“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Lunedì, 09 Novembre 2015 00:00

Sala Assoli, cronache di una settimana di Trentennale

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"La Sala Assoli è lo spazio underground del Teatro Nuovo, dedicato al laboratorio e negli ultimi anni anche a una programmazione parallela a quella della sala superiore; il nome ricorda uno spettacolo di Neiwiller del 1986, che in quella sala ha preso forma". Così scrive Marta Porzio ne La resistenza teatrale (Bulzoni, 2011), racchiudendo, in poche parole, l’essenza di questo luogo che, anche nel recente periodo di declino del sistema culturale – nazionale e locale – occupa un posto cruciale nella storia del teatro di questa città.

Fucina d’avanguardia e di sperimentazione, “tana” di artisti (napoletani e non) e d’importanti lavori che, nel buio fitto di questa scatola nera incastrata a vico Lungo Teatro Nuovo, hanno visto le prime luci, dopo essere stata scorporata dal Teatro Nuovo (passato, dalla storica gestione Montella/Di Napoli, al circuito del Teatro Pubblico Campano), negli ultimi tempi la Sala Assoli era finita un po’ nel dimenticatoio, con una programmazione saltuaria, spezzettata anche se di qualità. La rassegna organizzata per il Trentennale ha portato lo spazio a nuova (o, se vogliamo, “antica”) vita. Va subito fatta una considerazione: il programma, inaugurato il 27 settembre con la proiezione di Teatri di guerra di Martone e in corso fino al prossimo gennaio, nonostante un low budget e quindi l’impossibilità di mettere in piedi grandi allestimenti (nella maggior parte dei casi si tratta di spettacoli già andati in scena o di rivisitazioni ad hoc), propone alcune delle realtà teatrali più interessanti del panorama italiano e napoletano, a testimonianza di un’attenzione al teatro di ricerca di qualità, che storicamente appartiene a questo spazio. Ne sono stati esempio gli spettacoli andati in scena nella settimana appena trascorsa (2-5 novembre), cominciata con un omaggio a Pier Paolo Pasolini in occasione del quarantennale del suo assassinio. In una scena riempita di tre soli elementi da interno borghese – un leggio, una scrivania con abat-jour e una poltrona – Anna Bonaiuto, occhiali sulla punta del naso e tallieur, ha scandito e abitato la scrittura secca e sconvolgente della sceneggiatura di un film che Pasolini ebbe solo il tempo di abbozzare, pochi mesi prima della morte, per Eduardo De Filippo, che doveva esserne il protagonista. Francesco Saponaro, che ha curato la regia di questa lettura, ha cucito con pochi raffinati stacchi musicali (come Carmela, di Sergio Bruni) le tre parti di Porno-Teo-Kolossal, affidando questa partitura visionaria alla sola voce di una perfetta esecutrice. Fatta eccezione per le voci impersonate e intonate di Eduardo e del suo aiutante Ninetto Davoli, la Bonaiuto si è letteralmente eclissata per fare spazio alle parole di Pasolini che sono deflagrate nella penombra della Sala Assoli come un monito agghiacciante e, ancora una volta nel caso del poeta, tristemente profetico. Questa deflagrazione è stata possibile probabilmente proprio dal contrasto tra il naturalismo essenziale di questa mise en espace e la potenzialità eversiva e la violenza sottese nell’opera pasoliniana. Il viaggio allucinatorio che Eduardo/re magio avrebbe dovuto compiere, inseguendo la cometa di un messia in realtà già nato, morto e dimenticato, attraverso tre città-utopie e tre diverse epoche storiche direttamente o indirettamente menzionate, è uno dei contributi più interessanti da riprendere dal serbatoio creativo che Pasolini ci ha lasciato come strumento di lettura lucida di un oggi che il poeta aveva già ampliamente intravisto e, a sue spese, presagito.
Altro tipo di viaggio quello messo in musica e parole in Commedia di e con Giorgio Barberio Corsetti che, accompagnato dal contrabbasso di Gianfranco Tedeschi, ha attraversato umori, immagini, monologhi, angolazioni e descrizioni ambientali, abbandonandosi a un flusso di joyceana memoria, sui pizzicati ritmici o sulle note dolci dello strumento, talvolta esso stesso “protagonista” della lettura. Un "ragù di parole" che l’attore romano ha incarnato, alternando toni e fiato, misurandosi col ritmo della scrittura e della partitura musicale leggera e melodiosa di cui, alla fine, al pubblico resta solo qualche parola sospesa nell’aria e la voglia di più di una lettura a leggio: chissà quand’è che Barberio Corsetti ricapiterà a Napoli...
La serata più intensa, complessa e strutturata è stata invece la conferenza-spettacolo di Giancarlo Cauteruccio che, nel raccontare, con l’aiuto di stralci di video, alcuni dei suoi lavori di “architettura teatrale” più importanti – la rivisitazione dell’Eneide, de Le Troiane, o dei Canti Orfici di Dino Campana, è partito proprio da Napoli. "Napoli è la mia capitale, punto di riferimento, luogo delle partenze, una sorta di varco verso il futuro" cui l’autore e, come si definisce, performer calabrese “trapiantato a Firenze” ha dedicato anche parte di Trilogia delle città di mare. Cauteruccio ha ricordato il suo legame con la Sala Assoli "importante per la sua forma particolare che permette uno specifico rapporto corpo dell’attore/spazio scenico" quando, nel 2004, la sua versione de L’ultimo nastro di Krapp qui "trovò la sua dimensione ideale nel buio avvolgente, dove respirò quella autenticità mai più ritrovata". E al testo beckettiano (e non solo) Cauteruccio si è poi dedicato nella seconda parte della serata, in cui si è cimentato in alcuni estratti dei suoi lavori. L’attore si è letteralmente trasformato: seduto a un tavolino al centro della sala, luci basse, microfono poggiato quasi sulle labbra, silenzio. Dapprima ci ha investiti una scossa di dialetto: calabrese, fisico, poetico, sonoro. Panza, crianza e ricordanza è il ritorno dell’autore-migrante nel ventre della madrelingua, rime secche e tonde, colori e suoni di una rimembranza pura, malinconica e struggente, nelle parole e nelle immagini nitide di un mondo pulito, lento, catartico, che non esiste più e che Cauteruccio ha avuto bisogno di recuperare, di ricordare per non perdersi. Per un attimo, la conferenza riprende: da qui, il collegamento con Beckett da cui ha imparato "l’importanza, il valore del silenzio che ho dovuto cercare per contrastare il rumore nel quale mi ero lanciato nell’epoca post-moderna, dove tutto veniva giocato sulla superficie". Beckett capisce prima di altri quali sarebbe stato il problema del Novecento e del nuovo millennio della dipendenza assoluta dalla connessione telematica: "Ne L’ultimo nastro di Krapp compie un’azione rivoluzionaria, non solo per la sua metafisica, ma nel rapporto tra uomo macchina/memoria tecnologica e memoria umana". Cauteruccio ci trasporta nella prima didascalia del testo, nello studio quasi letterario del personaggio, per poi lasciarci con l’ultima parte, recitata a microfono. Gli scrosci degli applausi finali sono preceduti da una breve pausa di silenzio: denso, vissuto, goduto. In Sala Assoli qualcosa – il teatro – è successo, di nuovo.

 

 

 

30ennale Sala Assoli. Teatri, teatro e Quartieri Spagnoli

Porno-Teo-Kolossal
di Pier Paolo Pasolini
regia Francesco Saponaro
con Anna Bonaiuto
produzione
Teatri Uniti
Napoli, Sala Assoli, 2 novembre 2015
in scena 2 novembre 2015 (data unica)

Racconti anomali
di e con
Giancarlo Cauteruccio
produzione Teatro Studio Krypton 
Bapoli, Sala Assoli, 3 novembre 2015
in scena 3 novembre 2015 (data unica)

Commedia
di e con
Giorgio Barberio Corsetti
musiche Gianfranco Tedeschi
produzione fattore K
in collaborazione con Fondazione Musica per Roma
Napoli, Sala Assoli, 5 novembre 2015
in scena 4 e 5 novembre 2015

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