denuncia. La forma, nell’essenzialità della scena, è profondamente antinturalistica e teatrale: basta un semplice ma efficace gioco di luci e suoni a rendere l’idea del treno, un cilindro e un po’ di cerone a rievocare maschere e protagonisti della scena (nella duplice accezione di filone e di luogo fisico) surreale. E così tornano in mente Petrolini, Polidor, un personaggio di Chagall, l’Amleto rifatto dal Toto di Leo De Berardinis, un innamorato di Peynet. Soprattutto l’elaborazione testuale e la lingua servono allo scopo: i monologhi in rima, i giochi di parole, i fraintendimenti (che liberano le risate del pubblico), le voci dei caratteri in cui Berardi si sdoppia, si triplica, i dialetti che colorano un italiano sporco e antiaccademico. Tutti indizi di una maestria nel maneggiare la materia teatrale dalla forma compiuta, che potrebbe anche astrarre dalle originarie urgenze che l’hanno plasmata, ma che non vuole rinchiudersi nel perimetro dorato del puro esercizio metatestuale. Anche perché per Berardi il teatro è elemento naturale, biosfera d’elezione della sua autobiografia: “Io provo a volare / Spingo cado lotto ricomincio / Disturbando chi sta intorno che non vuole / Ha paura e mi frena nello sforzo di volare / Ma non riesce perché io so che voglio”.
Menzione doverosa per la bellezza degli arrangiamenti e la scelta del repertorio di Modugno, con scelte funzionali al commento del racconto. Bravo Bruno Galeone alla fisarmonica e Davide Berardi alla chitarra e al canto.

 

 

 

 

 

Io provo a volare
Omaggio a Domenico Modugno
di e con
Gianfranco Berardi
regia e luci Gabriella Casolari
voce solista e chitarra Davide Berardi
fisarmonica Bruno Galeone
costumi Pasqualina Ignomerillo
produzione Compagnia Berardi-Casolari
con il sostegno di Festival Internazionale Castel dei Mondi
lingua italiano
durata 1h 10’
Monza, Teatro Binario 7, 22 novembre 2015
in scena 21 e 22 novembre 2015

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