"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 26 Novembre 2015 00:00

L'isolitudine di uno scrittore

Scritto da 

Nessun uomo è un'isola, intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente, una
parte della Terra.
                                     
(Jhon Donne)

 

Variazioni enigmatiche è uno spettacolo che comincia con una leggerezza così naturale, così umana, che uno spettatore, ancora distratto dalle ultime chiacchiere da salotto, non se ne rende conto. Dire "salotto" non è un termine sbagliato per la Sala Ferrari, piccolo spazio-teatro che dispone di una cinquantina di posti e di un palcoscenico perfetto per un repertorio di prosa con pochi personaggi e che richiede la prossimità dell'incontro, l'ascolto vitale della parola. Sono dei colpi di pistola a destarci dalla nostra condizione pre-teatrale e − avvenuti dopo un passaggio di scena eseguito da uno dei protagonisti, come fosse un attraversamento “tecnico” del palco − la storia richiama subito la nostra attenzione. La riscrittura registica di Aniello Mallardo è la messa in scena di un testo complesso e − direi, mutuando in parte il suo titolo − "enigmatico" dell’omonima opera teatrale di Eric-Emmanuel Schmitt: un intreccio tragicomico che ha qualcosa di raro ed inusuale e che rapisce, a tratti, quasi come un “giallo”.

Ho scritto di un senso di "naturalezza leggera", a inizio articolo, perché il pubblico è introdotto, fin dal primo movimento dello spettacolo, in una dimensione esistenziale ed essenziale, che avviene come in assenza di tempo e nella quale si consumano due vite unite nella distanza ed apparentemente distanti nella presenza.
La scena è d'un bianco ingiallito, come “congelata”, glaciale nei suoi pochi oggetti: libri, un giradischi, mobilia varia. È qui  − in questa casa situata sull'isola di Rosvannoy − che il premio Nobel per la letteratura Abel Znorko si è come rifugiato, segregato e nascosto, con l’obiettivo d'evitare ogni relazione possibile con altri esseri umani, dopo aver troncato la storia d’amore con la donna della sua vita, o meglio: dopo essere fuggito alla crescita concreta di questa relazione con il pretesto che sarebbe stato un amore troppo grande da vivere. È questa misantropia a motivare i colpi di pistola con i quali lo scrittore accoglie Erik Larsen: in apparenza il cronista di un giornaletto locale, giunto sull’isola per intervistare il premio Nobel; in realtà il “portatore” di una verità sconvolgente per l'esistenza di entrambi.
A sottofondo del dialogo tra questi due uomini − così diversi nel corpo e nel carattere, così prossimi a causa del destino − c’è, a momenti, la melodia delle Variazioni enigmatiche di Edward Elgar, da cui lo stesso Schmitt prese spunto per il titolo dell'opera e che dice, in musica, di ricordi che non vogliono essere ricordati: “Le variazioni enigmatiche, variazioni su una melodia che non si riesce ad individuare… una melodia molto nota, ma che nessuno è mai riuscito a riconoscere. Una melodia nascosta, che si accenna e poi sparisce. Una melodia che si può solo sognare, enigmatica, inafferrabile, così come il sorriso di Helene. Chi si ama quando si ama? Non sappiamo chi amiamo. Non lo sapremo mai”. Così accenna, s'impone ma poi sparisce questo suono, intermittente quanto lo è il dialogo tra i due uomini, che inizia, muove i suoi primi passi e si ferma per iniziare di nuovo.
Il nucleo celato in attesa di rivelazione è il seguente:  la donna con cui il letterato ha instaurato una storia d’amore epistolare − pubblicata nel suo ventunesimo libro, L’amore inconfessato − è stata la moglie del giornalista; "è stata", essendo morta ormai da dieci anni.
Questa verità è ovviamente sconvolgente per Znorko che decide perciò subito di partire per la città, riannettendosi così al mondo pur di poter onorare la donna e il suo ricordo, ma ciò che ancora più lo sconvolge, ciò che ancora più ne ne turba l'isolitudine protettiva nella quale s'era rifugiato è il venire a sapere che parte dell'epistolario amoroso è il frutto della scrittura del giornalista, sostituitosi alla Helene con cui lo scrittore credeva, ancora, di dialogare. Verità e finzione, illusione e realtà, distanza e contatto, presenza ed assenza si fondono quindi, mutando prospettive, sentimenti, il modo di guardare a se stessi, all'altro ed al mondo.
L’intreccio è fitto, talora imprevedibile; lo scambio di battute è rapido, tagliente a tratti, la suspense è nei volti dei due attori, nei loro occhi, è nella mimica, essenziale e diretta, è nei gesti, denotati per sottrazione: l'uso di uno stesso sgabello; il continuo mettersi e togliersi il soprabito; l’accendere e spegnere (falsamente) il registratore per un'intervista inventata. Moti tentennanti dell’anima, dicono del bisogno di confrontarsi con la verità e della paura che − questo confronto − genera, induce e determina.
Il testo di Schmitt è, in fondo, un omaggio agli imprevisti della vita, capaci di raggiungerci nei luoghi nei quali ci nascondiamo, capaci di perforare le protezioni − geografiche, letterarie, psicologiche, comportamentali − di cui ci vestiamo. Ed è un confronto tra la parola letteraria e la vita, tra il discorso organizzato (il romanzo, il giornalismo, l'intervista) e quel discorso di fatti, eventi e di emozioni che ne derivano, il cui ascolto o la cui stesura è impossibile da evitare. Ti bracca la vita, ti s'impone, ti si presenta costringendoti alla sua verità.
Così rifletto e penso a quanto, per questo misantropo (auto)reclusosi in casa, sia in qualche modo "divino" l'arrivo del giornalista: sano portatore di dolore, necessario disvelatore degli inganni.
Così continuo a riflettere e penso anche che l'unico personaggio che sa di concreto e di umano è proprio Erik Larsen, per quanto assomigli, a tratti, anch'egli a una figura dell'assurdo o ad una delle pantomimiche creature di Beckett: inusuale com'è, iperbolico com'è, comico a tratti com'è. Beckettiana è d'altro canto questa scena acromatica, da mondo a lato del mondo; beckettiani sono certi movimenti coreografici; beckettiano è il senso di attesa per quanto − in Variazioni enigmatiche − il Godot della verità qui sia destinato a sopraggiungere, a manifestarsi, a farsi conoscere.
Inoltre: la riflessione sul tempo e sul “falso”, sul passaggio dall'inconsapevolezza voluta alla consapevolezza subita (ovvero il passaggio dal tempo mitico della favola al  tempo biologico misurato con l'assenza e la morte) sono temi ulteriori di quest'opera che Aniello Mallardo ha deciso, in un’impresa ardua e con capacità evidenti, di mettere in scena.
Infine.
Credo sia uno spettacolo che meriti attenzione, che meriti di essere visto perché indaga a fondo i problemi individuali e sociali dell’uomo contemporaneo giacché capace di dirci quanto le nostre scelte siano indissolubilmente legate alle scelte degli altri, quanto le nostre vite − anche se trascorse su un'isola, all'interno di una casa, immersi in un silenzio assoluto − siano collegate e interconnesse a quelle degli altri. Col fine, nascosto o dichiarato, individuale e comune, della ricerca della felicità, supremo obiettivo d'ogni essere umano.



 


NB. Qui la precedente recensione dedicata a Variazioni enigmatiche, regia di Aniello Mallardo
Michele Di Donato, Variazioni poco variate (Il Pickwick, 23/11/2014)

 

 

Variazioni enigmatiche
di Eric-Emmanuel Schmitt
regia Aniello Mallardo
con Gianni Caputo, Mario Troise
scene Sissi Farina
costumi Anna Verde
foto Tiziana Mastropasqua
produzione Teatro In Fabula
durata 1h 15'
lingua italiano
Napoli, Sala Ferrari, 21 novembre 2015
in scena dal 21 al 22 novembre 2015

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