“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 27 Ottobre 2015 00:00

Breve nota a partire dal volto di Franco Scaldati

Scritto da 

La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori,
è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di
vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente
sconfitto. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo
è il grande splendore dell'esistenza.
(Franco Scaldati)


In tempi disattenti e mediocri, l'individuo ha pur sempre

l'impressione di rimaner solo con le sue idee pure, e di non
sapere come farle valere. Ma, malgrado la resistenza che
ad esse oppone il linguaggio comune, e malgrado l'eclettismo
cui esso costringe, bisogna pur fidare che le idee, se ci sono,
si fanno sentire, e hanno una loro forza contagiosa.
(Nicola Chiaromonte)

 

Nel finale de Gli uomini di questa città io non li conosco – il docu-film con con cui Maresco fa biografia di Franco Scaldati – il drammaturgo di Palermo appare gonfio, stanco, spossato, le ciglia pesanti, gli occhi più chiusi; piegato il sorriso, meno tonitruante la voce, le mani adagiate al corpo, come a non volerle più muovere: per fare cosa oramai?

Scaldati è stato profondamente beckettiano – lo dichiara lui stesso – tranne che per l'assenza di speranza: nei miei testi, afferma ad un punto, c'è la vita mentre manca – pure tra le angherie e la violenza e la miseria – la morte che attende, ad un passo, i personaggi di Beckett. Eppure la sua stessa terminale esistenza lo rende amaramente beckettiano: sempre più posto ai margini, sempre più ridotto a una condizione limitrofa, quasi afasica, puramente gestuale; sempre più costretto a veder celato, nascosto o impossibile il suo teatro.
Il finale cinematografico – a morte avvenuta – è un'ipocrita carnevalata. Il Teatro Biondo di Palermo ne accoglie la bara tra gli applausi, facendola sostare su quel palco grande che negò ostinatamente alle sue opere quando Scaldati era in vita (per lui al massimo il ridotto, lo spazio minuscolo, il cantuccio sperimentale); sindaco e assessore commemorano un defunto di cui non conoscono la qualità artistica, la teatrografia, gli sforzi e l'impegno, le amarezze e le fatiche, di cui non hanno mai davvero compreso l'importanza culturale e il contributo essenziale che ha dato al racconto di un'identità cittadina di cui s'illudono rappresentanti onorabili; gli spettatori impellicciati (e i giovani che, anche a teatro, hanno sempre lo smart acceso per fotografarsi) non ne ricordano il cognome: lo storpiano, lo sghignazzano, vi associano qualifiche artistiche varie e casuali, lo contrappongono ad attori che calcano in maniera puramente commerciale gli assiti: “Scaldati? Stefano Accorsi invece...”.
Un poeta della scena – uno dei rari poeti della scena italiana del Novecento – è morto, seppellito in realtà già da qualche anno e non sotto qualche metro di terra ma in una saletta parrocchiale: l'unico luogo a Palermo capace di rispettare le sue intuizioni, di accogliere le sue visioni, di ascoltare le sue parole.
Nel commentare al cinema Astra di Napoli il suo docu-film Maresco afferma che “un'idea di teatro è morta”. Io non so quanto sia consapevole, Maresco, dell'urgenza specificatamente teatrale di questa sua affermazione ma l'immagine di Scaldati, che lentamente affievolisce fino a farsi nero su nero, ombra persa nel buio del grande schermo da cinema, mi fa pensare d'immediato alle parole che Massimiliano Civica ha dedicato alla riforma teatrale, il cui obiettivo è preparare ai tagli, alle esclusioni e alla fine di quello che lo stesso Civica chiama “il teatro dei dialetti” ovvero i teatri della diversità, capaci − per dirla con Chiaromonte − di produrre altre forme d'arte, altre forme di vita: “La riforma", afferma Civica, "mette all'angolo le diversità. Pretende che solo il teatro della lingua ufficiale abbia diritto d'esistenza o, meglio, che sia il solo ad avere finanziamenti”.
Il teatro di Scaldati deve morire; deve morire il teatro di Civica stesso e quello di Claudio Morganti; deve morire il teatro di Danio Manfredini o di Saverio La Ruina, quello di Scimone e Sframeli, quello di Tino Caspanello, deve morire il teatro che insegna Michele Monetta; assieme al loro che muoia – prima ancora di nascere – il teatro dei piccolo gruppo veneto o calabrese, pugliese o toscano, a cui non tocca un euro di finanziamento; che muoia il piccolo spazio; che muoia il festival che si fa alla punta dello stivale italiano; che muoia il Centro Teatrale che ha la colpa di essere stato fondato lontano dai grandi centri urbani della penisola.
Che muoia l'idea della “teatralità diffusa, delle residenze teatrali, dei piccoli teatri sparsi per l'Italia che lavorano in contatto con il territorio e che portavano nei paesini più piccoli le compagnie più vive”. Che muoia “il teatro come servizio diffuso capillarmente” nel nome delle gigantesche costruzioni della nuova spettacolarità finanziata.
Mi torna allora in mente ancora Civica – e con lui Scarpellini – quando ne La fortezza vuota chiamano idealmente (utopisticamente?) all'esodo, che non vuol dire affermare la propria superiorità artistica con un gesto apocalittico, ma significa (almeno ai miei occhi) avere il coraggio d'impegnarsi nella formazione e nella testimonianza di un sistema parallelo e diverso, reso concreto dalla compresenza dei tre elementi costitutivi della cultura teatrale – l'artista, lo spettatore, il critico – e “basato sull'indipendenza e la non interscambiabilità delle loro funzioni all'interno di questa stessa comunità di passioni” ed ampliata, per quanto possibile, a quegli “operatori disposti a inventare nuove strategie di sostegno economico”.
Davvero è possibile? Davvero è possibile provare a guardarsi, a confrontarsi, a dirsi ciò che non va e ad agire – concretamente, per quanto ognuno può, per quanto ad ognuno spetta per il ruolo che si è scelto – così da salvare quel “teatro degli artisti” che ad oggi, mentre si dismette ogni residua rimanenza di welfare, rappresenta “il fragile ma ostinato segno di una resistenza sociale per altri versi atomizzata”?
Oppure invece occorre adeguarsi, imparare a stare al mondo, cercare di sopravvivere affidandosi ancora e soltanto al Ministero, unico vero spettatore pagante di un sistema basato di solito sulla rendicontazione fasulla o gonfiata, sulla paga in nero, sull'agibilità a carico delle compagnie, sui borderò buoni per i datori di spazi, sul riutilizzo improprio dei fondi per sostentamento personale e familiare, sul clientelismo dei cartelloni, sulla gratuità del lavoro, sullo scambio produttivo e reciprocamente ospitale, sulla bussata alla porta del Direttore di turno, sulla mortificazione delle proprie capacità?
Mi torna in mente così il volto di Franco Scaldati. Mi torna in mente come un tarlo, come un pungolo al fianco, come una spinta in pieno petto. Mi torna in mente mentre penso che – qui a Napoli – abbiamo assistito (in silenzio) alla nomina di un Direttore del Napoli Teatro Festival Italia avvenuta in tutta segretezza, tra ammicchi ed accordi degni della peggiore partitocrazia perché siano gestiti milioni di euro (come? Nessuno lo sa ancora); abbiamo assistito a concorsi rabberciati o risibili (non solo quello del Nazionale; si guardi anche alla Fondazione Campania dei Festival); stiamo assistendo, o meglio – non stiamo assistendo, poiché tutto avviene nell'ombra – alla riscrittura della Legge Regionale dello Spettacolo (e mi chiedo quanto, questa riscrittura, terrà conto dei piccoli spazi e della teatralità indipendente e di ricerca); stiamo assistendo a proteste cittadine contro i tagli del FUS avanzate – oltre che da soggetti meritevoli d'attenzione – da realtà puramente commerciali, che hanno legittimamente scelto il botteghino ma a cui, ora, non basta il botteghino (ovvero l'assenza totale di rischio artistico) ma occorre anche il finanziamento pubblico, che invece andrebbe destinato a quelle realtà che – a fronte anche di un passivo, appositamente ripianato proprio dai soldi della collettività – restituiscono alla collettività la qualità della loro offerta culturale.
Mi viene in mente il volto di Franco Scaldati: gonfio, stanco, spossato, sempre più derubato della sua stessa speranza. Perdente, barbuto e bellissimo, amaro.
Mi viene in mente il volto di Franco Scaldati e penso agli Scaldati di domani di cui – adesso – si sta forse decidendo il destino, il futuro, la fine.

 

 


Consigliati, per approfondire:
Massimiliano Civica Legge contro i dialetti (Doppiozero)
Massimiliano Civica, Andrea Scarpellini La fortezza vuota. Discorso sulla perdita di senso del teatro (Contemporanea Festival)
Simone Nebbia La fortezza vuota. Per un teatro esodo (Teatro e Critica)
Andrea Porcheddu Il teatro è Stato? Scisma, politica e interventismo d'autunno (glistatigenerali)
Christian Raimo Di cosa ha bisogno il teatro italiano (Internazionale)
Dario Aggioli Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar (KLP)
Alessandro Toppi Napoli, il sindaco e il teatro (Il Pickwick)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook