“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Giovedì, 19 Novembre 2015 00:00

Come va?

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La mano di Vladimir Olshansky parla, dice che i muri sono duri e che quando si è in gabbia è difficile trovare una porta che si apra. Anche i piedi di Vladimir Olshansky parlano, di stanze strette, strade da percorrere e lunghe scale da risalire. Parlano il suo collo, la faccia, le spalle, la pancia e raccontano di stati d’animo e di emozioni.

Lo spazio accogliente del Nostos Teatro, di Aversa, è uno scrigno che per tre giorni ha custodito un tesoro. Non bisogna farsi ingannare dalla polvere o dal pavimento pieno delle cartacce di cui sono fatti anche alcuni accessori dei costumi. Ciò che ha vissuto e si è mosso in scena, tra il rumore di un cantiere edile, è qualcosa di prezioso e io ce l’avevo quasi sotto casa. Nonostante questo, per trovarlo ho dovuto usare una mappa. Non era di vecchia carta ingiallita e non aveva una grossa ics sopra come le mappe delle storie di pirati e le automobili che andavano e venivano nel traffico sostituivano le onde di un mare fatto di strade e viuzze. Però è bastato spegnere il cellulare e accomodarsi in sala per godere della luce di un gioiello e vivere lo stesso stupore di una grande scoperta.
Gli Strange Games sono giocati da tre clown e da un numero indeterminato di spettatori. Due clown, Yury Olshansky e Carlo Decio, lavorano quasi sempre insieme creando una specie di prologo per le scene che saranno giocate da Vladimir Olshansky da solo. Lo spettacolo è appoggiato in un cantiere. Appoggiato come se fosse capitato lì per caso, in un luogo in costruzione che può con la fantasia diventare una casa o una città, la strada o il cielo. Ogni scena è un mattoncino aggiunto che trasforma tutto. Gli spettatori sono coinvolti da subito e a più riprese durante la rappresentazione: i due clown, che danno inizio alla messinscena ripulendo il cantiere, mescolano le borse delle signore e gettano cartacce su tutti. La situazione inaspettata è divertente e l’atmosfera leggera. In questo modo, il pubblico accetta di buon grado i gavettoni e l’invito a ballare o a farsi scattare una foto. Quando però si fa buio e la scena si riaccende per essere di Vladimir soltanto, tutto diventa più malinconico e le gustose risate dell’apertura si trasformano in risate più intime, sorrisi più profondi. L’uomo che il clown Vladimir gioca è un uomo solo. Il più delle volte, la solitudine sembra andarsela a cercare, appartandosi, chiudendosi in casa, uccidendo o uccidendosi, in un viaggio che va dalla terra allo spazio fino al paradiso. È l’uomo di oggi come quello di ieri. È un comandante o l’ultima ruota del carro. Ciò che sorprende è la capacità dell’attore di parlarci col proprio corpo. Comprendiamo ogni cosa anche se non pronuncia una sola parola. Ah si, qualche parola la dice. Ci chiede “come va?”. Come può andare, Vladimir, a chi assiste ad un sogno stando sveglio?
La musica è il soffio vitale che fa muovere i personaggi e culla la nostra fantasia. Quello che ho definito uno scrigno del tesoro sembra allora piuttosto un carillon o uno di quegli orologi che con complicati ingranaggi mettono in moto piccole statuine. E ad un certo punto dello spettacolo suona La vie en rose.
Quando finisce lo spettacolo nessuno lo sa, nemmeno gli attori, che tornano in scena più volte dopo gli applausi. Come se ci fosse sempre tempo per un’altra magia. E tra cappelli di carta, teste aliene che scoppiano, custodie che suonano, ombrelli che girano da soli, quella a cui abbiamo assistito sembra davvero l’opera di un mago.

 

 

 

 

Strange Games
di Vladimir Olshansky
con Vladimir Olshansky, Yury Olshansky, Carlo Decio
scenografia Simon Pastukh
effetti speciali Johan Melin
disegno luci Ignazio Abbatepaolo
marionetta “cigno” Natalya Lazareva
consulenza Boris Petrushansky
Aversa (CE), Nostos Teatro, 13 novembre 2015
in scena dal 13 al 15 novembre 2015

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