"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 06 Novembre 2015 00:00

Metti quattro sere, in anni diversi

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Dal piccolo golfo mistico del Teatro Mercadante un fascio di luce fa emergere la figura di un giovane in maglietta celeste che dirige un’orchestra immaginaria sulle note di un brano musicale: segue l’apertura del sipario, il passaggio del ragazzo sul palcoscenico e la sua collocazione sulla sinistra, lì dove due letti a castello sono la sua stanza, la stanza di Roberto.

Questa è separata con un tramezzo, messo quasi di sguincio, da una sala più ampia, dove sulla destra vi è un tavolo da gioco attorno al quale sono sedute quattro donne ben vestite e pettinate che giocano a poker con intensa animosità. Sono Gennara, Urania, Margherita e Antonia, amiche della proprietaria dell’appartamento Mariella Bagnoli che sopravvive all’immediato dopoguerra a Napoli fittando loro la sala per giocare e la sua stanza da letto agli americani che la sua domestica, Pupatella, intrattiene con il mestiere più antico del mondo.
Le due pareti che dividono gli ambienti sembrano accompagnare lo sguardo verso lo sfondo, dove, sulla sinistra, si trova una grande finestra che affaccia sul golfo di Napoli con il Vesuvio che svetta immerso in una luce rosata. È l’unico quadro che resterà fisso sulla scena anche quando l’azione si sposterà a Roma.
Napoli è la presenza ingombrante nelle vite di questi personaggi che le domina e le condiziona nelle loro scelte esistenziali, paradigma di vita e di morte, di passato e di presente che non si può ignorare, si può solo fuggire senza riuscire ad abbandonarla mai. Le luci fioche offerte da lampadari che hanno conosciuto giorni migliori, le pareti storte dalle tinte pastello sbiadite descrivono bene l’atmosfera che si respirava a Napoli nel 1945, continuamente in bilico tra l’entusiasmo dei sopravvissuti, il dolore non ancora cessato del tutto per le miserie viste e subite, la speranza di ritornate ad una vita normale e l’amara consapevolezza che il passato non sarebbe più tornato.
Tutto questi sentimenti ambigui e ondivaghi sono presenti nel testo di Patroni Griffi e nella fedele messa in scena di Saponaro, che sembra in qualche modo influenzato ancora delle riletture recenti di alcuni testi di Eduardo De Filippo. Così Mariella sbarca il lunario come può, crescendo da sola il figlio Roberto educandolo alla cultura e alla musica a cui è portato, trasferendo in lui il desiderio di un riscatto e la speranza che secondo lei dovrebbe essere naturale nei giovani; le amiche di Mariella sono il microcosmo caratterizzato dalle donne combattive di una certa borghesia napoletana che non si arrende, che vive di nostalgie fasciste, di amanti giovani, di ironia che maschera quella necessaria ipocrisia che avrebbe permesso loro di superare anche quei momenti mentre Roberto deluderà la madre scappando via con una ragazza a Roma, considerata la città dove tutto può essere possibile − “un futuro avvenire statalizzato” − e dove la stessa madre inizialmente pensava di andare per fuggire da quella città troppo impegnativa.
I quadri successivi mostrano Mariella prodigarsi a curare il marito musicista malato e tradito di Gennara, altro espediente per vivere con la pensione dell’uomo, personaggio spietato nel definire la realtà in cui tutti loro vivono, senza infingimenti da borghesucci ed usando un napoletano crudo che ritaglia, grazie alla bravura di Tonino Taiuti, un bellissimo personaggio da perdente orgoglioso. Le farà compagnia l’amicizia dell’amico del figlio, Alfredo, sintomatico rappresentante di una gioventù che vede come unica via di fuga da una Napoli paludosa la partenza per un’altra città e nello stesso tempo non prende ancora la decisione di andar via, crogiolandosi in un presente fatto dello stesso attendismo paludoso.
Il terzo quadro di svolge a Roma, dopo alcuni anni, dove Mariella si arrende a vivere nella casa del figlio e della nuora dispotica, ma quella realtà tanto desiderata delude sia la madre che il figlio. La prima perché si sta adattando ad un ruolo passivo che la incupisce e la rende a se stessa irriconoscibile, il secondo perché quella non era la vita che si aspettava. L’arrivo delle quattro amiche ancora ironiche e combattive la spinge a ritornare a Napoli, dove, malata, attende la morte a testa alta, come ha sempre fatto, insieme al fedele Alfredo a cui consegna il suo testamento morale negli insegnamenti che ha ricevuto dalla vita, ma ”I fascisti no! Sono la mediocrità”. E il momento della fine è accompagnato da una penombra che fascia la presenza di tutti i personaggi sulla scena.
Oltre l’incisiva interpretazione di Taiuti emergono le energie interpretative di Imma Villa, un’intensa Urania sulla scena, Antonella Stefanucci, una Margherita simpaticamente svagata, e di Valentina Curatoli, Antonia, perfettamente sincronizzate nei loro scambi verbali, mentre Fulvia Carotenuto, Gennara, mostrava a tratti una recitazione priva di timbro con qualche sfasatura nei tempi.
Tra i personaggi maschili spicca la naturalezza e disinvoltura di Eduardo Scarpetta, Alfredo, perfetto nel ruolo del giovane amico della signora Mariella. La protagonista Mascia Musy, invece, che sui palcoscenici napoletani ha fatto vivere intense emozioni con i suoi personaggi, questa volta ha aperto la strada al coinvolgimento solo in alcuni momenti, suscitando qualche punta di fastidio con qualche battuta in un napoletano italianizzato che usa chi non è “madrelingua” e che ha usato Eduardo nelle sue commedie, incasellando Mariella in una sorta di bassorilievo senza la profondità della statua.
Il testo è stato portato sulla scena nel 1963 da Francesco Rosi che, come tanti della sua generazione, ha potuto parlare della sua città solo andandosene via, facendo seguito al “fuitevenne” di eduardiana memoria, e In memoria di una signora amica, pur presentando con chiarezza le lacerazioni evidenti nella scelta di partire e di restare, oggi sembra perdere la sua forza d’impegno intellettuale e civile, per passare ad un piano puramente narrativo, restituendo uno spaccato di un tempo che fu, nonostante ancora oggi molti siano i napoletani che partono, ma con ben altro spirito e ideali.

 

 

 

In memoria di una signora amica
di
Giuseppe Patroni Griffi
adattamento e regia Francesco Saponaro
con Mascia Musy, Fulvia Carotenuto, Imma Villa, Antonella Stefanucci, Valentina Curatoli, Edoardo Sorgente, Eduardo Scarpetta, Tonino Taiuti, Clio Cipolletta, Carmine Borrino, Giorgia Coco, Giovanni Merano, Anna Verde
scene e costumi Lino Fiorito
musiche Mariano Bellopede
produzione Teatro Stabile di Napoli
Napoli, Teatro Mercadante, 3 novembre 2015
in scena dal 28 ottobre al 15 novembre 2015

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