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Martedì, 27 Ottobre 2015 00:00

Gli occulti poteri di Geronta il giostraio

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"L'essere moderno dal punto di vista tecnico è l'attributo meno importante di un artista − per quanto io aggiungerei che, pur essendo il meno importante, forse un tale attributo è comunque essenziale. Tutto sommato, essere tecnicamente obsoleti costituisce con ogni probabilità un vero e proprio difetto"
(John Barth)


È molto probabile che per un regista il confronto con un'opera come Il contratto, possa dare la sensazione di trovarsi di fronte ad un vicolo cieco.

È molto probabile che questa sia una sensazione condivisa dai più e che abbia a che fare con il difficile approccio ad un autore il cui passaggio su questa terra è stato così artisticamente munifico e prodigale da essere avvertito − dalla coscienza collettiva (soprattutto a Napoli) − come ancora vivo e vitale, dato che il calore e il fulgore delle sue opere non si sono minimamente attenuati. Per questo forse la maggior parte dei registi, di fronte a questo vicolo cieco, si arrestano deponendo ogni velleità di modifica e adattamento e, dinnanzi alle gigantesche orme ancora calde, preferiscono seguire piuttosto che correre il rischio di un possibile, esecrabile vilipendio. Sono pochi, ancora veramente pochi, i coraggiosi che riescono ad usare quello stesso vicolo cieco per uscirne realizzando un'opera del tutto nuova e che − usando un'analogia di Bart − hanno il coraggio "di buttar via continuamente l'acqua sporca senza mai lasciarsi sfuggire neanche per un attimo il bambino".
Pino Carbone è uno di questi pochi impavidi e l'ingegnosa sintesi antropologica portata in scena col suo "contratto", trae forza proprio da una profonda e consapevole intimità col teatro di Eduardo.
Con questo non si vuole certo surrettiziare che Il contratto stagni in acqua melmosa tuttavia, il realismo minuzioso e "presepiale" che dava forza e verosimiglianza al teatro ai tempi di Eduardo, oggi rischierebbe di imbolsirne gli effetti sullo spettatore che, immerso in atmosfere nostalgiche e retrive, riuscirebbe facilmente a schivare quei colpi che, per "contratto", gli spettano di diritto.
Da qui la necessità di sperimentare ogni possibilità di rinnovamento, al fine di non cadere trappola del caricaturismo. Carbone sceglie di sostituire il realismo popolare di Eduardo con un minimalismo articolato: Less is more, "meno è di più": il che vuol dire mostrare nei fatti come l'effetto artistico può essere amplificato dalla sottrazione di tutti quei dettagli che mirano alla verosimiglianza, sostituendoli con con innovazioni che lasciano spazio più al sentire che al capire.
Tre atti, come altrettanti giri di vite, per mostrarci l'uomo e la sua natura, i suoi affetti e la società; in un percorso dall'individuale all'universale, affrontato per dipanare e sdipanare l'umana matassa scura e misteriosa, vero enigma di questo lavoro.
Nel primo atto Geronta Sabezio si lascia osservare attraverso una lente ad alta risoluzione, un piedistallo circolare dal diametro ridotto circoscrive la sua im-mobilità. In questo primo giro, la vite (o la vita) dell'uomo è allentata quel tanto che basta per mostrare l'unità minima di un mostro sociale di dimensioni molto più ampie. Carbone lascia allo spettatore il tempo di ambientarsi ed entrare in confidenza con un meccanismo sociale che negli atti successivi rimarrà invariato, salvo applicarsi a grandezze sempre maggiori. Il testo è pressoché intatto, ma le scelte di regia sono tali da svelare sin dai primi attimi gli ingranaggi essenziali e le forze che li mettono in moto.
Geronta è la mente, il regista, di ciò che verrà rappresentato: la sua conoscenza dell'animo umano è tale da consentirgli di programmare e indirizzare azioni e battute. L'oscura consapevolezza del suo disegno è svelta nei brevi istanti di verità 'mirata' che riserva al solo Isidoro − suo primo attore e braccio destro − la cui devozione, richiesta ed ottenuta come si fa con gli animali domestici ben addestrati, accompagnata ad un'assenza assoluta di consapevolezza, consentono a Geronta di accantonare false modestia e oblique timidezze: "Gerò... Guardami dentro agli occhi". Nel parlare ad Isidoro Geronta dimentica di avere un interlocutore e, dando voce al monologo interiore, rivela le convinzioni più profonde. È solo a Isidoro che può confessare di "competere col Padreterno", mettendo a nudo il suo vero ruolo di deus ex machina.
Nel secondo atto l'intelaiatura aracnica si amplia, così come accade al diametro del cerchio al centro dell'assito; un altro giro di vite allarga la visuale dello spettatore, e se nel primo atto il ristretto campo visivo non consentiva di notare le curvature dell'ordito − rendendoci inconsapevoli personaggi borgesiani persi nelle volute di un labirinto che crediamo essere una linea retta − in questo secondo atto si definisce e percepisce il disegno. La famiglia è alle prese con sé stessa, va in scena la più comune delle finzioni dove i rancori e gli interessi dissimulati indirizzano le manifestazioni degli affetti fino a travolgerli in dogliosi lagni, e mutrie ferali, indossate per l'occasione. Attorno alla salma si consuma la più antica delle rappresentazioni, la finzione è la materia plasmabile del tutto e lo stesso corpo del defunto è fatto di questa materia: un manichino senza testa che si lascia arrendevolmente smontare e riassemblare. Quando Geronta fa il suo ingresso nel cerchio famigliare è pienamente consapevole delle forze oscure che vorticano nell'anomia attorno al caro estinto. I suoi poteri soprannaturali risiedono nella capacità di impossessarsi di quelle forze e di ottenerne obbedienza.
Nell'ultimo atto l'obiettivo si dilata ulteriormente, la società è tutta racchiusa in un grande cerchio e si lascia contemplare da chi ha preso le distanze e con compiaciuta serenità indica le miserie umane dalle quali trae il suo giovamento. La giostra è pronta a mettersi in moto, Geronta il giostraio è al centro di essa e con gesti ierofanici stabilisce la direzione del moto, è a noi che si rivolge e riferisce, è il momento dell'ultimo giro di vite, 'gli altri' siamo noi e senza alcun invito o preavviso prendiamo posto sulla giostra, siamo pronti a partire. Isidoro, uomo di fatica e bestia da soma, esegue il comando spingendo la leva.
Tutto è finito eppure è già tutto pronto per ricominciare.

 

 

 

Il contratto
di Eduardo De Filippo
regia Pino Carbone
con Claudio Di Palma, Anna Carla Broegg, Andrea de Goyzueta, Giovanni Del Monte, Francesca De Nicolais, Carmine Paternoster, Fabio Rossi
scene Luciano Di Rosa
suoni e musiche Fabrizio Elvetico
costumi e maschere Selvaggia Filippini
soggetti grafico-pittorici Luca Carbone
assistente alla regia Riccardo Pisani
foto di scena Peppe Russo
produzione Ente Teatro Cronaca
in collaborazione con Ex Asilo Filangieri, Tourbillon Teatro, o.n.g. Teatri
e con  XXXIV edizione del Festival di Benevento Città Spettacolo
durata 2h 15'
Napoli, Piccolo Bellini, 23 ottobre 2015
in scena dal 23 ottobre al 1 novembre 2015

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