“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Martedì, 10 Novembre 2015 00:00

"Tu, mio", luci, ombre

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Un’isola, una vacanza, il dopoguerra: contesti spazio-temporali in cui un adolescente vive la propria transizione, il passaggio attraverso quella soglia che comincia a far di un ragazzo un uomo; il passaggio attraverso un’estate in cui, più che nelle altre, “il sole spacca la pelle e l’aspro dello scoglio indurisce la pianta dei piedi”. Corpo che indurisce adulto attraverso tenerezze del cuore, un primo amore che va oltre la carnalità dell’esperienza per farsi assaporare nell’essenza intima di una affinità elettiva, quasi come magica; Tu, mio, di Erri De Luca, è romanzo di formazione che racconta in prima persona questo passaggio, l’attraversamento del confine sottile tra l’inconsapevolezza imberbe e la fregola di scoprire la vita scoprendone anche i risvolti acri.

Siamo negli anni Cinquanta del Novecento e Ischia si riconosce anche se non la nomini, così come l’io narrante (chissà perché esplicitato in scena) rivela un Enrico nel cruciale momento della sua formazione di uomo.
La compagnia TeatRing rilegge Erri De Luca e lo traspone in una messa in scena che ne ricalibra la fattura adeguandola in una struttura drammaturgica ben costruita, che liberamente sceglie di conchiudere la storia – collocata in un passato distante – in una cornice temporale recente: il motivetto di Aserejé sembrerebbe riportare le scene che incorniciano – in apertura e chiusura – l’amarcord ai primi anni Duemila; nel mezzo l’intenso ricordo di un passato conservato intatto nella memoria, come avvolto e protetto da un involucro di cellophane che del palco copre il fondale, copre qualche complemento di scena e che, all’occorrenza fascerà, medicherà, diverrà corda e rete da pesca conservando la freschezza memoriale di un cantuccio dell’anima chiamato reviviscenza.
Nel trasformare la pagina scritta in partitura drammaturgica, oltre all’aggiunta di una cornice di cui si è detto, c’è una conservazione essenziale degli snodi significativi del romanzo, dettagliata anche nel salvaguardare frasi e momenti che contribuiscono a rimarcare la vicenda e gli stati d’animo che la attraversano, frasi e momenti che connotano psicologie, che sbozzano figure (due in particolare, quanti sono gli attori in scena) che finiscono per delinearsi con l’evidenza del tondo intero. La pagina scritta si fa parola scenica essenziale, solo sfrondandosi di certa letterarietà dei passaggi dialogici più artati e invece punteggiando di sottolineature pregnanti quei momenti densi e simbolici – verbali e non – che nel breve romanzo costituiscono altrettanti momenti significativi del procedere narrativo: dal riferimento alla voce squillante come il silicio, che crea la prima affinità tra i due protagonisti, al segno del morso di una murena sul dorso della mano di lui, quella stessa mano che va a poggiarsi sotto la nuca di lei per proteggerla in barca dagli urti causati dalle onde, giusto per citare i primi che ci tornano in mente.
Dalla cornice al passato memoriale il passaggio è sancito dalla svestizione dei due protagonisti, ritrovatisi ormai adulti in una agnizione iniziale che ha il pudore di rivelarsi del tutto; via gli abiti, rimanendo in costume da bagno, lui e lei si tuffano nel passato, in un’estate di tanti anni fa, in cui Renato Carosone si rivolgeva a chella là e Peter Van Wood giocava tre numeri al lotto. Due anime si scoprono affini, scoprono di appartenersi e che la loro appartenenza proviene da lontano, da un’ancestralità imperscrutabile, la guerra è un’eco ancora troppo vicina per non lasciare solchi nelle vite delle persone e l’estate vacanziera vive una spensieratezza con riserva.
Quasi vuota la scena, la completano come unici arredi due panche di legno snodabili, cui se ne aggiungerà una terza, buone per diventare il fasciame di una barca su cui rimanere in equilibrio o le tavole di un pavimento su cui muovere i malcerti passi di un ballo impacciato; s’aggiunge ad essi il cellophane di cui si diceva, polivalente complemento evocativo. E, se la riduzione drammaturgica ci pare il frutto di scelte attente e ben riuscite, ci resta qualche perplessità per le soluzioni registiche adoperate, che in più di qualche passaggio indulgono in eccesso a giocare con la disposizione delle panche in assito, senza che ciò necessariamente ottemperi ad una funzione ben precisa, così come lo stesso utilizzo del cellophane pare più assolvere a compiti di mero raccordo logico che connotarsi di profonde valenze simboliche. Di contro va però detto che c’è un guizzo registico che vale l’intera pièce, rappresentandone il vero e proprio climax nella evocazione, forte come un cazzotto allo stomaco, della scena in cui Enrico (ovvero Erri) s’azzuffa con i turisti tedeschi che avevano intonato una marcetta delle SS: scena clou dell’intero spettacolo, giocata nella concitazione di un sovratono, connotata da una gestualità più forte, violenta come violenti possono essere stati gli squassi nell’animo della ragazza ebrea nell’udire note evocatrici di una tragedia inconsolabile, violenta come violente erano le istanze di un ragazzo che diventava uomo patendo i primi turbamenti d’amore e al contempo subendo l’ombra lunga di una guerra ancora presente nelle sue conseguenze, dirette e indirette.
Per il resto, la recitazione si attesta su un registro mediale, come a volersi mettere al servizio del testo avendo quasi il timore d’impossessarsene, rimanendo un passo dietro, un tono sotto, lasciando che a parlare sia la storia, più ancora che i personaggi che la vivono, le cui voci sembrano discoste, seppure intimamente aderenti e partecipi al testo che interpretano, creando una sorta di empatia rarefatta, in cui la parola e il non detto s’intersecano complementari.
Complessivamente Tu, mio regge, con le riserve di cui s’è detto, offrendo del testo da cui è tratto una versione onesta e toccante, cui qualche ombreggiatura stilistica sottrae qualcosa, senza però inficiarne la liricità dello sguardo.

 

 

 

 

Tu, mio
liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Erri De Luca
adattamento e regia Marianna Esposito
con Ettore Distasio, Marianna Esposito
assistenza alla regia Davide Rustioni
produzione Compagnia TeatRing
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Sala Ichòs, 6 novembre 2015
in scena 6 e 8 novembre 2015

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