“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 28 Ottobre 2015 00:00

Mi perdoni, Padre, perché ho peccato

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Due sale, la prima dove si assiste all’omelia-proemio di un prete folle (l’attore Massimo Finelli), la seconda in penombra dove si trovano venti inginocchiatoi. Venti i peccatori, dieci uomini e dieci donne che si sottoporranno al rito della purificazione dell’anima. Venti spettatori, dieci uomini e dieci donne che ascolteranno i peccatori di sesso opposto, coinvolti nel ruolo di sacerdote. Una musica sacra che inizia e chiude il rito, un campanello che suona ogni cinque minuti per segnalare ai penitenti che devono ripetere la loro confessione al sacerdote successivo. Questa è la struttura della pièce di Walter Manfrè che va in scena con grande successo dal 1993 in Italia e in Europa.
Nella sua omelia, aulica e terribile, il prete consegna il suo ruolo agli ignari spettatori che dovranno emendare il peccato “Siate il panno caritatevole che asciuga il sangue”: coloro che riceveranno la zavorra della confessione per purificare i reietti.

Le storie che si ascolteranno nella sala del Teatro Elicantropo, dove ci sono quattro file di inginocchiatoi dove siederanno a sinistra le donne del pubblico e a destra gli uomini, sono effettivamente zavorre terribili. Chi scrive farà testimonianza solo delle storie maschili, come previsto dalla struttura dello spettacolo, ma non è difficile immaginare che anche le storie al femminile presentino la stessa tragicità.
La prima storia ascoltata è scritta da Michele Serra e vede l’attore Paolo Aguzzi ne Il pianto della Madonna. Il peccatore è a pochi centimetri di distanza da chi lo ascolta che ne percepisce il fremito delle mani, lo schiocco della lingua che non si ferma un attimo a raccontare la storia di una truffa sfruttando la credulità popolare per arricchirsi.
Il peccatore compra una statua della Madonna per pochi euro e la mette sotto il glicine nel giardino, pregandola affinché pianga, ma non solo essa inizialmente non piange, quando dopo molto tempo inizia a ridere ogni notte, ad ogni evento tragico. “Lo scandalo dell’allegria femminile”, questo mette in scena la sua madonnina di gesso. Non restava che farla a pezzi; solo allora il peccatore scorge alla base un poco di sangue, ma troppo tardi: “Non credo più ai miracoli, io”.
Il secondo peccatore è un giovane con la barba, dai capelli nerissimi, l’attore Nicola Tartarone, che con le sue pause, le sue resistenze a svelare la sua La verità, scritto da Angelo Longoni, carica il suo personaggio di una tristezza infinita.
Sul letto di morte di sua madre malata, momento in cui la condivisione di ogni segreto è l’ultima possibilità che abbiamo, l’uomo non riesce a confessare alla donna la sua diversità sessuale. Il dolore dopo la morte della madre non è stato immediato, è arrivato dopo mesi. “Ci sono cose che non capiremo mai, meglio non sapere”: meglio allora gli ultimi gesti di affetto, fino alla fine, ma la verità, quella no, non è riuscito a dirla.
Il silenzio prima del suono della campanella è carico di angoscia.
Matteo Giardiello è Secondo Matteo di Umberto Simonetta. Un giovane alto, con la camicia e il cravattino, con un fazzoletto bianco che tortura tra le mani nervose, ripetendo più volte di “un atto di imperio rimasto nelle intenzioni”. L’atto masturbatorio è condizionato dalla condanna ecclesiastica di questa pratica, ma si è trasformato in patologia dai ricordi di infanzia e dal rifiuto di una donna più grande che lo ha bloccato al punto tale da arrivare all’eliminazione, attraverso il taglio, dell’oggetto della sua ossessione, che porge avvolto in un piccolo pacchetto stretto e lungo al suo confessore di turno.
La storia di Carlo Liccardo, Una svista di Aldo Nicolaj è raccontata con molta ironia, ma con il lampo dell’assassino nello sguardo. “È la mancanza di chiarezza” che l’ha portato a commettere un omicidio in un cinema, strangolando un trans che, con una parrucca, gli aveva fatto credere di essere una donna che lo stava importunando. Con la sciarpa azzurra al collo che ricorda il delitto commesso, il sorriso che ha contrappuntato la sua narrazione si trasforma nel ghigno del pentito non per quanto commesso, ma per ciò che non è accaduto. "Basta chiarirsi. Era un così bel ragazzo".
La quinta confessione è di Peppe Villa, con La porcilaia di Ugo Chiti. Si inginocchia, vestito elegantemente in celeste, con una grossa collana d’oro al collo, con gli anelli che gridano alla ricchezza pacchiana rafforzata dal forte accento del napoletano grezzo che va fiero di quello che possiede. Villa è davvero bravo nel raccontare il suo personaggio, simile al boss della camorra, ma che tratta di maiali: “Scelgo il meglio”. Veste bene, ha la barba brizzolata curata, ha una bella famiglia, una bella macchina, ha tutto quello che desidera e quasi non si spiega come possa essere stato conquistato dalla donna dell’Est del suo operaio messo a guardia della porcilaia. Una donna vestita di poco, una donna insignificante che lo eccita e lo porta al tradimento che ora vorrebbe emendare ma di cui ne va fiero perché, rivolgendosi direttamente alla sua ascoltatrice, chiede con un sorriso sornione: ”Ci vado o non ci vado dai maiali?”.
Fabio Faliero è L’impostore di Ghigo De Chiara. La storia è quella di un ragazzo condannato alla mediocrità fin da fanciullo, con i capelli unti all’indietro, un poco di pizzetto e un fare mellifluo, fastidioso. Investito da un suo amico d’infanzia che sapeva drogato, si fa raccontare la sua vicenda visto che l‘ha ritrovato in quella occasione con una bella macchina ed un impiego importante. Così mette in atto la sua truffa facendosi credere drogato, simulando le crisi di astinenza, facendosi ricoverare in un centro per il recupero dei tossici ed entrando in un circuito assistenzialista che aveva permesso, prima all’amico e ora a lui, di trovare un impiego con uno stipendio favoloso. La droga alla fine la vende agli ospiti facoltosi della clinica dove finge di andarsi a disintossicare, diventando sempre più ricco. Il personaggio è reso così credibile che infastidisce la sua domanda: ”Posso sperare di essere assolto?”.
Un altra giovane vittima di una madre castrante è il protagonista della confessione di Francesco De Nicola, con I pipistrelli di Antonio Caruso, testo in cui la fobia di questi uccelli notturni impediscono al protagonista di godersi il cielo di notte.
Ha la camicia a quadri, un cravattino bianco, le mani nervose che si agitano e stringono l’inginocchiatoio mentre racconta della sua infanzia con questa madre che lo mette in guardia da tutto. Ora ha trent’anni e nessuno capisce la sua paura per i pipistrelli, che vede persino in una ragazza che − una sera, sulla spiaggia − cerca di fare l’amore con lui. Ricorda le parole materne che gli dicevano che anche le ragazze erano pipistrelli e perciò, in quel momento e su quella spiaggia, la uccide. Il suo delitto è solo legittima difesa: lui vuole solo essere libero di uscire la sera e vedere le stelle luminose.
La terz’ultima storia è quella più terribile, dovesse esistere un grado di dolore nelle storie dei peccatori. Gianmarco Ancona, con In nome del figlio di Francesco Silvestri, è vestito per la sua Prima Comunione: abito grigio chiaro e la fascia bianca al braccio, con una bella nocca candida. È la sua prima confessione e sente il peso di dover dire la verità così come gli hanno insegnato al catechismo. Timoroso, nervoso, fa grandi pause cariche di lacrime che non sanno se sgorgare. Che peccati ha potuto mai fare così piccolo? Nessun peccato, peccati infantili se non quello di far piangere la madre. Lo ripete come in una litania questo suo peccato di averla fatta lacrimare. Il padre è morto e lui è l’uomo di casa, così gli dice la madre, per questo gli chiede di sostituirlo in tutto: anche a letto. Un bimbo abusato che rispetta il comandamento − “Onora la madre” − ma che ha la coscienza che Dio non vuole. Il suo peccato è seguire la propria coscienza.
Giovanni Esposito, ne Il genio del parassitismo di Giuseppe Torrisi, è un giovane dai capelli un po’ lunghi, una sciarpa nera, ossessionato dai funghi velenosi e dai parassiti. Lo sguardo è allucinato, è maniacale nella precisione del suo racconto sul fungo velenoso nel quale si identifica. Ha creato un rapporto malato con il suo amico Matteo, che tratta con arroganza e che schiavizza perché −in questo modo − si crede potente. Quando non ha più bisogno della sua vittima, il ragazzo si uccide. Non si sente responsabile di quella morte, è solo un paranoico che crede che tutti in fondo siano simili a lui.
L’ultima storia è Un olmo dalle foglie troppo chiare, di Enzo Siciliano, in cui Fiore Tinessa è vestito come un giovane tennista che dovrebbe sembrare l’emblema della salute e che, invece, non riesce a ricordare cosa sia accaduto nella sua infanzia: qualcosa che ricorda come poco chiaro, poco pulito, in cui vede una mano sfiorarlo, ma quella mano poi diventa la sua quando sfiora la testa di un bambino sotto un olmo che lo guarda con occhi sgranati. “Il pensiero non va al sesso”, questo no, ma quella mano che uccide è la sua, non riesce a limitarsi, ma non si sente in colpa, non c’è colpa, perché non c’è stato stupro. Quale colpa può aver commesso non lo sa, forse è in un ricordo lontano che non riesce a decifrare.
I cinquanta minuti sono corsi via velocemente su uno spaccato di anime malate spesso inconsapevoli di esserlo e il peccatore che si è liberato del suo fardello nella confessione non ha − né in fondo lo cerca davvero − la liberazione tanto attesa. I giovani attori del Laboratorio Teatrale dell'Elicantropo, diretto da Carlo Cerciello, ancora una volta hanno messo il cuore e la loro passione a frutto in uno spettacolo che sente un poco del passare del tempo ma che è ancora in grado di mettere alla prova la tenacia, la volontà e a tecnica del mestiere dell’attore.
Il teatro della persona, di cui è artefice Walter Manfrè, tende proprio alla valorizzazione degli attori attraverso quello che viene chiamato il "teatro prossemico", forma nella quale la distanza tra lo spettatore e l’attore è talmente minima da permettere di percepire il personaggio attraverso la fulmineità di uno sguardo, il gesto nervoso minimo di una mano, il tono sommesso o il singhiozzo trattenuto.
Uno spettacolo da non perdere per l’esperienza sempre nuova che si fa ad ogni nuova replica.

 

 



La confessione
progetto, ideazione scenografica e regia Walter Manfrè
con Massimo Finelli, Gianmarco Ancona, Giovanni Esposito, Fiore Tinessa, Paolo Aguzzi, Nicola Tartarone, Matteo Giardiello, Carlo Liccardo, Peppe Villa, Fabio Faliero, Francesco De Nicola, Valentina Mesca, Lorena Leone, Eleonora Ricciardi, Sefora Russo, Ianua Coeli Linhart, Livia Esposito, Nicoletta Gamardella, Carmen Femiano, Rosanna De Bonis, Elena Fattorusso.
produzione Prospet
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Elicantropo, 22 ottobre 2015
in scena dal 22 ottobre al 29 novembre 2015

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