"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 07 Novembre 2015 00:00

Nella scatola di Eugenio

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Un rumore cigolante avvolge la sala del Ridotto del Mercadante. Non è forte, ma alquanto inquietante. Ancora nel buio si sente una voce, che vuole simulare le grida di incitamento di una folla, come in uno stadio, come in un’arena: “Eugenio! Eugenio! Eugenio!”. Poi arriva la luce e quella voce assume un volto, le fattezze di un ragazzino (Francesca De Nicolais), capelli a calotta neri (un berretto calzato in testa), una maglia color sabbia con su scritto IO SON♥ EUGENIO, calzoni al ginocchio, neri come le scarpe di cuoio, calzettoni sabbia come la maglia. “A tredici anni Eugenio portava ancora i calzoncini corti”, recita il ragazzo, accovacciato per terra con le ginocchia rivolte all’interno e le gambe fuori, leggendo da un grande libro con la copertina rigida bianca e il titolo scritto in blu, in corsivo, La notte blu del tram.

Eugenio legge la sua storia come una favola, in terza persona, come stesse parlando della vita di qualcun altro, come se la osservasse dall’esterno, così come noi la osserviamo dall’esterno, come attraverso una scatola, da cui fosse stato tolto il fondo, o il coperchio, della quarta parete. Ad una scatola del resto sembra alludere la claustrofobica e misurata macchina scenica: una vera e propria scatola strombata, piuttosto avanzata nel proscenio, posta all’altezza del nostro sguardo.
La scena/scatola/stanza dei giochi di Eugenio è disseminata di pupazzi di gomma sonori, maiali, paperi, orsacchiotti, cui Eugenio legge/racconta la sua storia, utilizzandoli per mimare l’uno o l’altro passaggio, sempre accovacciato per terra, con la testa incassata tra le spalle, come a nascondere quanto più possibile la dimensione adulta, il piano della vita degli adulti, che si svolge in piedi. Tra i giocattoli c’è un manichino snodabile, di legno grigio, gli arti sottili, appena abbozzati, così come i lineamenti, quasi negroidi, in cui spicca solo un cerchio rosa, la bocca. E un grande pupazzo bianco gesso, di proporzioni colossali, occupa quasi per intero l’altezza della scatola/scena.
Eugenio porta ancora i calzoni corti, nonostante la pubertà già in boccio, perché “i genitori sono gli ultimi a vedere quello che agli altri è già chiaro”. Eugenio per loro è ancora un bambino, da sballottare a destra e a manca, come non avesse coscienza o non si rendesse conto di ciò che accade attorno a sé: le perdite al gioco della madre, i litigi tra i genitori, la noia di passare i pomeriggi con gli altri bambini, di qualche anno più piccoli, così irrimediabilmente rumorosi e noiosi per lui, che preferirebbe restare solo, in silenzio, con i suoi pensieri e le sue esplorazioni del suo corpo in trasformazione. Trasformazione/crescita che viene vissuta, percepita come una vergogna: “Essere maschio in faccia a tutti lo turbava”. Crescere e scoprirsi maschio è motivo di profondo imbarazzo, ma anche consapevolezza di essere depositario di un segreto: “Fu per non annoiarsi che li attirò” (i bambini noiosi) “in certi giochi indefiniti nella loro stanza lontana”, lontana dalle mamme che giocano a poker, dalla loro voce nasale e gracchiante, promettendo loro la stessa trasformazione: “Tra qualche anno anche tu... e anche tu”.
“Da quando la guerra aveva portato l’oscuramento si era reso conto di preferire il buio”. Talvolta aveva il permesso di rientrare da solo: “Fu una gioia quando la mamma gli diede il permesso di tornare solo a casa”. “Poi prese il gusto del camminare lento (...) gli piaceva il sospetto dell’avvicinarsi di qualcuno alle sue spalle”. Eugenio gustava quella sottile inquietudine, gustava la sottile eccitazione di scoprirsi, mettersi a nudo, profittando del buio, gustando il freddo sulla sua carne, che sapeva riscaldare con la scoperta delle sue mani, “questo aggrovigliarsi e sgrovigliarsi di gesti dava un senso di spensieratezza”.
Una sera però “tram non ne arrivavano. Soltanto silenzio”. Il gusto del brivido viene sostituito dalla paura. La luce cambia, il bianco asettico e accecante della scena/scatola/stanza si tinge di blu e si tinge di note blu, metalliche, inquietanti, martellanti, come il cigolio che si sentiva in sala, prima che la storia di Eugenio cominciasse. La stanza/scatola non sarà più la stessa, perderà definitivamente la sua aura di infanzia, di innocenza e i giocattoli saranno spazzati via, tra poco, con fermo e sprezzante gesto dell’Uomo, che irromperà nella vita di Eugenio, lo rivelerà a se stesso, lo farà complice, lo strapperà inesorabilmente all’infanzia e a nulla varranno le proteste, i pianti, i puerili tentativi di riprendere in mano quei pupazzi di gomma. Il pupazzo bianco gigante, fino ad allora seduto, apparentemente inerte, in un angolo della scena/scatola/stanza, si anima, si alza in piedi. Il pupazzo parla con voce stentorea e metallica. Eugenio continua a raccontare la storia con voce concitata, come incalzato dalle note, mentre il pupazzo è lento e minaccioso nei suoi movimenti, ineluttabile. Eugenio e lo sconosciuto sono soli alla fermata deserta del tram: “Nel passargli accanto l’uomo, sbadatamente, lo urtò tra le gambe”. Banali, volgari le frasi pronunciate dal fantoccio: “Come mai, senza la mamma stasera? (…) Ti ho visto spesso dalla mia finestra”. La voce gli piove dall’alto sulla testa. Il bordo della scatola/scena si illumina di una fila di luci rosse. Il pupazzo afferra il manichino di legno, lo fa ballare tra le sue braccia, lubrico. Si sente ansimare. L’uomo gli si appoggia addosso, Eugenio ha l’impressione che l’uomo sia nudo e sente nascere dentro di sé una colpevole complicità, si sente marcio. Il pupazzo fa penzolare il manichino per un piede, poi lo depone per terra. Il ragazzo sente fluire via dal suo corpo l’angoscia, che l'uomo raccoglie nel cavo della sua mano. L’immobilità dell’orgasmo. “Il tram era arrivato al capolinea”.
Nella stanza dei giocattoli di un tempo sono rimasti ormai solo il pupazzo e il manichino, snodabile, ma senza vita, ipostasi dello stesso ragazzino, mentre l’altro è l’Uomo, che rivela a Eugenio la realtà dell’atto sessuale. Il tram e l’incontro con lo sconosciuto segnano lo spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’infanzia e la vita adulta che verrà, che non conosciamo, perché la storia si ferma prima, prima che possiamo comprendere che tipo di uomo è diventato Eugenio.
Ecco, c’è qualcosa che manca alla storia, qualcosa che lascia un sapore perturbante, una inquietudine di fondo, un senso di incompiuto.
C’è la storia di una iniziazione forzata, che assume i contorni della violenza. C’è una sezione metateatrale, in cui il pupazzo depone le sue spoglie e, nei panni di un uomo alto, brizzolato, in abito scuro (Giovanni Del Monte) ascolta Eugenio raccontare la sua storia, come se stesse leggendo un copione teatrale, correggendone accenti, moti, toni. C’è l’accenno al tentativo di essere compiutamente uomo, possedendo una donna, probabilmente nei sogni (la regina d’Etiopia e il suo putrido fiore tropicale, il suo sesso come un occhio cieco che si apre e si chiude) o forse nella realtà. C’è Eugenio, non ancora uomo e non più bambino, che si sente contaminato dall’atto compiuto su di lui dall’Uomo, come se lo avesse contagiato una malattia, la tisi, e al tempo stesso anela a ripetere l’esperienza, a subire di nuovo quella incursione nel suo privato. Da un lato il senso di colpa, di marcio, dall’altro il desiderio di un secondo incontro, anche se spaventoso, anche se proibito, o forse proprio perché spaventoso e proibito.
Resta la domanda sul punto di vista da cui la provocatoria vicenda viene raccontata. Molte domande e poche risposte. Resta la perfezione tecnica dello spettacolo, la scelta dei tempi, delle luci, la sapiente alternanza e concomitanza tra ciò che viene detto e ciò che viene visto, in una complementarità difforme. Resta l’inquietudine.

 

 

 

 

Storie naturali e strafottenti
La notte blu del tram
di Giuseppe Patroni Griffi
regia Pino Carbone
aiuto regia Fabio Rossi
con Francesca De Nicolais, Giovanni Del Monte
scene Luigi Ferrigno
assistenti alle scene stagiste Concetta Caruso Cervera, Francesca Mercurio
costumi Zaira de Vincentiis
assistente ai costumi Elena Soria
musiche Marco Messina
disegno luci Gigi Saccomandi
installazioni Luca Carbone
produzione Teatro Stabile di Napoli
direttore di scena Domenico Pepe
foto di scena Marco Ghidelli
lingua italiano
durata 45’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 3 novembre 2015
in scena dal 3 all'8 novembre 2015

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